domenica 31 ottobre 2010

Tricolore sui balconi, la Lega non ci sta


cronaca 30/10/2010 - italia 150, la città si prepara
Tripudio di bandiere in piazza Castello in occasione della visita di Napolitano a giugno

Proposta in Comune, tutti d'accordo tranne il Carroccio: costa troppo
di letizia tortello torino

Alla guerra delle bandiere. La Lega Nord non ci sta a fasciare tutti i palazzi di Torino con il tricolore per i festeggiamenti del Centocinquantenario dell’Unità d’Italia. Motivo: «L’iniziativa costerebbe troppo alla città». L’idea, a detta dei promotori, sembrava il giusto compromesso tra massimo rendimento scenografico (immaginiamo che potenza visiva avrebbe il capoluogo se da ogni balcone pendesse il simbolo della patria) e costo minimo di realizzazione (molti di noi in casa hanno una bandiera dell’Italia). Ma già si prevede scontro in Consiglio comunale.
Il «look of the city» in tinta tricolore sembrava ormai una certezza. Era stata presentata con largo anticipo, in Comune, una mozione in cui si chiedeva al sindaco e alla giunta di avviare una campagna di sensibilizzazione verso i cittadini per far sventolare fuori dalle finestre delle abitazioni private, dal marzo prossimo, il vessillo dell’Unità. Primo firmatario, il consigliere del gruppo misto Carlo Zanolini. A seguire, molti altri di maggioranza e opposizione.
La proposta è stata accolta all’unanimità martedì scorso, alla conferenza dei capigruppo di tutti i partiti. Ma a quella riunione la Lega era assente. E ora che tutto è pronto per essere discusso in Consiglio, ora che sembravano rose e fiori e che la polemica pareva per una volta tacere, i vertici leghisti hanno comunicato il loro secco no. Dice Mario Carossa, capogruppo del Carroccio in Comune: «Non penso debba essere normato il fatto che i torinesi espongano la bandiera per celebrare l’Unità. Siamo in democrazia, sfoggiare il tricolore è una questione di coscienza e sensibilità personale, lo farà chi ci crede».Dal Carroccio non arriva nessuna alternativa che richiami alla memoria le vicende della scuola di Adro, griffata sulle pareti con il sole delle Alpi, simbolo del partito di Bossi. Il vero motivo dell’opposizione è un altro: «Per pubblicizzare l’iniziativa si spendono soldi pubblici e noi non ci stiamo». Ironizzando, Carossa aggiunge: «È curioso vedere gli stessi politici di sinistra, non solo estrema, che 30 anni fa guardavano al tricolore come a un sinonimo di fascismo, oggi incredibilmente convertiti. Se siamo al punto di dover fare una campagna di sensibilizzazione per i simboli della patria, forse l’Unità d’Italia non ha funzionato del tutto».Le repliche non tardano ad arrivare. Primo fra tutti, il presidente del Consiglio comunale, Beppe Castronovo. Lui che è siciliano trapiantato a Torino, liquida la questione in poche battute: «Non si discute. Questa vicenda va intesa come il tributo al sacrificio di quanti, da destra e da sinistra, hanno lottato per l’unificazione e hanno costruito nei decenni il senso civico e la cultura nazionale». Anche il capogruppo Pd Andrea Giorgis si dice stupito: «È un vero peccato che la Lega non riconosca nella bandiera il simbolo della nostra democrazia. Sono gesti che non portano da nessuna parte, aiutano solo a dividere un Paese che è già diviso».La proposta di Zanolini prevede che vengano imbandierati non solo palazzi ed edifici privati, ma anche le sedi istituzionali. Su quest’ultima idea, il consigliere di Sel, Marco Grimaldi, insinua un ulteriore dubbio: «Mi auguro che non sia proprio il palazzo della Regione, visto il colore della sua maggioranza, a non esporre la bandiera».D’accordo sulla mozione è invece Daniele Cantore, capogruppo Pdl: «Dobbiamo dirci orgogliosi di essere italiani». Tra le righe, non nasconde il richiamo al logo che fu di Forza Italia: «Il tricolore è stato nel Dna del Popolo della Libertà».Intanto, i preparativi per agghindare la città in vista di marzo 2011 fervono. Sull’esempio fortunato delle Olimpiadi invernali del 2006, torneranno a sventolare ai lati delle strade lunghi banner colorati. Se allora erano rossi, l’anno prossimo saranno «blu Risorgimento». Una tinta di azzurro tendente all’indaco. È stata ideata dagli architetti Italo Lupi, Ico Migliore e Mara Servetto per non dover rivendicare paternità politiche. Evidentemente, la prudenza ideologica non è mai troppa.

sabato 30 ottobre 2010

''COSE NOSTRE'', RICORDANDO ANGELO VASSALLO / imperdibile maratona per invocare legalità: diretta web e tv




''COSE NOSTRE'', RICORDANDO ANGELO VASSALLO - Venerdì 5 novembre 2010, esattamente a due mesi dal brutale assassinio del sindaco di Pollica Angelo Vassallo, la rete propone “Cose nostre: per la legalità e la cultura, ricordando Angelo Vassallo”.
Proprio venerdì 5 novembre 2010 dalle ore 20 alle ore 24 (e con un'anteprima dalle ore 19.30) andrà in onda “a rete unificata” una maratona per la legalità e la cultura.Ad oggi il progetto è promosso dal network Altratv.tv, Federazione delle micro web tv FEMI, Ipazia Preveggenza Tecnologica, Current, Valigia Blu, Repubblica, Wired, l'Unità, Rainews24, De Agostini, U-Station, Raduni, YouDem. All'iniziativa ha aderito anche il blog di Torino Viva, il web journal EcoGraffi
Da oggi le micro web tv e le web radio, i portali informativi, i media iperlocali e i blog potranno aderire irradiando la diretta, iscrivendosi su www.cosenostre.tv. Il sito raccoglierà anche video-testimonianze e messaggi di solidarietà.
Tra gli ospiti in studio a Bologna parteciperanno Davide Scalenghe (Current), Giordano Sangiorgi (MEI), Giuseppe Bianco (Procuratore di Firenze), Loris Mazzetti (Rai), Roberto Ippolito (autore de “Il bel Paese maltrattato”, Bompiani), Laura De Merciari (Slow Food). Saranno intervistati da Giampaolo Colletti (Nòva24 e Altratv.tv-FEMI) e Francesca Fornario (l'Unità). Tra i contributi quelli di Riccardo Iacona (Rai3), Massimo Fini (Movimento Zero), Giancarlo Caselli (Procuratore di Torino, già procuratore capo Antimafia a Palermo), Tommaso Tessarolo (Current), Sofia Bosco (FAI), Alberto Cisterna (Direzione Nazionale Antimafia), Michele Dotti (autore de “L'anticasta”, EMI), Nicola Gratteri (Procuratore Tribunale di Reggio Calabria), Manuela Iattì (SkyTg24 e autrice “Avvelenati”), Nicola Trifuoggi (Procuratore di Pescara), Giuseppe Caporale (La Repubblica). Per tutta la diretta è previsto un collegamento satellitare da Pollica grazie a Telecolore.
L'omaggio sul web a Vassallo è l'occasione per parlare delle tante mafie che affliggono il Paese.Grazie alla rete delle web tv sono previsti collegamenti in webcam via Skype con Torino: dagli studi di Libre ci saranno Pino Masciari (imprenditore minacciato dalla 'ndrangheta e autore del libro “Organizzare il coraggio”, Add Editore), Maurizio Pallante (Movimento per la decrescita felice), Carla Mattioli (sindaco di Avigliana).Collegamento in webcam via Skype da Roma con gli studi di Luiss TV dall'Università Luiss e con L'Aquila, insieme alla Valigia Blu di Arianna Ciccone.Collegamento anche con Polistena (RC) insieme ad Aldo Pecora e Rosanna Scopelliti (Ammazzateci tutti). Da Latina intervengono Antimo Lello e Antonio Turri (Associazione Libera). Collegamento in diretta con l'Università di Palermo dalla web radio Libertà di Frequenza.Spazio anche agli interventi esteri: sempre in webcam via Skype da Toronto parteciperà Antonio Nicaso (giornalista, esperto di 'ndragheta internazionale), da Parigi Francesco Piccinini (Agoravox), da New York Andrea Masu (Alterazionivideo – Incompiuto Siciliano). In trasmissione le “incursioni” di Stefano Andreoli (Spinoza.it).

giovedì 28 ottobre 2010

Per una rinascita della res publica e per un nuovo impegno politico culturale di Fiorello Cortiana

