lunedì 30 novembre 2009

350 ppm di CO2 di Bernardo Ruggeri



Ci siamo, l’appuntamento di Copenhagen è arrivato. Dal 7 al 18 dicembre si svolgerà la 15a (!!) riunione delle parti contraenti della Convenzione sui Cambiamenti Climatici COP 15. Una scadenza che è stata vissuta con ansia a livello mondiale per la grande importanza che si attribuisce alla “seconda” fase della strategia internazionale per ridurre le emissioni di gas serra. La prima fase, iniziata nel 2005 con l’entrata in vigore del Protocollo di Kyoto, è stata contraddistinta da una serie di limiti che ne hanno ridotto il già scarso livello di ambizione, per non parlare dei risultati, in pratica vicino allo zero. La seconda fase, vista da tutti quelli che hanno a cuore la sopravvivenza della specie umana su questo Pianeta, è considerata il banco di prova su cui costruire un impegno serio e concreto, ma è ormai certo nessun vincolo ambientale uscirà da Copenaghen. Come tanti temevano e prevedevano, sarà l’ennesimo nulla di fatto: ognuno con i propri interessi …e del riscaldamento della terra chi se ne…
Il Protocollo è stato spesso trascinato sul banco degli imputati da parte di chi preferirebbe poter continuare a fare i propri comodi. La mancata ratifica degli USA e l’assenza di obiettivi di riduzione a Cina e India, ha offerto il fianco a quanti non credono nel processo avviato. Ancora una volta dobbiamo constatare che l’economia ha fallito, infatti il Protocollo di Kyoto rappresentava con il suo meccanismo di “cap and trade” la speranza di poter far entrare in una dinamica costi-prezzi le questioni ambientali. Nonostante le tante parole di impegno spese dalle massime cariche istituzionali di singoli Paesi e di organismi internazionali, gli ostacoli all’accordo sono ancora molti. Queste tare, unite ad altri ostacoli negoziali, pesano non poco sul futuro accordo; è molto probabile che a Copenhagen non verrà decisa nessuna limitazione sulle emissioni di ossido di carbonio né tantomeno le famose sanzioni verso chi non ottempererà (a cosa ?). L’ Europa continua a crederci al piano 20/20/20 al 2020, ma le sue dinamiche riflessive interne, di cui il nostro Paese insieme alla Repubblica Ceca ne sono forti animatori, stanno minando la portata anche culturale (diciamo) degli obiettivi. Nella capitale danese ci sarà l’ennesimo inutile programma fatto di intenzioni, belle parole e tanta ipocrisia una vetrina mediatica con un seguito di attori e comparse (quanto costa in termini di CO2 la COP 15 ?) che rimanderà ad un successivo inutile appuntamento ad un anno data; ritorna in mente la storia di Achille e la tartaruga imparata sui banchi di scuola. Gli USA: hanno uno dei più bassi livelli di efficienza energetica ma alte potenzialità di fonti rinnovabili ed una solida struttura di ricerca scientifica, ciò nonostante il Senato di quel paese sta discutendo una legge che prevede una riduzione del 17% rispetto al 2005, ma solo del 4% rispetto al 1990: un’aspirina nei confronti di un malato grave; in altre parole un mix di proclami, aspettative deluse e interessi diversi, portano agli stessi risultati con presidenti diversi. E l’Italia (?) Il nostro paese? Paradossalmente deve dire grazie alla crisi: le prime stime sulle emissioni di CO2 del 2008 registrano un più 4,7% rispetto al 1990, nel 2007 eravamo ad oltre +11%; considerando poi che i consumi energetici nei primi 6 mesi del 2009 sono diminuiti del 10-12 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, è evidente che a fine anno registreremo un segno meno rispetto alle emissioni del’90: paradossalmente considerando che per il conteggio di Kyoto si calcola la media delle emissioni nel periodo 2008-2012, potremmo risultare anche virtuosi: la decrescita infelice, preannuncio di un nuovo colonialismo al contrario. E’ vero che uno starnuto in Cina diventa un uragano per noi, ma tantè che le rinnovabili in quel paese stanno facendo passi da gigante. Prima importatori di celle fotovoltaiche ora esportatori e leader mondiale nel settore. Ma ciò che sorprende è il numero delle installazioni esistenti e future: si prevede una potenza installata pari a 1.000 MW al 2011 grazie ad una oculata politica di incentivi fiscali sul costo di installazione (circa il 50%) e non sull’energia prodotta come da noi. E gli obiettivi al 2020 sono molto ambiziosi: 10 GW per il fotovoltaico e 100 GW per l’eolico, ambiziosi per noi ma raggiungibilissimi per loro. Sono impressionanti le dimensioni delle mega fattorie del vento programmate la più grande del mondo: 10 GW è in costruzione a Jiuquan nella provincia di Gansu. E l’industria del settore cresce a ritmi vertiginosi: nel 2004 il 75% degli aero generatori era di importazione, ora importano poco più del 15 %. La Cina ha deciso di indirizzare 221 Miliardi di $ dei sui 586 nel 2009 di stimolo per uscire dalla crisi verso il risparmio energetico e le energie alternative e ciò vorrà pure significare qualche cosa, cioè la nuova richiesta energetica per lo sviluppo del Paese la coprono (in massima parte) con le energie alternative.Alla fine di tutto non c’è da stare allegri, la situazione non è tranquillizzante: visti i presupposti è probabile che nel corso del secolo si registreranno aumenti delle temperature del Pianeta, superiori di 2,5-3,0 °C rispetto alla media dei secoli passati. Questo è una follia, come ci ricorda il 4° rapporto dell IPCC, pertanto c’è chi propone l’obbiettivo di non superare la soglia di 350 parti per milione (ppm) della concentrazione in atmosfera dell’anidride carbonica, un valore cioè inferiore all’attuale concentrazione di 390 ppm. La posizione non è sostenuta dall’ultimo arrivato, ma da James Hansen, direttore del Goddard Institute for Space Studies, lo scienziato che nel 1988, con largo anticipo, aveva sostenuto di fronte al Congresso americano di essere sicuro al 99% che si era in presenza di un riscaldamento del Pianeta; naturalmente non fu preso sul serio. La posizione va crescendo nel mondo, a parte l’adesione di Al Gore al movimento 350, il 24 ottobre scorso, in ben 181 paesi (tra cui anche il nostro) sono stati organizzati 5200 eventi per ricordare ai decisori politici che 350 è il limite oltre il quale la specie umana è a rischio e questo valore lo abbiamo già superato.
( per informazioni www.350.com ).
Bernardo Ruggeri

sabato 28 novembre 2009

25 Novembre 2009 "nasce TorinoViva" un successo di pubblico



Voglio personalmente ringraziare tutte le amiche e gli amici che sono intervenuti a vario titolo alla presentazione del nostro Movimento culturale e politico.
Eravamo più di 100 presenti con oltre 20 messaggi di solidarietà da persone che non erano potute intervenire per motivi vari.
Grazie di cuore a tutti. Il lavoro è appena iniziato, ora c'è da scrivere un programma di iniziative da condividere insieme ripeto INSIEME.
Aspetto i vostri suggerimenti, le proposte ed anche un impegno diretto per chi volesse.
A presto

Giorgio Diaferia

giovedì 19 novembre 2009

TORINOVIVA si presenta Mercoledì 25 novembre – ore 17.30 Cinema King Kong, via Po 21, Torino


Ascoltare davvero i problemi della città e dei cittadini e offrire soluzioni concrete, perché oggi l’apparato politico pare basarsi su un sistema etico in cui spesso i problemi più gravi sono assenti, a fronte di priorità inopportune e invadenti. Sono questi gli obiettivi e i presupposti che muovono TORINOVIVA, movimento politico e culturale che si presenterà ufficialmente alla città mercoledì 25 novembre, alle 17.30, al cinema King Kong in via Po 21 a Torino.
Soci fondatori del movimento sono Giorgio Diaferia, medico di famiglia, fisiatra e agopuntore, docente universitario,giornalista e conduttore in televisioni locali, con esperienze a livello comunale negli anni ’90, prima con i Verdi e poi con i Ds e Rosa nel Pugno, ed Emanuela Rampi, funzionario della Regione Piemonte presso il settore Affari Internazionali, dove si occupa di Progetti di cooperazione internazionale, già presidente di un’ Associazione a tutela degli anziani malati (S.A.N.A.), con esperienze politiche a livello comunale negli anni ‘90, con i Verdi, precedute da attività con i Radicali.
Giorgio Diaferia ha deciso di re-impegnarsi, con il suo gruppo e la coordinatrice Emanuela Rampi, proprio per un interesse per i problemi della città mai sopito e la constatazione di quanto lavoro politico ci sarebbe da fare a Torino e invece viene disatteso
TORINOVIVA ha infatti ben chiara la disaffezione dei cittadini nei confronti della politica, che si sta trasformando sempre più in rabbia e contestazione, e si propone di costruire un progetto di città da vivere, che sappia offrire prospettive di lavoro ai giovani; più in salute, che colga dall’ambiente anche le grandi opportunità di lavoro e di conoscenza; più sicura e pensata anche per i bisogni e i tempi delle famiglie e delle persone più deboli.
I capisaldi del movimento sono rappresentati da due “E”:
- Ecologia della vita: interesse centrale per la qualità della vita dei cittadini, seguendo modelli di sostenibilità ambientale ed economica, perché i danni all’ambiente creano danni a breve e lungo termine ai cittadini, con un conseguente aumento della spesa
pubblica in ambito sanitario, mentre queste risorse si potrebbero destinare ad altri settori, come la solidarietà sociale e le pensioni.