Ottobre 2010: si apre un varco per un atto di politica generativa, una decisione avvenga. Politicamente, cioè nella vita di tutti, con l’azione di tutti: un patto per plae rrcinhaés qcuitaal cdoesllaa res publica. Non una litania di valori ma un progetto per l’Italia contemporanea, una concreta costruzione di rigore e di impegno civile. La politica oggi non ha visione né passione, non sente né esprime i bisogni e i desideri dei cittadini, che, votanti o no, la rifiutano e ne sono rifiutati, confinati ai margini di una sfera pubblica occupata da interessi privati e oligarchici. Solo attraverso l’immaginazione e il progetto la politica può ritrovare il senso della realtà, rimediando alla rassegnazione esistenziale che spegne lo spirito individuale e contrastando lo scetticismo diffuso che azzera ogni sentimento della cosa pubblica. Ma politica e cultura crescono insieme o insieme declinano. Senza cielo politico non c’è cultura, ma soltanto erudizione e retorica: un rinnovato impegno politico e intellettuale si offre oggi come occasione di rinascita civile, come segno di responsabilità che coinvolge tutti i cittadini e in prima persona chi lavora con il pensiero e l’invenzione, con l’intelligenza e la fantasia, per stabilire la stretta relazione tra Potere e Sapere che dà virtù all’etica pubblica. La corruzione politica più grave non è quella di cui si occupano i tribunali: l’illegalità è solo l’altra faccia della routine e del cinismo al potere. La crisi è profonda perché come una vera ruggine ha sfigurato l’immagine e intaccato la sostanza della politica. Non sono solo i partiti a essere in crisi ma la politica stessa è in pericolo perché non ha più né parole né ragioni per dirsi. Le parole della politica sono corrose, sono spuntate, non fanno presa sulla realtà. È urgente uscire da una fase di transizione infinita, aprendo la strada alla modernizzazione della politica, della cultura, dell’economia italiana. Occorre promuovere una fase costituente, sottoscrivere un nuovo patto fondativo: costituzionale in un senso non solo giuridico, politico in senso non solo istituzionale. Occorre ritrovare il filo di un grande racconto, di una narrazione più vera e più nobile della cultura e della storia repubblicana contro il degradante clichè di una italietta furba e inconcludente: ripensare il modello italiano e incarnare quel progetto, ridare corpo a una tradizione civile di cui si possa andare orgogliosi. Mettere in gioco un libero pensiero, critico e creativo, in sintonia con le energie del presente per investire in questo nostro tempo: pensiero per sfidare il presente, ma insieme pensiero per costruire il presente. Non c’è cultura né azione politica efficace senza passione del proprio tempo. Non c’è politica senza un pensiero di rottura delle consuetudine usurate: occorre abbandonare la retorica che inchioda il futuro al passato. Superando le vecchie e inaridite appartenenze, congedando le ossessioni e i ricatti delle memorie ferite, la politica rinasce nel punto in cui si incontrano immaginazioni diverse che congiurano per un nuovo patto politico.
Non c’è politica senza un pensiero che esprima la passione del presente come intelligenza del futuro, che non è solo dopo, ma è anche altro: è sparigliare le carte e le compagnie del gioco per disegnare nuove coordinate dell’impresa comune. Esatta passione, mobilitazione di energie intellettuali e politiche per l’edificazione di un nuovo paesaggio nazionale. Il patriottismo repubblicano è la forma non retorica di questo sentimento che è regola, prima che tradizione, impegno prima che eredità. E che è anche cura del bene comune e dei beni comuni, difesa del paesaggio italiano, consapevolezza collettiva del patrimonio materiale e immateriale. Patriottismo repubblicano è promuovere un’idea espansiva e non puramente negativa della libertà. La migliore garanzia contro l’ingerenza arbitraria del potere nella sfera della libertà personale l’attiva partecipazione dei cittadini alla vita pubblica: “La libertà politica significa infatti il di èri tintofa dtti i ecidsnpisetssiltenc alriagdneveid nponiiardb ogroiltl”leie a t cstr aitraprla luer ep amd oepeenppln sprgtieooeis svruetoetenri eltndia oaean zr ot“iiicopv eoenp n erutoae,r tpscercnp aneor orcecenirst a eptsatneiidgtcrani hndtieifae,i nleccia zbhp aeeno r eupaa lluprliaeelai”n”rs tta((eiAC cgcarhlieilpe anua.m dnz itiao )ne.n dPgerel iper aio )qll.tui rLteiiac se atp o,d on eèloig tenrisca nsadee avnl illzvaaie arv ilnigetei aadl spnasu e“ibscdsubiovrlii acsraieo, naei La politica laica protegge, custodisce, riveste la nuda persona di tutti i diritti civili che vanno precisamente declinati e garantiti: ma afferma anche il valore dei diritti politici che fanno di una persona un cittadino attivo. Patriottismo repubblicano è anche coltivare un’idea positiva della competizione tra le parti e dell’agonismo tra le forze politiche come presidio della libertà, secondo la lezione che Machiavelli desume dall’esperienza della repubblica romana. Politica, però, è non solo rappresentazione dell’esistente, ma presentazione dei ‘senza parte’. Rappresentare gli ‘invisibili’, la realtà molecolare e disaggregata degli outsider i cui interessi non contano e non pesano nei rilevamenti statistici o nelle simulazioni dei sondaggi: che non hanno espressione e finiscono schiacciati e confusi nell’area indifferenziata del non voto e della renitenza civile. Non sono tutti poveri. Non sono tutti disoccupati o sottooccupati. Non sono tutti marginali. Non sono tutti stranieri. Ma sono tutti ‘clandestini della politica’, esclusi dalle logiche della rappresentanza e della decisione pubblica. Si tratta di persone – e sono milioni – la cui precarietà, prima ancora che da condizioni economiche e sociali, dipende da ragioni di esclusione e di afasia politica: refrattari alla vita pubblica e, proprio in quanto politicamente e intellettualmente più esigenti, non corrisposti dalle logiche privatistiche, antipolitiche, anticulturali che in questi anni hanno monopolizzato la sfera istituzionale.
Non c’è politica senza un pensiero che anticipi e accompagni l’azione trasformatrice. Il principale compito intellettuale della politica consiste nel riaccendere l’immaginazione progettuale della società. La politica deve rispondere con parole e azioni adeguate alle opportunità e alle sfide della scienza e della tecnologia nell’era della globalizzazione, dotandosi delle forme procedurali e istituzionali che possano governare i processi e i progressi dell’innovazione: investire strategicamente nella ricerca, nelle arti e nelle nuove sfide dell’apprendimento per avere presa sul futuro. Azione politica e impegno intellettuale: l’obiettivo è accrescere il capitale sociale rappresentato dall’intelligenza e dalle virtù civili degli italiani. La qualità di una Città e del suo futuro si misura sulla virtù e sul merito dei suoi cittadini. È in atto un sommovimento geologico delle categorie della politica e, in questa accelerazione dei tempi, la forza dinamica sprigionata dalla crisi può essere convertita in energia produttiva. La principale sfida politica e intellettuale che attende l’Italia è trovare la misura per riconoscere, chiamandoli con nuovi nomi, quanti sanno governare il presente e progettare il futuro, rispetto a quanti difendono l'esistente come il miglior mondo possibile. Il compito richiede coraggio – virtù politica per eccellenza.
L’email a cui indirizzare altre adesioni è .

mercoledì 27 ottobre 2010

La Violenza dei Rifiuti di Roberto Cavallo


Ancora una volta assistiamo impotenti alla violenza dei rifiuti.
Molti di noi sentono dentro il tipico ribollire di chi pensa di avere la o le soluzioni.
Molti di noi non capiscono e non possono capirne il perché.
Allora mi limito ad una considerazione: i grandi impianti inducono violenza, la raccolta differenziata confronto positivo, la riduzione dei rifiuti addirittura armonia!
Così mentre a Terzigno ci si prende a botte, nelle stesse ore, in altre Citta' d'Italia, le amministrazioni incontrano centinaia di cittadini, che escono di casa per partecipare ad assemblee nelle quali viene spiegato come mantenere correttamente separati gli scarti quotidiani.
È quello che accade a Saluzzo e Savigliano, a La Spezia o Gela, solo per citare tre esempi.
Sì, perché la raccolta differenziata, se fatta bene, magari direttamente sotto casa, con il cosiddetto porta a porta, costa qualche sacrificio, tipico di tutte quelle cose che richiedono un minimo di attenzione ed organizzazione, però di contro crea posti di lavoro per chi raccoglie e chi ricicla, dà un senso di ordine e pulizia, induce un comune senso civico: e la gente lo sa! Più dei loro stessi amministratori; i campani lo sanno; i napoletani lo sanno.
La raccolta differenziata è di tutti, non di pochi, come invece una discarica o un grande impianto.
La raccolta differenziata è una grande occasione di riscatto collettivo.
È per questo che la gente partecipa.
E poi, una volta organizzata bene la raccolta differenziata, la gente pretende di andare oltre.
Così comuni come Dogliani, Castagnole delle Lanze o Capannori o Novara o Salerno si impegnano per la riduzione dei rifiuti.
E su questo tema scattano valori come l'armonia, la solidarietà, il rispetto. Valori che non sono solo stampati su pagine di libri nascosti in qualche biblioteca, ma sono reali e in continua espansione.
Anche a Napoli i rifiuti hanno un altro volto, un altro valore che non sia quello della violenza, della protesta da un lato e dell'imposizione per decreti dall'altra. I rifiuti a Napoli hanno il volto dell'associazione Bidonville che ha dato vita alla rete dell'usato, che riunisce più di 4000 operatori della riparazione e del riuso in tutta Italia, hanno il volto della creatività dei Capone Bungt Bangt, che insegnano ai ragazzi, come un rifiuto possa diventare uno strumento musicale e ci fanno ballare.
Promuovere la raccolta differenziata e la riduzione dei rifiuti significa creare posti di lavoro, con un rapporto di circa 7 a 1 rispetto allo smaltimento in discarica di una stessa quantità di immondizia: e con questi dati, in questo periodo di crisi, non ci sarebbe nessuna protesta!

Roberto CAVALLO

Presidente ERICA (www.cooperica.it)

Presidente AICA (www.envi.info)

Consigliere ACR+ (www.acrplus.org)

lunedì 25 ottobre 2010

Comunicato di "Cittadiniconvoi"

Nel prossimo Consiglio Comunale si voterà la variante parziale n.18 al Piano Regolatore Generale, proposta dall’attuale Amministrazione. In merito a tale proposta di adozione, che prevede tra l’altro il cambio di destinazione d’uso in senso residenziale di alcune importantissime aree per un futuro assetto urbanistico della città, desideriamo osservare quanto segue:
- non comprendiamo e non accettiamo la necessità e l’urgenza di predisporre una nuova variante al PRG, che non è figlia di una visione organica e/o prospettica delle reali necessità attuali e future della città, ma nasce da singoli, seppur legittimi, interessi privati;
- non ci risulta che la domanda di abitazioni rappresenti una delle urgenze della nostra città, tale da comportare la necessità di proporre una variante al PRG nella quale sono previsti anche interventi edificatori, ed in virtù del fatto che, ad oggi, vi sono circa 155 appartamenti in costruzione o in via di finitura e 360 appartamenti circa in attesa di autorizzazione o già cantierabili;
- riteniamo che i bisogni abitativi di una città non si risolvano con l’offerta di residenze ad elevati prezzi di mercato, né continuando nella logica del consumo del territorio e della cementificazione;
- non comprendiamo e non accettiamo come una scelta così delicata venga calata dall’alto sui cittadini della nostra città, senza essere preceduta da un’idonea, utile e necessaria divulgazione atta a coinvolgere la cittadinanza nell’adozione della variante;
- esprimiamo netta contrarietà in particolar modo alla prevista destinazione residenziale dell’area interessata dal Cinema Sociale di Pallanza, la cui sorte sarebbe la demolizione, che invece riteniamo fondamentale conservare come risorsa socio-culturale della città.
Ciò premesso, siamo a chiedere la sospensione della discussione e della votazione della Delibera sulla variante n.18 al PRG nel prossimo Consiglio Comunale, prevedendo il rinvio del punto all’ordine del giorno a successiva data da definirsi, così da poter coinvolgere attivamente i cittadini anche con opportune assemblee pubbliche nei quartieri interessati dai singoli interventi della variante.