- Etica della politica: ci sono tanti, troppi temi volutamente tralasciati o dimenticati nel dibattito politico, che sembra scordare i problemi reali della vita. Qualunque candidato eletto dovrebbe restare con i piedi ancorati alle problematiche del territorio, ai problemi sociali che preoccupano i cittadini: giovani, casa, sicurezza della città, rispetto verso gli anziani, tutela di salute e ambiente, lavoro sicuro, famiglia vista come istituzione laica. Partendo da questi principi, TorinoViva vuole essere una corretta e possibilmente obiettiva constatazione dell’esistente evidenziando eventuali carenze e le soluzioni per ovviare al problema in modo etico, razionale e realistico.

Il progetto si pone l’obiettivo di contribuire all’unità di tutte le forze politiche, civili e sociali che mirano alla tutela della salute e del benessere di tutti gli esseri viventi, perseguendo lo sviluppo della cultura dell’accoglienza, della promozione e coesione sociale, della tutela delle fasce deboli.
Tra le proposte in cantiere, ad esempio, ci sono i “Vigili di colore”, più vicini e sensibili alle esigenze quotidiane di una città sempre più multietnica, che possono dare un’idea di appartenenza e contribuire all’ accoglienza proprio in quartieri dove è forte e in aumento la presenza di stranieri, magari loro connazionali, e i “piccoli ospedali o astanterie di distretto”, da istituire per ricoveri brevi, emergenze, per stabilizzare i pazienti anziani, i malati cronici ed i bambini. Il Progetto ha come obiettivo il venire maggiormente incontro alle esigenze delle famiglie e delle fasce deboli e l’intento di supportare l’attività dei medici e pediatri di famiglia.TORINOVIVA si basa sul principio che le decisioni si prendano collegialmente e senza imposizioni dall’alto, non come avviene nell’apparente democrazia dei partiti. Al tempo stesso, è un cantiere ancora aperto a tutti i cittadini convinti che si possano cambiare le cose. Per ora conta su un centinaio di aderenti, tra cui spiccano nomi noti a Torino e non solo, del mondo accademico, ambientalista, medico, ma anche della società civile, ma vorrebbe allargarsi soprattutto ai giovani. Per costruire tutti insieme il programma per Torino 2011.

Per saperne di più: www.torinoviva.it
Per informazioni:
Michela Damasco
328.7787601, 347.8446962
m.damasco@gmail.com
Sito: www.torinoviva.it

A proposito di integrazione di Ezio Borghesio


Stralcio dell'intervento previsto per la conferenza di Mercoledì 25 Novembre.....Innanzi tutto vorrei ringraziare tutti i presenti per essersi riuniti qui, oggi, a sentir parlare di progetti politici. Io e chi mi sta vicino in questo tavolo di rappresentanza della neo associazione Torino Viva non siamo “politici navigati”, quindi se da una parte le nostre argomentazioni potranno sembrare innovative rispetto al solito modello dialogico meglio conosciuto con il termine “politichese”, dall’altra parte potete star certi che vi parlerò con franchezza e, come si dice, a “cuore aperto”.
Sono un ex residente della zona di Porta Palazzo: ho abitato per cinque anni dall’87 al 92 in corso Giulio Cesare n° 6 ed ho tenuto sfitto quell’alloggio per altri cinque per venderlo poi nel 1996 al “prezzo delle patate”. Perché? Per uno svarione nell’investire in mattoni? Perché sono fallito come commerciante? Perché ho avuto un figlio molto malato da curare oltre oceano? Perché è crollata parte della casa? Perché s’è incendiata? Alluvionata? Terremotata? NO!!!
Ho dovuto disfarmi dell’alloggio che avevo comperato e che avevo abitato con mia moglie perché per me e lei non era più possibile abitare lì era diventato troppo rischioso!
Immagino già cosa sta passando nelle menti di molti dei presenti: eccolo qui, il solito intollerante, il solito provocatore che orbita intorno a movimenti pseudopopolari che fanno del “respingimento” la loro bandiera… Ebbene, sarebbe un errore! Perché mai e poi mai dirò che la colpa della mi disfatta come residente a Porta Palazzo è stata la massiccia presenza di stranieri.
Anzi, in quei cinque anni vissuti vicino ad africani, slavi, cinesi ed oriundi di un po’ ogni parte del mondo, io ho potuto aprire la mente, assaggiare nuovi sapori, sentire nuove melodie, imparare nuovi costumi, nuovi modi di fare e di capirsi vicendevolmente. Sono stati i cinque anni più belli di tutta la mia vita!!! Ma allora perché me ne sono dovuto, e sottolineo dovuto, andare via da casa mia?
Ho dimenticato di dirvi che dal 1982 sono alle dipendenze della Città di Torino nella mansione di vigile urbano; e con questo mi gioco la simpatia di molti… pazienza!
In funzione del luogo di lavoro, io e la mia compagna, anch’ella Vigile di Torino, scegliemmo corso Giulio Cesare n° 6: era a non più di quattro minuti a piedi dal Comando e io e mia moglie siamo sempre stati ostili al dover affrontare ore di trasferta per il “dover lavorare”.
Forse siamo stati un po’ arroganti, pensando di andare ad abitare in una casa che già presentava molti segnali di abbandono e disagio sociale, senza avere dei problemi da risolvere; ma la nostra fiducia nelle Istituzioni, la nostra fiducia in noi stessi, ci ha determinati ad accettare la sfida. Sin dall’inizio la strada non fu solo in salita, ma dovemmo affrontare ostacoli di ogni genere.
Una famiglia italo marocchina con piccola bimba abitava una soffitta malsana della scala B sulla quale insisteva un grave stillicidio di acqua piovana: il proprietario, sebbene avvisato dai suoi inquilini, non aveva mosso un dito: feci la segnalazione alla Divisione competente di piazza San Giovanni con un apposito modulo del Corpo dei VV.UU. e il risultato fu che venne notificata al proprietario l’ordinanza di ripristino delle normali condizioni di abitabilità nonché di pagare un milione di lire entro sessanta giorni come sanzione e, per conoscenza, a me nella qualità di “occupante” la mansarda, cosicché il proprietario fece in fretta a capire chi c’era dietro la segnalazione.
Segnalai alla Questura, ai Carabinieri, alla Guardia di Finanza molteplici casi di vero e proprio sfruttamento delle risorse economiche di persone straniere, soprattutto clandestine, da parte di un ristretto gruppo di nostri concittadini, proprietari di vere e proprie stamberghe, di tuguri, dove stipavano a decine donne, uomini e bambini e più erano clandestini, meglio era perché così nessuno andava a lamentarsi delle condizioni del loro appartamento. Quanto alle spese condominiali questi signori erano debitori per svariati milioni, tanto che il condominio dovette essere oggetto di più di una nomina dell’amministratore da parte del Giudice Civile di Torino.