domenica 24 ottobre 2010

Antinucleare: 6-7 novembre “Facciamo muovere il Movimento” Appello nazionale


L’8 novembre del 1987, ad un anno e mezzo dall’incidente di Chernobyl, di gran lunga il più grave, insieme a Three Mile Island, dei 150 incidenti avvenuti ad oggi in impianti nucleari, quasi 21 milioni di italiani si dichiararono favorevoli a fermare lo sviluppo del nucleare in Italia (5 milioni si dichiararono contrari).
Nei 25 anni successivi la scelta di utilizzare il nucleare come fonte per produrre energia elettrica si è progressivamente arenata nel mondo ed oggi rappresenta con 440 reattori più o meno funzionanti, meno del 16% della produzione elettrica e più o meno il 5% dei consumi energetici totali.
Dal punto di vista tecnologico è una opzione obsoleta, costosa, pericolosa, perseguita da alcuni paesi dell’Asia e Medio Oriente per il possibile utilizzo secondario a fini militari, e da altri in Europa ed USA prevalentemente per le pressioni della fortissima lobby del settore che la sostiene ma non ci investe neppure un dollaro..
Decine di nazioni nel mondo (12 nella sola Europa) non hanno mai scelto questa tecnologia, molte altre ne stanno uscendo con pesanti costi per il decommissioning e la sistemazione, irrisolta, delle scorie. I pochi reattori della cosiddetta “terza generazione” in costruzione stentano a decollare e quello finlandese, il più noto, sta miseramente arenandosi, con costi, tempi di costruzione, ritardi e difficoltà tecnologiche che continuano ad aumentare.
In Germania il deposito di scorie apprestato ad Asse in Bassa Sassonia due decenni fa per durare centinaia di anni, è stato invaso dall’acqua e verrà svuotato nei prossimi 10 anni con costi incalcolabili, mentre in USA il governo di Obama sta per dichiarare irresolvibile il problema, rinunciando alla costruzione di un sito nel deserto e rimandando la soluzione del problema alle prossime generazioni.
In queste settimanne è stato reso noto che per la prima volta la produzione elettrica da Rinnovabili (eolico, solare fotovoltaico, idroelettrico) ha eguagliato nel mondo quella di origine nucleare e che già oggi i costi del solare fotovoltaico, attorno ai 12,3 centesimi di euro/kwh, stanno superando verso il basso quelli del nucleare.In questo scenario l’Italia è l’unico paese al mondo il cui Governo si appresta a far decollare un programma nucleare che prevede la costruzione di impianti nucleari per 6400 MW ( 4 centrali da 1600 MW, mai costruite ad oggi nel mondo) che dovrebbe costituire, entro 10 anni circa, meno del 10% dei 70.000 MW elettrici più o meno ritenuti necessari a quell’epoca.
E’ necessario che questo progetto venga fermato; al di là della sua reale fattibilità, affosserebbe le potenzialità delle Rinnovabili ritardandone lo sviluppo e insieme drenerebbe risorse utili al paese per altre scelte più convenienti, meno costose, più urgenti, sia nel settore energetico sia nella disponibilità di risorse per affrontare crisi economica, tagli alla ricerca, scuola, servizi , che si stanno pesantemente abbattendo sul paese.
Per questo invitiamo i movimenti, i comitati, le associazioni, tutti coloro che vogliono un'altra Italia, un diverso tipo di modello economico ed energetico, che sognano un paese migliore e vogliono contribuire a cambiarlo, a mobilitarsi sabato 6 e domenica 7 novembre in ogni paese, in ogni città, in ogni regione, per promuovere iniziative nelle forme possibili e più diverse, per interrompere questo percorso, e iniziare a costruire la nuova Italia

sabato 23 ottobre 2010

Reagire, reagire, reagire di Alfiero Grandi

In Europa si sta discutendo di rendere ancora più duri i parametri di Mahastricht (3% di deficit e 60 % di debito pubblico) autorevolmente definiti stupidi quando era ancora in campo un punto di vista critico.
Alla volontà diffusa, anche a destra, di rivedere i parametri di Mahastricht ora sembra stia subentrando una sorta di rassegnazione al loro peggioramento.
L’opinione pubblica è lontana da questa discussione. Chi dovrebbe renderla sensibile non lo fa. La destra europea ne approfitta e sta tentando il colpaccio di modificare le regole il più possibile ad immagine e somiglianza della volontà del Governo tedesco e della BCE.
Lo spauracchio che viene agitato è la crisi greca. In realtà la destra è all’attacco e usa questo spauracchio, mentre la sinistra è incerta, in difensiva. Mentre quanto si deciderà nei prossimi mesi pesarà sulla vita di tutti i cittadini europei, a partire dagli italiani. Il Ministro Tremonti è sostanzialmente connivente con queste scelte, fa dcihiarazioni tranquillizzanti, dichiarando che le nuove regole europee saranno compatibili con la situazione economica italiana.
Viene presentato come un grande risultato che nei nuovi parametri si tenga conto anche del debito dei privati e non solo di quello pubblico. Questo temperamento, se sarà effettivamente confermato nel testo definitivo del nuovo trattato, servirà al massimo a diluire il tempo concesso ai vari paesi per portare il debito al 60 % del PIL. Invece non c’è una parola in questa discussione sui provvedimenti di sostegno all’economia e all’occupazione, quindi restano solo i tagli, più o meno pesanti.
Il segnale politico è chiaro. La Germania non vuole correre il rischio di soccorrere altri paesi ritenuti spendaccioni e scrive euro ma legge marco, quindi vuole le sue stesse regole applicate all’Europa, con l’appoggio della Bce.Il vecchio patto di stabilità e crescita – come si chiama l’attuale trattato - quindi lascierà sul terreno il punto della crescita, ormai ridotta ad un orpello perché il liberismo rigorista dominante pensa che il rilancio economico avverrà semplicemente comprimendo la spesa pubblica. Come hanno spiegato le piccole aziende britanniche ai rigoristi inglesi se la spesa pubblica viene tagliata selvaggiamente il risultato sarà veder chiudere molte piccole aziende, da un giorno all’altro senza mercato, e ridurre drasticamente l’occupazione. Del resto Tremonti ha fatto tornare i conti tagliando gli investimenti pubblici.La domanda è: queste scelte sono inevitabili ? La risposta è no. Un’altra via è possibile ma deve avere la radicalità e l’alternatività necessarie perché tutto ha origine dalla crisi finanziaria e in particolare delle banche. L’enorme spesa sopportata dagli Stati per impedire il crollo del sistema finanziario oggi qualcuno deve pagarla e poiché sono gli Stati ad avere sborsato i conservatori europei sostengono la scelta di tagliare la spesa sociale, perché i soldi gettati nella fornace della crisi finanziaria non ci sono più e se non si recuperano dal sistema finanziario e dai più ricchi, altri dovranno pagare al loro posto. I cittadini così verranno caricati dell’onere 2 volte: prima con la crisi e poi con l’uscita dalla stessa. C’è un’altra possibilità. Si potrebbe mettere in campo un programma europeo di investimenti e di rilancio economico, basato su nuovi parametri di qualità, nel cui ambito inserire le iniziative dei singoli Stati per acquisire competitività, rilanciando anche il mercato interno europeo. Le risorse ci sono. Lo strato sociale più ricco, come dicono gli analisti delle banche di affari, ha guadagnato anche durante la crisi. Patrimoni e redditi alti possono sopportare l’onere della ripresa che altri non sono in grado di fare, nemmeno volendo, tanto più in presenza del rischio di un allargamento incredibile delle aree di povertà.In altri tempi si sarebbe detto che è aperta una questione di classe. In sostanza si è aperto il problema di chi pagherà il conto della crisi. La proposta tedesca e della BCE persegue l’obiettivo che ogni Stato pensi a sé stesso e risponda dei suoi problemi. La sinistra europea dovrebbe leggere i problemi e offrire risposte alternative. Altrimenti resterà lo spazio che sta gestendo Tremonti: tagliare con un poco di tempo in più, ma sempre tagliando. Più rate non risolvono il problema.Purtroppo l’attenzione all’importanza di queste scelte è del tutto inadeguata. Non sembra sia percepito che in questi mesi si decidono i decenni futuri. Modificati i trattati, adottate altre regole europee ogni Governo, di qualunque colore, avrà margini di manovra talmente ridotti da essere ininfluente e da rendere il confronto destra - sinistra quasi irrilevante.Tremonti lo ha capito e pensa che questo gli offra delle chances per il suo futuro personale di possibile nocchiero del dopo Berlusconi.Ma agli italiani che vantaggio ne verrebbe ?
Attenzione, con queste modifiche dei trattati e delle regole europee la destra costruisce le condizioni per restare al potere per decenni, tanto un’alternativa politica dovrebbe lavorare con margini assolutamente ridotti. C’è ancora tempo (poco) per reagire, ma occorre mettere in campo una visione alternativa, altrimenti saranno guai.

giovedì 21 ottobre 2010

TELECOM e I "Contratti di Solidarietà" una presa per i fondelli


A partire da novembre, per due anni, La Telecom applicherà i "contratti di solidarietà" con una riduzione di orario pari al -15%, -8%, -3,7% ( 3 fasce),con un calendario deciso dall'azienda a giornate non consecutive. Il provvedimento interesserà circa 30.000 dipendenti.Lo stipendio verrà ridotto del 4%, perche' l'INPS integra la riduzione al 50%. Non cosi' per la pensione, che ha contributi solo figurativi, per il TFR ancora non si sa cosa succede.Il calcolo dell'integrazione INPS e' penalizzante, viene fatto sullo stipendio ante aumenti contrattuali anteriore ai 6 mesi e resta tale per i due anni. Ci sono varie perdite economiche in apparenza piccole, che sommate pero' pesano.
La cosa peggiore comunque e' che questa e' una situazione transitoria, si tratta di licenziamenti trasformati in contratti di solidarieta' per due anni, due anni nei quali una parte dei dipendenti ricevera' formazione (pagata da Fondimpresa) e sara' riconvertita in altri reparti, altri no e si decidera' che farne fra due anni.Pensate quanto costa all'INPS tutto cio'. Il governo ha concesso i contratti a fronte di un forte impegno dell'azienda a far formazione. Su 30.000 dipendenti l'accordo firmato parla di 40 + 75 dipendenti, piu' "altri" da definire. Scandaloso.E la stampa ..............TACE!!!!!

mercoledì 20 ottobre 2010

Regione Piemonte: ha vinto Cota, stop al riconteggio di Giorgio Diaferia


Ora lo sappiamo, per i prossimi 4 anni a governare la nostra regione sarà l'avvocato, onorevole ( si dimetterà?) Roberto Cota, pupillo del senatur Umberto Bossi. Chiarezza non è stata fatta ma almeno una decisione è stata presa. La Regione ha bisogno di un governo stabile e riconosciuto che legiferi e faccia applicare le leggi che fa. La Presidente uscente Mercedes Bresso, forse con questo atto vedrà spegnersi nel tempo la sua stella, che potrebbe alimentare guidando l'opposizione regionale. Il nostro sindaco Sergio Chiamparino invece, ha perso l'occasione di passare dal Comune alla Regione ed ora gli resta un dibattito interno al PD per un'eventuale candidatura a segretario nazionale, magari in tandem con qualcuno (Vendola?). E' tempo che gli Ecologisti si riunifichino utilizzando gli anni a disposizione per ricreare un movimento credibile che sappaia intercettare i "bisogni" reali della società". Partiti altri e partitini, salvi e tranquilli. E ora "rimbocchiamoci le maniche" tanto è uno slogan sia di destra che di sinistra

domenica 17 ottobre 2010

La Torta del Nucleare di Alfiero Grandi


La latente crisi politica del Governo ha fatto tirare a molti un sospiro di sollievo perché pensavano - purtroppo a torto - che l’avventura nucleare italiana voluta dal Governo Berlusconi fosse ormai in panne.Questi ottimisti hanno sottovalutato la potenza dell’enorme mole di affari legata agli appalti per la costruzione delle nuove centrali nucleari in Italia. Una “torta” di proporzioni paragonabili solo all’altra follia del ponte di Messina. Paradossalmente, più le centrali costano più a questa lobby affaristica conviene perché gli appalti sarebbero ancora più lucrosi.
Non a caso i costi per la costruzione delle centrali nucleari vengono calcolati più bassi della realtà. Questo è fumo negli occhi per l’opinione pubblica, a cui viene raccontata la favola dell’abbassamento dei costi dell’energia elettrica che queste centrali garantirebbero. Un conto sono paesi che hanno centrali già ammortizzate che possono avere oggi un costo dell’elettricità inferiore, così non è per chi le deve ancora costruire.Naturalmente anche gli “alleati” francesi del Governo sono interessati a queste lucrose commesse e insieme ai concorrenti americani e giapponesi sperano che le centrali in Italia vengano costruite: un affare colossale.
La nomina di Romani a Ministro per lo sviluppo mette la parola fine all’incertezza seguita alle dimissioni di Scaiola e tra i primissimi argomenti di cui si è occupato il Ministro c’è il nucleare. Le dichiarazioni di Tremonti sono un’ulteriore conferma.
Romani deve la nomina a Berlusconi che è l’artefice principale della nuova avventura nuclearista in Italia e quindi attuerà fedelmente le direttive del capo.
Il primo atto del Ministro è stato stanziare 2,4 milioni di euro per la costituenda Agenzia per la sicurezza nucleare. Sono pochissimi soldi ma la giustificazione è che questi serviranno solo a finanziare la costituzione del primo nucleo (Presidente, ecc.), il personale verrà da Ispra e Enea.Già in questo è evidente la follia con cui viene affrontato un argomento delicatissimo. Premesso che sarebbe meglio rinunciare subito al nucleare, l’Agenzia per la sicurezza è una struttura fondamentale per chi voglia procedere nell’avventura nucleare. Fondare la futura Agenzia, che ha compiti centrali e delicatissimi, sullo stipendio ai nuovi nominati e a 2 reparti provenienti da Ispra e Enea è una follia. Non c’è nemmeno la decenza di dare all’Agenzia una parvenza di struttura adeguata. Nasce senza fondi, neppure per assumere le competenze professionali di cui avrebbe bisogno, in modo raccogliticcio e per di più dovrebbe controllare e giudicare gli atti delle vere e proprie potenze lobbistiche che operano nel nucleare.L’Agenzia francese ha un bilancio di oltre 400 milioni e in più si avvale di una struttura operativa che ha 3 volte il suo personale.Il prof Veronesi dovrebbe riflettere bene prima di dare il suo avallo a questa avventura. L’Agenzia, priva di risorse proprie, sarà di fatto alla mercè dei costruttori. Non a caso l’AD di Enel dopo l’incontro con Romani ha detto che l’Agenzia sarà operativa entro l’anno, perché lui ed altri pensano che deve semplicemente avallare le decisioni dei costruttori.Questo rachitico avvio dell’Agenzia per la sicurezza conferma anche che l’avventura nuclearista ha, e avrà in futuro molto di più, dei costi per lo Stato.Sui costi: ormai nessuno sostiene più che una centrale EPR possa costare i 3 miliardi di euro raccontati 2 anni fa. Si parla di 5, ma in realtà non basteranno perché i costi della costruzione in Finlandia sono molto più alti e il Canada ha rifutato di proseguire alla costruzione sulla base di una proposta da 8.5 miliardi di dollari. Quindi una centrale nucleare costerà attorno a 8 miliardi di euro, senza calcolare il decommissioning e le scorie. Scorie nucleari, per le quali il costo non è certo il problema più grave.
Con questi costi l’energia elettrica non costerà il 20 % in meno e questo spiega l’insistenza dei costruttori per avere tariffe elettriche garantite per 30 anni.
Ma Enel non sente ragioni e procede. Enel prima ha ricapitalizzato e ora mette sul mercato Greenpower, che gestisce le sue energie da fonti rinovabili. Enel vuole fare cassa, ridurre i debiti e diventare credibile nel chiedere prestiti a lungo termine alle banche per il nucleare. La cosa incredibile è che per realizzare la follia nucleare ha deciso di vendere le energie rinnovabili. Anziché impiegare le risorse che ricaverà dalla vendita di Green power in un piano di rilancio delle rinnovabili, Enel vuol fare il contrario e investire questi proventi nel nucleare. Questo conferma che in Italia non ci sono le risorse, pubbliche o private che siano, per fare insieme investimenti nel nucleare e nelle energie rinnovabili. Anzi la vendita delle rinnovabili serve all’Enel per fare cassa per il nucleare.In realtà per costi, per autonomia nazionale delle risorse, per rispetto degli impegni europei, per sicurezza dell’ambiente e delle persone, per qualità degli investimenti e quantità/qualità dell’occupazione le energie rinnovabili non hanno confronto con il nucleare. Un solo dato, l’AD di Enel dice oggi che ci saranno 10.000 posti di lavoro nel nucleare, se si faranno le centrali. Due anni fa si parlava della metà. In ogni caso trascura di dire che che con analoghi investimenti nelle rinnovabili i posti di lavoro creati sarebbero almento 150.000. Prima si stacca la spina a questo Governo meglio sarà perché nella parte conclusiva della sua vita rischia di produrre atti gravi.La raccolta delle firme a sostegno della legge di iniziativa popolare che dice si al risparmio energetico e alle energie rinnovabili e no al nucleare può contribuire a fermare questa follia.

17 ottobre 2010 Ecologisti: a Bologna un importante passo avanti



Ecologisti: quasi un miracolo a Bologna. La casa comune degli ecologisti fa un importante passo avanti;
ascolta su Radio Radicale gli interventi della prima giornata e (clic a dx ) della seconda. Inizia la costruzione di un altra Italia possibile..

Ecologisti a Bologna 1a e 2a giornata
http://www.facebook.com/l/b086evu5CjISH1y4f7KisdrKiYA;eco-ecoblog.blogspot.com/2010/10/normal-0-14-false-false-false_17.html

giovedì 14 ottobre 2010

ECO-CONSIGLI IN OMAGGIO

UNA NUOVA IDEA DI ECONOMIA / innovative proposte al Forum Internazionale Greenaccord di Cuneo


CUNEO / 13-10-2010
Gli economisti Robert Costanza e Friedrich Hinterberger: “Per aumentare la felicità, la crescita economica non è indispensabile. Il progresso di una popolazione si misura considerando anche il capitale umano, sociale e quello naturale”.
CUNEO - È tutto all’insegna del nuovo modo di intendere l’economia l’inizio dei lavori dell’ottavo Forum Internazionale Greenaccord per la Salvaguardia della Natura “People Building Future – Confini e Valori per un vivere sostenibile” che si sta svolgendo a Cuneo: qual è il modo corretto di intendere l’economia per assicurare al mondo un progresso davvero sostenibile? Quali elementi vanno tenuti in considerazione per misurare il vero sviluppo? Sono le domande centrali alle quali hanno dato esaurienti risposte due relatori di fama internazionale: Robert Costanza, professore di Economia Ecologica all’università del Vermont e Friedrich Hinterberger, fondatore e presidente del Seri (Sustainable Europe Research Institute).“Dobbiamo chiederci a livello mondiale quale sia il significato dell’economia e a cosa essa debba servire”, ha spiegato Costanza. “Avere di più è sempre meglio; la povertà è risolvibile solo con la crescita; l’economia può crescere all’infinito. Sono tre dogmi intoccabili dell’attuale modello di sviluppo. Ma dobbiamo abbandonarli se vogliamo costruire un nuovo paradigma economico”. Il futuro concetto di progresso dovrà invece considerare altri fattori, oltre quello della mera crescita economica: “capitale umano, capitale sociale, capitale naturale. Sono tutti elementi indispensabili per determinare la qualità di vita di una opolazione. Vanno quindi considerati al pari della ricchezza materiale”, ha proseguito Costanza. Per farlo, serve un impegno importante delle istituzioni nazionali e mondiali per indirizzare il mercato verso scelte più sostenibili e virtuose: “Ad esempio, facendo riforme fiscali che spostino la tassazione dai beni ai danni alle risorse naturali, rimuovendo invece quei sussidi che non servono a tale obiettivo”.Punta il dito contro gli attuali sistemi di misurazione della ricchezza, Friedrich Hinterberger: “L’indice Pil è ormai del tutto inadatto a rilevare le condizioni di vita nel mondo occidentale”, ha affermato davanti alla platea di oltre cento giornalisti provenienti da tutti i continenti. “Ci sono molti altri elementi da misurare. Alcuni oggettivi: infrastrutture, ricchezza, produttività, lavoro. E altri soggettivi, legati alla percezione del proprio livello di vita da parte dei cittadini. Solo considerando tutti questi fattori possiamo avere la fotografia reale del livello di benessere”. tale esigenza, diffusa da decenni fra gli esponenti del mondo accademico, sta finalmente prendendo piede fra i politici. “Sia a livello internazionale, sia nazionale, la classe dirigente si sta rendendo conto che far crescere il Pil non assicura loro il consenso dei cittadini. Ecco perché stanno elaborando nuovi sistemi di misurazione. È un passo cruciale per edificare un modello di sviluppo finalmente auspicabile”.La maggiore attenzione della classe politica su tali temi è poi legata alla crescente consapevolezza della popolazione occidentale che oltre alla ricchezza economica c’è altro. “Stiamo lavorando sempre di più per produrre sempre di più. Ma questo aumenta il nostro livello di stress anziché sentirci appagati. Magari ci permette di consumare di più, ma ai consumi non corrisponde un aumento di felicità. Ed ecco che sempre più persone si domandano: come è possibile vivere meglio con meno? Se l’economia non sa rispondere a questi dilemmi, fallisce il proprio obiettivo”.