Ma il risultato più comico del mio impegno circa questo fenomeno, lo registrai quando, mentre ancora abitavo il mio alloggio al primo piano della scala A di corso Giulio Cesare 6, mi vedetti recapitare da una Volante della Polizia di Stato, a mani, direttamente, una convocazione dall’allora dirigente dell’Ufficio Stranieri della Questura di Torino: io e mia moglie andammo puntuali all’appuntamento e, per dirla tutta, anche con un po’ di apprensione, perché qualche attrito con spacciatori di droga e annessi sia italiani che stranieri, in zona l’avevamo pur avuto. All’arrivo in Questura il dirigente, che davanti a sé aveva un voluminoso dossier zeppo di fogli, ci chiese di esibire la carta d’identità e poi, con il tono di chi la sa lunga, disse: “allora, signori, il discorso che vi faccio è molto breve è facile da capire: voi mi dite a quanti stranieri affittate il vostro alloggio e quanto ci ricavate ogni mese e la porta da cui siete entrati si spalancherà entro pochi minuti e voi tornerete da dove siete venuti, oppure può cominciare per voi una giornata molto lunga…”; esterrefatto, risposi che potevamo farla ancora più breve ed esibivo il mio tesserino di riconoscimento qualificandomi come vigile urbano e dicendo al dirigente che, se quel dossier riguardava corso Giulio Cesare 6, era più che probabile che i nostri nomi li avrebbe trovati nei primissimi fogli e non come possibili loro utenti, ma come segnalatori, collaboratori, eccetera e che, comunque, la convocazione per andare da lui, quel giorno, ci era stata recapitata presso la nostra abitazione nelle nostre stesse mani, quindi era più che evidente che si trattava di uno svarione. In effetti il dottore girò non più di tre pagine ed io potei chiaramente leggere, seppure al contrario, “su segnalazione del vigile urbano Borghesio….”. Ricevemmo le scuse dal funzionario di polizia, ma la situazione nello stabile di corso Giulio Cesare 6 non trovò poi la benché minima diversificazione.
Quanto ai dirigenti del Corpo di appartenenza, stendo davvero un pietoso velo: alcuni si dimostravano sinceramente frustrati dall’impossibilità di trovare soluzioni ai problemi che rappresentavo loro, dall’igiene dei locali all’ordine pubblico; altri, forse impauriti dalle responsabilità, giunsero a dirmi le cose più impensabili, come un vicecomandante, già ufficiale dei Carabinieri, che ebbe il coraggio di affermare che, se continuavo così, rischiavo una incriminazione per “interessi privati in atti d’ufficio”. A dir poco. Pazzesco!
Comunque, per farla breve, nel 1992 dopo lotte infruttuose mi determinai ad abbandonare la mia casa ed andai in affitto in un altro appartamento in un'altra zona di Torino; per i successivi cinque anni pagai mutuo, spese condominiali e tasse per corso Giulio Cesare 6 e affitto, spese condominiali e riscaldamento per corso Grosseto 133. Io e mia moglie, passammo cinque anni, dal 1992 al 1996, senza poter andare in vacanza una sola volta, centellinando le lire come dei poveretti, nonostante due stipendi da allora sottufficiali dei vigili urbani di Torino.
A farmi decidere che dovevo andare via da casa mia furono le pesanti minacce che ricevetti da alcuni personaggi decisamente negativi (italiani) che, alla luce della nuova procedura penale, vigente dal 1989, che permetteva loro, in sede di fine indagini preliminari, di assumere copia delle cosiddette fonti di prova, e capire così chi – io - aveva collaborato le forze dell’ordine in svariate operazioni di polizia in loro danno, ma furono anche le altrettanto pesanti ammissioni di figure apicali delle forze dell’ordine più note a destabilizzarmi nella mia donchisciottesca avventura: mi sentii dire che per loro Porta Palazzo, San Salvario non erano più territorio dello Stato Italiano, erano una “riserva di caccia”: se si lamentavano statisticamente pochi arresti per quel mese di osservazione, loro con un paio di servizi mirati, andavano in “riserva” ed incrementavano subito la produttività. Non solo, mi sentii dire che era molto meglio avere a che fare con un massiccio numero di clandestini dediti alla criminalità, ma tutti in un’area ristretta della Città, piuttosto che averli sparsi per Torino: il risultato sarebbe stato che il malcontento di un paio di quartieri (peraltro, quello di Porta Palazzo già noto negli anni 60 per problemi legati all’immigrazione, allora dal nostro Sud), si sarebbe trasferito a tutta la città!!! Che Logica!