mercoledì 13 ottobre 2010

AGICES L’Assemblea Generale italiana del Commercio Equo e Solidale


PARTECIPA AL CONVEGNO SUL COMMERCIO EQUO E SOLIDALE

ORGANIZZATO DA ALTROMERCATO E FAIRTRADE ITALIA A MILANO

“Contadini, sostenibilità e sviluppo: commercio equo e solidale, modelli virtuosi per tutti”è il titolo del convegno organizzato da ctm Altromercato e Fairtrade Italia

in programma per venerdì 15 ottobre 2010 a Milano
al quale AGICES è stata invitata per portare il proprio punto di vista sul commercio equo

Buongiorno,

AGICES - Assemblea Generale del Commercio Equo e Solidale - è lieta di invitarla al convegno “Contadini, sostenibilità e sviluppo: commercio equo e solidale, modelli virtuosi per tutti”, organizzato da Ctm Altromercato e Fairtrade Italia che si terrà venerdì 15 ottobre a Milano, in occasione del festival Kuminda (prima edizione milanese dello storico festival sul diritto al cibo). Il convegno sarà l’occasione per discutere delle filiere e dei prodotti equosolidali e del loro contributo per uno sviluppo più sostenibile per l’uomo e per l’ambiente, in presenza dei maggiori rappresentanti del mondo del commercio equo e solidale italiano.Tra i relatori, Alessandro Franceschini, Presidente di Agices, porterà il punto di vista dell’Associazione di categoria che monitora le organizzazioni di commercio equo italiane, proponendo riflessioni sul fair trade in Italia, sulla relazione con le Istituzioni e fornendo dati economici e di attività dei Soci AGICES.“La caratteristica fondamentale del commercio equo è che in tutti questi anni si è confrontato col mercato, ma con regole diverse da quelle di mercato. Con l’idea che in ognuno dei prodotti che vende dovesse esserci un elemento di riscatto sociale forte. Questa è la nostra natura” – dichiara Alessandro Franceschini, che per anni è stato presidente della cooperativa di commercio equo Pace e sviluppo di Treviso, ha fatto parte del cda di Ctm altro mercato e da giugno 2010 è al vertice di Agices - Agices è un caso unico al mondo: importatori e botteghe del mondo che si siedono allo stesso tavolo. Agices è unica perché altrove i rapporti tra chi importa e chi vende sono contrattuali, o al massimo esistono associazioni di botteghe. In Italia abbiamo ‘deciso di decidere’ assieme sul futuro del nostro fair trade. Agices è quindi una struttura di autogoverno, di scrittura delle regole e del controllo del loro rispetto. Non solo quindi rappresentanza verso l’esterno, ma garanzia anche verso i soci.

Ufficio stampa Agices

Ombretta Sparacino

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347.9840747

Movimento per la decrescita felice


di MDF (Movimento Decrescita Felice)

1. La fase storica che si è aperta con la rivoluzione industriale e in poco più di due secoli ha trasformato completamente il mondo, si sta avviando alla sua conclusione. La crescita della produzione di merci che l’ha contraddistinta, e la progressiva estensione della mercificazione a percentuali sempre maggiori della popolazione mondiale e a settori sempre più ampi della vita umana, si stanno scontrando con i limiti fisici della biosfera a fornire le quantità crescenti di energia e materie prime di cui questo processo ha bisogno e a metabolizzare gli scarti liquidi, solidi e gassosi che genera. Numerosi contributi scientifici, alcuni dei quali commissionati da governi dei paesi occidentali, lo documentano.

2. Oltre agli aspetti ambientali, un segnale, altrettanto evidente sebbene ignorato, della fine imminente di questa fase storica, è stato dato dal fallimento dei tentativi di superare la crisi di sovrapproduzione scatenata dalla crisi finanziaria esplosa nell’agosto del 2008. Per contrastarla, in una prima fase i governi dei paesi occidentali hanno ridotto le tasse e stanziato quote rilevanti di denaro pubblico a sostegno della domanda, ma queste misure non sono servite a rilanciare la produzione e i consumi, né a impedire forti diminuzioni dell’occupazione. L’unico risultato di questa politica antirecessiva è stato un aumento dei debiti pubblici al limite dell’insolvenza. Per evitare la bancarotta i governi sono stati allora costretti a capovolgere la strategia economica avviando politiche restrittive, ma ciò ha comportato una riduzione della domanda e dell’occupazione. Le misure di politica economica tradizionalmente usate per rilanciare la crescita della produzione di merci non stanno più funzionando come in passato. Anche a livello economico e produttivo l’economia fondata sulla crescita ha già raggiunto, o sta per raggiungere il suo limite.

3. Tutte le forze politiche storiche hanno posto a fondamento del loro sistema di valori e dei loro criteri di interpretazione della realtà, l’identificazione del benessere con la crescita della produzione e del consumo di merci. Tutte hanno adottato le misure che ritenevano più efficaci per favorire la crescita e rimuovere gli ostacoli che le si frappongono, per accrescere in continuazione i livelli dei consumi, per ampliare il numero dei produttori e consumatori di merci. Lo scontro politico tra di esse si è sempre articolato sulle scelte di politica economica più efficaci per stimolare la crescita e sui criteri di distribuzione del reddito monetario che ne consegue.

4. Per superare la crisi di sistema determinata dall’intreccio della crisi di sovrapproduzione con la crisi ambientale occorre elaborare strumenti di analisi economica e di politica economica diversi da quelli finalizzati a rilanciare la crescita della produzione di merci. E per far questo occorre un soggetto politico capace di dimostrare nei fatti che si può e conviene indirizzare la ricerca scientifica e le innovazioni tecnologiche a ridurre gli sprechi di energia, gli sprechi di materie prime e la quantità dei rifiuti perché solo in questo modo si può creare occupazione; che quindi la crisi economica si può superare soltanto se l’economia viene indirizzata a superare la crisi ambientale. Occorre perseguire una crescita guidata dei settori produttivi funzionali al superamento della crisi ambientale e una decrescita guidata dei settori che la rendono sempre più grave. Lo sviluppo di tecnologie che accrescono l’efficienza nell’uso delle materie prime e dell’energia, che accrescono la durata e la riparabilità degli oggetti, che consentono di recuperare i materiali di cui sono composti quando vengono dismessi, comporta una riduzione dei consumi a parità di benessere. Se al posto degli attuali parametri quantitativi si utilizzassero parametri qualitativi nella valutazione delle attività produttive, la conseguenza sarebbe una diminuzione degli sprechi e della produzione di merci.

5. Un così radicale capovolgimento di prospettiva richiede l’elaborazione di un paradigma culturale diverso da quello che caratterizza il modo di produzione industriale e non può essere compreso nel sistema dei valori e nei parametri concettuali dei partiti che si sono formati nel periodo storico e nei paesi in cui questo modo di produzione si è affermato, perché ne costituisce l’antitesi. Richiede pertanto la formazione di un nuovo soggetto politico che non può limitarsi ad essere un’altra variante dei partiti esistenti, un rimescolamento di carte tra spezzoni di varia provenienza che avvertendo l’insufficienza della strumentazione teorica in dotazione si propongano di arricchirla con qualche utensile in più. Il nuovo soggetto politico, di cui c’è bisogno per sostenere a livello istituzionale proposte coerenti con un paradigma culturale che sostituisca il parametro quantitativo della crescita con parametri qualitativi finalizzati a superare la crisi economica creando occupazione in attività produttive in grado di attenuare la crisi ambientale, non può che collocarsi in uno spazio definito da coordinate diverse da quelle che definiscono lo spazio in cui da più di due secoli si svolge il confronto tra le opzioni politiche di destra e di sinistra.

6. Questo confronto si è ormai definitivamente chiuso con la vittoria della destra, che dovunque ha governato ha dimostrato di saper far crescere la produzione di merci di più e più velocemente di quanto non sia stata capace la sinistra. L’economia di mercato si è dimostrata più efficiente dell’economia pianificata. Nei paesi a economia di mercato la sinistra è stata in grado di competere con la destra solo laddove ha introdotto nel suo apparato concettuale e operativo gli elementi essenziali della cultura della destra. Ma l’economia di mercato ha aggravato i problemi ambientali, economici e sociali: incremento delle emissioni inquinanti, maggiori difficoltà di approvvigionamento di materie prime, delocalizzazione delle produzioni in paesi con manodopera disponibile a lavorare a costi più bassi e con meno garanzie, processi migratori su scala mondiale. La persistenza di questi problemi sociali ha rinsaldato in alcune componenti della sinistra le ragioni per ricostruire un partito politico che non rinneghi il suo patrimonio culturale, ma lo arricchisca con l’impegno sui problemi ambientali. Manca a chi lavora a questo progetto la consapevolezza della necessità di un diverso paradigma culturale. L’equità che persegue è all’interno di questo sistema di produzione. Consiste in una più equa distribuzione della ricchezza monetaria prodotta da un’economia finalizzata alla crescita della produzione di merci.