Parlai anche con un Sostituto Procuratore della Repubblica: credo mi possiate accordare la capacità di parlare in un italiano “a prova di stupido”. Ebbene, nonostante mi avesse ricevuto e visto accompagnato oltre che da mia moglie anche da una voluminosa “porta dopo sci” contenente tre dossier colmi di segnalazioni, denunce, articoli di giornale, foto, petizioni, testimonianze, eccetera, dopo una mezz’oretta di mio soliloquio, il magistrato mi liquidò con un laconico va bene, mi faccia due righe e vedrò cosa poter fare.
Io amo Torino, ho partecipato alle scorse olimpiadi e paraolimpiadi invernali con vera gioia: sono stato e sono fiero della mia città e dei suoi valori, della sua medaglia d’oro per la resistenza, al suo già ruolo di capitale; sono orgoglioso della sua università, anche se da studente-lavoratore quale sono stato non ho ricevuto il benché minimo aiuto ed alla fine ho incrementato le fila di chi abbandona gli studi; sono orgoglioso del suo politecnico, dei suoi musei, dei suoi parchi, del suo centro, della sua capacità di stupire, di produrre ricchezza, di accettare chi diverso per orientamento religioso o sessuale o per altro… diversa è una foglia dall’altra dello stesso albero, diversi i suoi frutti, diversi tutti gli uomini del mondo fra loro; diversità dev’essere uguale ad arricchimento, se non sempre e solo del portafogli, di sicuro molto spesso della nostra cultura, della nostra sensibilità.
Il momento nel quale mi sentivo peggio durante la mia permanenza in corso Giulio Cesare 6 era quando sentivo ragazzi stranieri che lavoravano nella vicina area mercatale di piazza della Repubblica e che dicevano che subivano controlli di polizia quasi ogni giorno: un giorno uno mi chiese, ma perché chiedono sempre i documenti a me che lavoro tutto il sabato per 50mila lire e a mio cugino che 50mila se le fa vendendo una dose di cocaina in meno di un minuto, nessuno chiede mai di tirare fuori i documenti? Avrei preferito sprofondare nel sottosuolo.
Cosa potevo dire a quel ragazzo, come potevo giustificare l’apparente e più che concreta incoerenza rappresentata da alcune scelte operative alle quali io stesso e più di una volta ho assistito inerme ed impotente?
Qui lo Stato italiano è perdente: non riesce a trattare diversamente chi entra in Italia per delinquere e chi entra in Italia per sopravvivere e poi per lavorare.
In quei cinque anni fui avvicinato da alcuni partiti politici di allora, ma ebbi sempre la sensazione di voler essere “usato” per accreditare al loro orientamento un plusvalore che in allora non vedevo e che oggi rifiuto di fornire, comunque.
Se mi sono dichiarato disponibile all’impresa politica dell’amico Giorgio Diaferia è perché ho sentito in lui la sincera, genuina, positiva predisposizione alla nostra Città, alle sue peculiarità e, quando parla di ecologia della vita, lo abbraccio idealmente perché dev’essere questa la chiave di lettura di un moderno amministratore di una grande città. Deve voler ogni giorno puntare al bene della sua gente, dei suoi bimbi e dei suoi anziani; passando dalla tutela dell’ambiente che ci circonda per arrivare alla sicurezza delle nostre strade.
Chi mi conosce già sa che non ho mai speso parole a vanvera.
Chi mi ha conosciuto oggi, sappia che alla mia faccia ci tengo e come ho detto NO a tantissime ed allettanti offerte che mi sono pervenute da ogni parte in quel triste lustro 1992-1996 di impiegare la mia casa di corso Giulio Cesare in avventurose, ma criminali attività, allo stesso modo dico NO ad un vecchio modello di fare politica, teso all’imbonire la brava gente e all’accattivarsi la simpatia dei vari potentati locali.
Dico SI a chi, potrebbe fare benissimo altro e senza nemmeno dover tanto tribolare, si mette invece in gioco per il bene della sua Città con delle idee chiare e con un raro proposito: mi candido, ma non mi ricandido!
INCREDIBILE, ma vero!!!