7. C’è inoltre in Italia chi ritiene che sia necessario fondare un nuovo soggetto politico per dare rappresentanza a settori sempre più vasti dell’elettorato che non si riconoscono in nessuno dei partiti esistenti e sono sempre più nauseati dai livelli di degenerazione raggiunti dal sistema politico, dallo spregio della legalità, dalla diffusione della corruzione, dalla presenza nel parlamento di una nutrita rappresentanza di persone condannate in processi penali, dall’approvazione di leggi che impediscono lo svolgimento di processi a carico di imputati eccellenti e ostacolano le indagini penali, da sanatorie che incoraggiano l’evasione fiscale, da un sistema elettorale che ha sottratto agli elettori la libertà di scegliere i propri rappresentanti istituzionali e l’ha consegnata alle segreterie di partito, dagli intrecci tra apparati dello Stato e organizzazioni criminali, dalle collusioni tra maggioranza e minoranza nella difesa di privilegi intollerabili. Come non essere d’accordo con ogni iniziativa finalizzata a ripristinare la legalità e la sovranità popolare? Ma anche se si ottenesse questo risultato non si sarebbero fatti passi in avanti nella definizione di una politica economica in grado di superare la crisi economica e la crisi ambientale. Se in un contesto di legalità e di democrazia si continuasse a finalizzare le attività economiche e produttive alla crescita della produzione di merci, la disoccupazione, le emissioni inquinanti e i rifiuti continuerebbero comunque a crescere, i problemi energetici e l’effetto serra ad aggravarsi. Si andrebbe comunque al disastro, ma in condizioni giuridicamente ineccepibili.

8. Una più equa distribuzione delle risorse tra le classi sociali e tra i popoli, la tutela ambientale e la difesa della legalità costituiscono dei punti fermi su cui non si può non concordare, ma non sono sufficienti per evitare il collasso della civiltà che sta per essere causato da un sistema economico finalizzato alla crescita della produzione e del consumo di merci. Occorre invertire questa tendenza individuando parametri differenti per le attività produttive; riscoprendo nel fare bene, e non nel fare sempre di più, il senso autentico del lavoro; nello stare bene con se stessi e con gli altri nei luoghi in cui si vive, e non nel tanto avere, il senso della vita. Una presenza politica nelle istituzioni è indispensabile per riuscire di tradurre in misure di politica economica e industriale questa concezione del mondo.

9 Una nuova presenza politica nell’istituzioni è necessaria, com’è necessario che si attui una nuova modalità capace di favorire concretamente buone pratiche di democrazia diretta e diffusa. Diventa così importante:
a) Ascoltare, dialogare, confrontarsi con i cittadini, i comitati, i movimenti, le associazioni, costruendo e alimentando spazi e strumenti di partecipazione autentica che possano favorire scelte e decisioni condivise.
b) Fare della coerenza e della trasparenza principi imprescindibili dell’agire politico.
c) Affermare e praticare l’impegno politico come diritto/dovere di tutti e di tutte, rifiutando il principio della delega ai professionisti della politica.
d) Rifiutare i personalismi, i protagonismi, le gerarchie; favorire la partecipazione diretta, la responsabilità collettiva, lo spirito di servizio per il bene comune.
e) Valorizzare la dimensione locale, il lavoro di territorio, lo sviluppo di comunità per alimentare il senso di solidarietà, di fiducia reciproca, di mutuo aiuto.
f) Sostenere e far interagire le realtà locali che condividono l’esperienza del nuovo soggetto politico, favorendo la creazione di una rete di sostegno alla rappresentanza provinciale, regionale e nazionale.

In questo documento sono enunciati alcuni principi di fondo su cui i proponenti invitano ad aprire un confronto per verificare la possibilità di avviare il processo costituente di un nuovo soggetto politico.

Rete Provinciale torinese dei Movimenti e Liste di cittadinanza:
Comitato di cittadinanza attiva e Lista civica Rivalta Sostenibile, Movimento Piossasco Sostenibile, Gruppo misto di minoranza Alpignano, Lista civica No Inceneritore Beinasco, ANIMO Nichelino, Per il Bene Comune Piemonte, Movimento Alternativa Piemonte, Circolo MDF di Torino.

ASSEMBLEA GENERALE DI TORINO VIVA torino 19 ottobre 2010 cirolo La Fissa via Breglio n.93

I have a dream...


Ho fatto un sogno, è meraviglioso e non intendo più svegliarmi.
Ho sognato che un bel giorno, un giorno non lontano, stanchi di attendere e sperare in tempi migliori, i settori più attivi della società civile si riuniranno per organizzare tutti insieme il cambiamento politico nel nostro paese, creando un’alternativa credibile, seria, affidabile che tutti gli italiani potranno abbracciare al di là dei rispettivi percorsi politici di provenienza.
Un nuovo soggetto politico, estraneo a tutte le vecchie logiche partitiche.
Un movimento fondato semplicemente sul “buonsenso”; quanto basta a capire che la raccolta differenziata è mille volte meglio degli inceneritori, che il risparmio energetico e le rinnovabili sono le vere alternative alla follia del nucleare, che le grandi opere servono solo ai grandi affari mentre sono le “piccole opere” quelle che migliorano davvero la vita della gente!
chi-siamo2Un movimento che sa dire sì quando è il momento di dire sì e no quando è il momento di dire no, in modo chiaro e comprensibile a tutti: sì all’integrazione, al rispetto delle diversità, al pluralismo, alla libertà d’informazione, alla pace. No al razzismo, all’esclusione, al monopolio dell’informazione, alla censura, alla guerra e ad ogni forma di violenza.
Sarà così, riflettendo tutti insieme sui contenuti, che i rappresentanti della società civile -raccolti intorno a un tavolo- si accorgeranno di avere fra di loro molti più punti in comune di quanti non ne abbia mai avuti al proprio interno nessun partito nella storia repubblicana. Si renderanno conto cioè di avere creato in tutti questi anni di impegno silenzioso, non soltanto un orizzonte di valori comuni, ma anche un vero “programma” di azioni da realizzare per risollevare il paese, un programma fondato su una visione della società che nessun partito -fino ad ora- ha mai realmente promosso.
E così, mostrando una saggezza che non si è mai vista in Italia, questi “leader” di un “movimento senza leader” sceglieranno consapevolmente di fare ciascuno un passo indietro, per poterne fare dieci avanti tutti insieme.
Ho sognato che ognuno metterà da parte per un attimo quel pizzico di orgoglio, più che legittimo… direi quasi sacrosanto, per i percorsi meravigliosi che ha creato fino ad ora e rinuncerà alla propria sigla, al proprio nome, al proprio logo, per vederne i contenuti aprirsi all’intera società.
Sarà un atto di coraggio e grandezza d’animo, oltre che di lungimirante umiltà!
Un gesto di portata storica, che aprirà uno scenario nuovo per il paese.
E sarà così che in un solo giorno decideranno di fondersi tutti insieme -per un obiettivo comune- le associazioni di volontariato, i comitati, i movimenti e le liste civiche territoriali, le reti di comuni e gli enti locali virtuosi, il mondo del commercio equo e dei gruppi di acquisto solidale, le esperienze di finanza etica e di consumo critico, il mondo ecologista e quello pacifista, i comitati per i beni comuni e quanti si battono contro tutte le mafie… per creare uno straordinario progetto politico unitario ed aprirsi ad ogni singolo cittadino onesto del nostro Paese!E tutti insieme creeranno un Partito ispirato al buonsenso e fondato sull’onestà, che inizierà da subito a presentare il proprio programma su internet, nelle piazze, in tutte le riviste della società civile, nei bagni in spiaggia e nelle baite in montagna, nelle liste d’attesa dei pediatri e delle poste, nei pub e ai concerti… spinto dall’entusiasmo di milioni di volontari di ogni età che ritroveranno finalmente il piacere di impegnarsi civilmente per il proprio paese.
chi-siamo3I sondaggi presto rileveranno il peso enorme di questo partito, per cui presto anche le tv non potranno più ignorarlo e la visibilità sarà così moltiplicata.
I tentativi di screditarlo -e ve ne saranno diversi- falliranno miseramente, perché la credibilità delle persone che lo rappresentano è tale che non potrà essere smontata così facilmente.
I migliori esponenti della società civile, infatti, si impegneranno in questa sfida che la storia ha posto sul loro cammino.
Gli altri partiti, terrorizzati, reagiranno come possono, alla vecchia maniera, facendo mirabolanti promesse a cui nessun italiano ormai crede più e insinuando che i rappresentanti del nuovo “partito” non possono essere all’altezza della sfida, troppo inesperti dei meccanismi della politica e dell’economia…
A quel punto però nessuno li ascolterà, né replicherà, perché il “programma di governo” della nuova realtà è ormai chiaro a tutti e soprattutto pare scritto dalla gente, finalmente.
Si taglieranno gli inutili e costosissimi investimenti in armi, così come tutti i vergognosi privilegi della Casta, si riaffermerà con forza il valore della cultura, dell’istruzione pubblica, della sanità pubblica, dell’acqua pubblica, si ridistribuirà finalmente la ricchezza nel paese dopo decenni di accresciuta disuguaglianza, si stringerà un patto di solidarietà fra le generazioni che interromperà quella odiosa “guerra fra genitori e figli” sul piano professionale, sociale ed economico.Liberi dalla paura, così a lungo strumentalizzata per fini elettorali, si ritroverà il piacere di uscire di casa, di stare insieme, di incontrare l’altro. Il razzismo sarà sconfitto dall’amicizia (e quando è il caso anche dall’amore) promossa da precise politiche volte a favorire l’incontro fra le culture.Le esperienze virtuose -dopo innumerevoli e conclamati successi- verranno prese a modello per tracciare le politiche nazionali, finalmente improntate su una sana ricerca della felicità, più che sulla assurdità della crescita illimitata del PIL.chi-siamoL’occupazione ripartirà fondata su base più solide, libera dalle fluttuazioni e dalle speculazioni della finanza e più concretamente incentrata sull’economia reale, sull’energia verde, sugli scambi locali, sulla solidarietà. Una solidarietà che andrà anche oltre le frontiere affrontando le sfide globali della fame, della sete, dell’analfabetismo, del lavoro minorile, con la necessaria efficacia.Ho sognato che la stragrande maggioranza degli italiani -gente onesta che si alza la mattina per andare a lavorare, fa la fila in posta, rispetta il rosso al semaforo- troverà nel “Partito del buonsenso e dell’onestà” il proprio riferimento naturale alle elezioni, e milioni di cittadini che avevano abbandonato il voto perché esasperati e delusi, ritorneranno alle urne non dovendo più scegliere il “meno peggio”, ma potendo finalmente scegliere il “meglio”!
E così alle elezioni sarà un vero trionfo e la gente tornerà a sorridere, libera da quel velo grigio che impedisce oggi di guardare al futuro con speranza e serenità.
Le divisioni ideologiche presto saranno dimenticate e i nostri nipoti un giorno non riusciranno a capire, studiando la storia sui libri di testo, come noi abbiamo potuto impiegare tanto tempo prima di renderci conto di avere la forza necessaria e le capacità sufficienti per realizzare questa rivoluzione pacifica, prima di divenire consapevoli che questo sogno poteva davvero divenire realtà

martedì 12 ottobre 2010

Appello “Io Cambio: Decidere il Futuro” Bologna venerdì 15 ottobre (14,00/19,00) e sabato 16 ottobre (9,30/18,00) "La Scuderia" Piazza Verdi 2

Care Amiche, cari Amici,
la Costituente Ecologista entra finalmente nella fase operativa. Lo scorso 24 settembre, a Roma, è stato presentato alla stampa l’Appello “Io Cambio: Decidere il Futuro” (www.costituentecologista.it.) attraverso il quale le prime cento personalità del mondo della scienza, della cultura, dell’informazione e dell’associazionismo ambientalista, hanno condiviso l’idea di dare il proprio contributo alla nascita di una moderna e ampia aggregazione civica, ecologista e democratica.Come anticipato in quell’occasione, i firmatari dell’Appello e tutti coloro che sono interessati a costruire questo progetto, si ritroveranno per un primo informale incontro a Bologna venerdì 15 ottobre (14,00/19,00) e sabato 16 ottobre (9,30/18,00) presso "La Scuderia" Piazza Verdi 2.
Sarà l’occasione dove poter discutere delle modalità del nostro percorso, dei successivi appuntamenti e fare un primo confronto sui contenuti programmatici. Avremo modo quindi di valutare la possibilità di riconvocarci entro fine anno per un appuntamento più ampio, un workshop eventualmente incentrato su aree tematiche dove elaborare, confrontare, lavorare su proposte concrete di programma. Contiamo sulla Vostra presenza e Vi preghiamo di confermarla rispondendo a questa mail.
Vi invitiamo, inoltre, qualora non l’aveste già fatto, a sottoscrivere l’appello sul sito www.costituentecologista.it
Cari saluti,

Gli impianti a biomasse sono un assurdo da L’Eco del Chisone del 29 settembre 2010


Gli impianti a biomasse sono un assurdo sotto diversi punti di vista. Un assurdo dannoso Gli unici impianti che possono avere una ragione di esistere sono quelli alimentati da scarti vegetali (locali) non altrimenti utilizzabili: sfalci, potature, scarti anzichè diventare rifiuto vengono bruciati ricavandone energia.
Altra cosa è impegnare terreno fertile, in grado di produrre cibo, per far crescere piante da fare successivamente a pezzi per bruciarle, inquinando. Utilizzando oltretutto un processo a scarsa efficienza energetica. Insostenibile se, come succede il più delle volte, alla centrale non viene collegato un teleriscaldamento per sfruttare il calore residuo. Non sostenibile ambientalmente e non conveniente economicamente: al punto che l’unica ragione per cui le centrali sono investimenti interessanti consiste negli “ecoincentivi”. Aiuti statali all’imprenditoria privata che passano inosservati sotto gli occhi dei paladini del libero mercato. Risorse distratte da altri impieghi pi&ugr ave; urgenti. Risorse distribuite spesso con la logica feudale del concedere benefici a pochi vassalli fidati in combutta con politici interessati. Risorse che potrebbero essere distribuite equamente e capillarmente nella collettività: ad esempio con l’aumento degli sgravi fiscali sugli impianti solari al posto della riduzione in corso.
L’articolo che segue fotografa la realtà delle cinture di Torino ( da Marco… )

BIOMASSE: “UNA CENTRALE SOLO PER IL BUSINESS”
di Daniele Arghittu
Gli esperti del comitato Luserna attiva spiegano le ragioni del “no”
I cittadini hanno deposto già 1500 firme - Un problema anche politico
Prima di parlare di argomenti, cominciamo dai numeri: il comitato Luserna attiva, nato per contrastare il progetto di una centrale a biomasse nei pressi del centro di Airali, ha già depositato 1.500 firme di cittadini contrari. E la raccolta continua ancora, con buone possibilità di arrivare a 2.000: sottovalutare queste cifre sarebbe suicida per qualsiasi Amministrazione. «Voi siete stati votati per rappresentare i vostri cittadini - è stato detto a maggioranza ed opposizione al termine di un partecipatissimo incontro promosso dal comitato medesimo, venerdì 24 settembre, all'auditorium del municipio -. E la cittadinanza ha già espresso il proprio parere».Un bel grattacapo per il sindaco Livio Bruera, che deve fare i conti con le richieste (legittime) del gruppo di privati che vogliono impiantare la centrale.Bruera, più volte chiamato in causa, ha ribadito alla fine la necessità di proseguire nelle occasioni di informazione e di confronto, preannunciando un incontro pubblico nella prima decade di ottobre alla presenza di tecnici ed esperti. I tempi sono ristretti, perché i128 ottobre si aprirà la Conferenza dei servizi propedeutica all'autorizzazione della centrale, oggi ipotizzata tra il canale Pralafera e la zona del condominio Vittoria. Una collocazione di ripiego - visto che la prima era in zona considerata esondabile - che non suscita di certo gli entusiasmi di nessuno.Il comitato Luserna attiva - gruppo di cittadini senza colore politico - ha invitato alcuni professionisti a motivare le ragioni del "no". In avvio del dibattito, moderato da Giuseppe Dezzani, uno dei membri del comitato, Michele Bettolino, ingegnere e rifiutologo, esponente di Legambiente dal 1987, ha fotografato la situazione: «Al momento in Piemonte ci sono 320 richieste di autorizzazione per complessivi 180-190 Megawatt elettrici: una cifra che triplicherebbe le presenze attuali».Bettolino ha spiegato le ragioni di quest'impennata di richieste: «Gli impianti a biomasse sono un business, perché sono fortemente incentivati dagli enti pubblici mediante il sistema dei certificati verdi. Nel caso di Lusema S.G., con 6,8 milioni d'investimento iniziale, i proponenti potrebbero, in base ai miei calcoli, guadagnare 24,5 milioni in 15 anni. Soldi provenienti dalle tasche dei contribuenti sulle cui bollette lo Stato trattiene il 7 per cento proprio per finanziare iniziative di questo tipo.
ENERGIA ARCAICA - A detta dell'ingegnere di Legambiente, le biomasse non sono considerate, in altri Paesi, una vera fonte di energia rinnovabile ed ecologica: «Possono portare benefici sull'emissione di anidride carbonica, ma rilasciano quantitativi di ossido d'azoto e di polveri sottili decisamente più alti rispetto al petrolio e al gasolio. Anche la produttività sarebbe limitata: «Si tratta di una fonte arcaica e poco redditizia: lo diventa solo grazie ai contributi pubblici».
La grande discriminante è nella finalità delle centrali a biomasse: se, come ad esempio in Alto Adige, sono indirizzate alla produzione di calore per alimentare il teleriscaldamento, allora anche gli esperti del comitato le ritengono «virtuose. Ma in quel territorio sono quasi tutte sorte per iniziativa e sotto controllo degli enti pubblici, che non si pongono l'obiettivo del business economico. Per fare affari, invece, bisogna produrre energia elettrica. E, per farlo, occorre bruciare il cippato a temperature molto più alte: «Emettendo, in questo caso, polveri più sottili e decisamente più pericolose per la salute», ha sintetizzato il medico Tullio Guazzotti: «Malgrado le centrali a biomasse abbiano un sistema di doppio filtraggio - meccanico ed elettrostatico - esso non può trattenere le parti solide più fini. E le conseguenze, vista anche la conformazione della valle, si rifletterebbero sulla qualità dell'aria dell'intera zona»UN PROBLEMA DI VALLE - Secondo il comitato, dunque, non si tratta di un problema solo lusernese. All'incontro di venerdì sera erano stati invitati i sindaci di tutti i Comuni della valle: ma nessuno dei colleghi di Bruera era presente. Specifico di Luserna S.G. - e in particolare della zona a ridosso della progettata centrale - sarebbe invece il problema del deprezzamento delle case, confermato dagli esperti ("anche se è ancora impossibile da quantificare", ammette il geometra Massimo Romero).In definitiva, sarebbe importante appurare la reale destinazione d'uso della progettata centrale. La Pralafera Energy Farm ha sempre asserito che il core business sarebbe l'alimentazione di una rete di teleriscaldamento (meno impattante sull'ambiente, anche perché potrebbe sostituire impianti più vecchi ed inquinanti alimentati a gas o gasolio). Ma Bertolino ha affermato: «Nel progetto non vedo traccia di questo progetto. A mio modo di vedere si vuole produrre energia elettrica. Il calore sarebbe solo un residuo».Nunzio Sorrentino, esponente di un analogo comitato a None, è andato giù duro: «È già successo che si prometta il teleriscaldamento, ma poi non si realizzi affatto». Poi un consiglio su come agire: «Non puntate sull'inquinamento, le emissioni sono modeste. Dovete invece chiedervi: il privato ha un suo interesse, ma quello del paese qual è? Come società civile avete diritto di chiedere di essere protagonisti della decisione. E il Comune ha un peso fondamentale: dovrebbe essere il vostro paladino». A None, dopo qualche incertezza iniziale, l'Amministrazione si è compattata contro il progetto. A Luserna S.G. ci sono ancora molti distinguo. In seno alla maggioranza ci sono sensibilità diverse e non tutti condividono la prudenza del sindaco Bruera.

lunedì 11 ottobre 2010

Per ‘Terra’ – pubblicato il 9 ottobre 2010 “Costituente ecologista”: una sfida europea per tutti gli ecologisti italiani di Marco Boato