A proposito di Basse di Stura di Bernardo Ruggeri


Le contestazioni al Sindaco Chiamparino dell’altra sera su Basse di Stura arrivano da lontano. Esse segnano il fallimento della politica dei rifiuti del centro sinistra in questi ultimi venti anni; quindi se la classe politica è inadeguata lo è tutta, nessuno se ne tiri fuori. Il prolungamento della durata della discarica di Basse di Stura è uno sport su cui si sono cimentati in molti: a cominciare dal Commissario di Governo Dott. Malpica, installato in Comune durante una “vacanza” degli inquilini democraticamente eletti, in quanto incapaci di dare un Governo alla Città. A ben pensarci, il commissario fece bene: come avrebbe potuto decidere di impegnarsi sulle raccolte differenziate o nella costruzione di un inceneritore? Lui, che appunto, non era stato democraticamente eletto dai cittadini? Tutti gli altri che si sono succeduti avrebbero potuto farlo. Avevano la legittimazione, i mezzi ed il tempo dallo loro parte; compreso il Sindaco Chiamparino che ha avuto quasi 10 anni a disposizione! E come sono andate le cose? Mentre si continuavano a fissare di volta in volta date “inderogabili” di chiusura di Basse di Stura, contemporaneamente non veniva fatto nulla per rendere la decisione praticabile. Nel 1994, dopo la fissazione dell’ennesima data (2001), il sottoscritto ed il Prof. Del Tin, su sollecitazione del Sindaco Castellani, costituimmo una società GEA (50% AMIAT e 50% AEM (ora IRIDE)) con il compito di costruire l’inceneritore per la città di Torino. Un inceneritore particolare, del tipo “fornelli da cucina”, per intenderci, in maniera tale che durante la sua vita utile (20/25 anni) potesse essere parzialmente spento, per permettere alle raccolte differenziate, ma maggiormente, alle imprese di riciclaggio di poter decollare. La società lavorò e individuò, con largo anticipo, il sito del Gerbido in grado di recepire l’impianto, lo spostamento di attività industriali che gravavano sull’area, le bonifiche ecc. Un bel pacchetto per la politica di “cose concrete” di cui occuparsi, al fine di dare delle risposte all’oggi, ma che guardassero essenzialmente al domani. Ebbene poco dopo, la Politica comunale mandò tutto all’aria: si era scherzato! E tutto tornò nel solito tran tran politico. Dimenticavo, i maggiori oppositori all’interno del Governo comunale rappresentavano il partito dei Verdi; oggi alcuni protagonisti di allora, pare abbiano affinità con il partito di Casini che è orientato a costruire un numero imprecisato di centrali nucleari nel nostro Paese (misteri!!). Cosa dire della Provincia di quegli anni? Rifiutò di tutto e di più: “non si accenderà neanche un cerino”, in serie: l’inceneritore per i rifiuti urbani, quello per gli ospedalieri e un impianto mobile a torcia a plasma, per lo smaltimento dell’amianto (rispedendo al mittente Ministero dell’Ambiente, ben 5 miliardi di vecchie lire!) che tanto servirebbe oggi, ad evitare che tale materiale possa finire in discariche in quel di Alessandria e costituire un pericolo per generazioni e generazioni future. Nel frattempo le aziende e consorzi che si occupano di rifiuti nella nostra provincia, crescevano raggiungendo il numero di 11; con 11 presidenti, 11 consigli di amministrazione, 11 segretarie ecc. ,“l’un l’altro armati”, con uno spreco di risorse ingentissimo. Un mio vecchio amico amava dire che in politica ci sono sempre più “c…” che sedie. La costruzione dell’ inceneritore vede sul suo cammino ben 31 ricorsi, di vario ordine e grado; e….un’altra serie di questioni di dettaglio, che possono portare al calore rosso la questione rifiuti nella nostra città in un futuro non lontano.
Come se ne esce? Sarebbe troppo facile dire di mandare a casa chi ci ha messo in questa situazione: il problema rimane. Scontato che questa volta Basse di Stura vada chiusa allo smaltimento dei rifiuti di qualsiasi tipo e che vangano iniziate le opere di messa in sicurezza e controllo, in quanto la discarica vivrà per i prossimi 30 (minimo) anni, è doveroso pretendere che le risorse che noi cittadini saremo chiamati a sborsare per pagare lo smaltimento dei rifiuti che fino ad oggi non abbiamo pagato, vangano investite per potenziare le raccolte differenziate in maniera da rendere effettivamente residuale lo smaltimento. E l’inceneritore? Ormai nei paesi cosiddetti avanzati, i rifiuti residuali, vengono “smaltiti” con tecnologie a bassa temperatura ad evitare la formazione di diossine ed altre sostanze nocive per la salute umana, ottenendo combustibili per auto trazione, con impianti di piccola taglia ben inseribili in contesti urbani. Non sembra insensato chiedere che i debiti che si stanno contraendo a nome degli attuali e quelli di un paio di generazioni future di cittadini torinesi per l’inceneritore, vangano dirottati su piccoli impianti, magari uno per ogni futura “municipalità” e forse riusciremo anche a risparmiare. Insomma l’inceneritore è un po’ come il telefono fisso: è stato soppiantato da quello mobile, meno impattante sull’ambiente, meno costoso e più confacente alle esigenze dei singoli utenti.
Bernardo Ruggeri
In AMIAT dal 1985 al 2000
Presidente dal 1995 al 2000