Giorno dopo giorno, dalle più diverse parti dell’Europa e del mondo, arrivano non solo notizie catastrofiche riguardo all’ambiente (dal Golfo del Messico al dramma ungherese, per citare le più recenti), ma anche novità importanti e confortanti per quanto riguarda il consenso crescente sul piano internazionale alle forze politiche verdi ed ecologiste ed ai loro rappresentanti più significativi. Basti pensare che in Svezia, alle recenti elezioni politiche, i Verdi si sono collocati come la terza forza politica, con oltre il 7% pur in un contesto complessivo di forte svolta a destra di quel paese, un tempo patria della socialdemocrazia. E qualche giorno fa in un piccolo Stato dell’Europa dell’Est, la Lettonia, e nel più grande Stato dell’America Latina, il Brasile, i Verdi hanno conquistato circa il 20%, con un ruolo ora determinante di Marina Silva (ex-ministro dell’Ambiente di Lula, poi dimessasi per dissenso sulle questioni ecologiche) in vista del secondo turno delle elezioni presidenziali brasiliane.
Nel frattempo, i sondaggi d’opinione in Germania stanno registrando un consenso ogni giorno crescente per i Grünen (dati addirittura al 24%, oltre dieci punti in più rispetto ai risultati ottenuti alle elezioni politiche ed europee), mentre in Francia proprio in queste settimane si sta consolidando il processo costituente di Europe écologie, la formazione ecologista guidata politicamente da Daniel Cohn-Bendit, che ha ottenuto risultati straordinari (superando le angustie del partito verde francese) sia alle elezioni europee che alle successive elezioni regionali.
E’ in questo contesto europeo e mondiale che si colloca e deve collocarsi la prospettiva della “Costituente ecologista” italiana, pur nella piena consapevolezza che questa nuova iniziativa politica e culturale deve fare i conti sia con l’attuale frammentazione del variegato arcipelago ecologista nel nostro paese, sia con la drammatica debolezza storica e soprattutto recente dei Verdi italiani, giunti dopo le elezioni politiche del 2008 e le elezioni europee del 2009 alla soglia dell’autodistruzione e della sostanziale scomparsa e irrilevanza politica (con le significative eccezioni del Sudtirolo e del Trentino, che proprio per questo però eccezioni restano).
Il punto di svolta si era verificato dopo le elezioni europee, con la diffusione a livello nazionale del primo “Appello agli ecologisti” e successivamente con la mozione congressuale “Il coraggio di osare”, nella quale la proposta di superamento dei Verdi verso la prospettiva strategica della Costituente ecologista era accompagnata da una doverosa e spietata autocritica: “Abbiamo per troppi anni rinunciato a parlare a tutti i cittadini, per rivolgerci ad una parte limitata e ideologizzata della popolazione, dimenticando colpevolmente che le nostre tematiche sono universali e trasversali. Questo ha portati i Verdi ad essere interlocutori solo di parti limitate e non di tutti”. E ancora: “C’è un aspetto che dobbiamo affrontare con risolutezza e che riguarda noi stessi, ovvero la nostra inadeguatezza. Non siamo stati all’altezza del compito e la deriva degli ultimi anni rappresenta un punto di non ritorno”.
Soltanto sulla base di queste premesse spietatamente autocritiche poteva risultare credibile, fin dal Congresso di Fiuggi dell’ottobre 2009, la prospettiva di rilanciare nel paese “un forte progetto ecologista popolare, capace di dare una risposta, anche assumendo responsabilità di governo, alla crisi economica globale, ai cambiamenti climatici, all’aggressione al patrimonio e alle risorse naturali, ai diritti di tutti gli esseri viventi. Un progetto che metta al centro della propria azione la lotta alla povertà e ai cambiamenti climatici attraverso una programmata riconversione ecologica del economia e della società”. E ancora: “Dobbiamo quindi lavorare per fare in modo che la questione ecologica diventi centrale nella politica e nella società del nostro paese, consapevoli che le nostre proposte sono già, in tutto il mondo, il motore per avviare una radicale trasformazione della nostra società e dell’economia, in un percorso culturale e politico di ricostruzione del senso di appartenenza ad una comunità quale soggetto collettivo”.
Già nella mozione congressuale di Fiuggi era contenuta la consapevolezza della radicale insufficienza dei Verdi da soli ad affrontare questa sfida epocale: “E’ evidente che non possiamo avviare un simile ed ambizioso processo da soli. Dobbiamo, perciò, lavorare da subito per costruire una ‘rete ecologista’ assieme a quel grande movimento di milioni di uomini e donne che – in migliaia di comitati, associazioni, pratiche comuni collegate tra loro – si occupano di ecologia, diritti, pace, nonviolenza, nuova economia, legalità, cooperazione internazionale e decentrata, democrazia. E tutto ciò recuperando alla causa militante ecologista quelle intelligenze che lavorano in questa direzione nel mondo della ricerca, della scienza, della cultura, dell’informazione e dell’imprenditoria”.
C’è dunque voluto un anno di impegno, di contatti, di elaborazione e di riflessione, per arrivare finalmente, lo scorso 24 settembre, alla pubblicazione del nuovo appello “Io cambio! Decidere il futuro” per “una Costituente ecologista, civica e democratica”, sottoscritto nella fase iniziale da un centinaio di persone, in minima parte (e intenzionalmente) Verdi ‘storici’, che rappresentano uno straordinario spaccato non solo dell’universo ecologista italiano, ma anche del mondo universitario, della cultura, della scienza, del giornalismo e della comunicazione, dell’ambientalismo storico e nuovo, della ricerca e del volontariato.
“Eppur si muove”, verrebbe da esclamare, con una reminiscenza galileiana, di fronte a diffuse forme di scetticismo, di perplessità, di incredulità, che si sono manifestate nel corso dei mesi di ‘gestazione’. Appunto, anche per un parto naturale ci vogliono nove mesi, e altrettanti sono stati necessari per evitare false partenze o iniziative velleitarie, che apparissero come ‘ridipinture’ improvvisate anziché la nascita di un autentico e partecipato processo costituente.
Naturalmente, il più è ancora da fare e da elaborare, sia sul piano dei contenuti (rispetto ai quali l’appello “Io cambio!” è intenzionalmente solo una traccia indicativa, ma col merito della elaborazione collegiale), sia sul piano politico-organizzativo, che deve saper superare le strettoie della vecchia forma partito. L’appello si conclude giustamente con questi intenti molto aperti: “Vogliamo dare il nostro contributo alla nascita di una moderna e ampia aggregazione ecologista, civica e democratica che – come accade in Europa con i significativi successi delle forze ecologiste – sappia affrontare questo insieme di problemi unendo in una nuova stagione di impegno civile e politico le migliori intelligenze, esperienze, associazioni, realtà politiche e sociali in un movimento federato che costruisca anche una nuova credibilità in politica degli ecologisti italiani”. E ancora, nella dichiarazione finale: “Vogliamo costruire insieme un nuovo soggetto politico che sia costituito da una rete locale e nazionale, aperta, libera e plurale, e che sappia rivolgersi – trasversalmente e senza gli antichi confini ideologici – a tutti i cittadini e a tutte le cittadine, che sappia parlare ai più giovani, che li sappia incontrare e coinvolgere, per rispondere positivamente alla domanda di cambiamento e di partecipazione che viene dal nostro Paese e al grido di aiuto che sale dal nostro Pianeta, con voci innumerevoli, di ogni specie vivente”.
Nei prossimi giorni, a Bologna, il 15 e 16 ottobre si svolgerà un primo Meeting finalizzato a passare collegialmente dal testo dell’appello “Io cambio!” alla elaborazione di punti cardine di carattere programmatico e a prime proposte sul piano politico-organizzativo. Un work in progress che dovrà vedere iniziative analoghe anche a livello territoriale, costruendo appunto una ‘rete’ nazionale e locale con una struttura leggera e federativa. Un mese dopo, il 18 novembre a Roma, ci sarà un incontro pubblico con Daniel Cohn-Bendit, ispiratore e promotore insieme a molte altre personalità francesi, di Europe écologie, che avrà la prima occasione politica di confrontarsi e di rapportarsi anche col processo costituente ecologista italiano, nella dimensione europea. “Eppur si muove”, dunque. Il percorso è iniziato e sarà lungo. Qualcuno ha parlato anche di “traversata nel deserto”. Ma la carovana si è messa in moto, con molte persone, con molti carri. E con una buona bussola.

Comitato Parco Lancia www.parcolancia.blogspot.com/ 4 ottobre 2010


Il 30 settembre si è consumato il penultimo atto di un’operazione immobiliare e finanziaria - con forti connotati speculativi - ai danni dei cittadini torinesi.
Il penultimo atto a cui ci riferiamo riguarda la messa in scena inerente il assaggio in II Commissione Consiliare del Programma Integrato Area Lancia e Limone Sud. Il programma è stato liberato per l’aula con il sostegno “compatto” dei gruppi consiliari del PD, dei Moderati, di Italia dei Valori, e di Sinistra e Libertà, rigettando tutte le osservazioni presentate dal Comitato Parco Lancia e alle associazioni Ambientaliste.L’atto finale è stato votato oggi in Sala Rossa.
Il teatrino della politica cittadina ci ha consentito di osservare come la maggioranza, “compatta”, aveva gia deciso, malgrado gli allegati alla delibera - osservazioni e controdeduzioni - fossero stati trasmessi ai Consiglieri solo il mattino. Emblematico l’intervento del Consigliere Bruno dei Moderati in risposta alla Consigliera Silvestrini (PRC) che aveva richiesto chiarimenti e formulato dubbi e critiche: ….. tanto la maggioranza ha già deciso, l'Assessore ha la fiducia del centro-sinistra, e quindi è inutile continuare a discutere. .. ci chiediamo allora a che servono le Commissioni Consiliari ?
Le osservazioni al PRIN (Programma integrato), in variante al Piano Regolatore presentate dal Comitato Parco Lancia e dalle Associazioni Ambientaliste ponevano l’accento sull’eccessivo – e ingiustificato - incremento delle capacità edificatorie concesse alla Società Torino Zero Cinque (la stessa operante sull'area Ex-ISVOR) senza alcun vantaggio per la Città, evidenziando le pesanti ricadute negative sul paesaggio e sul già precario sistema dei parcheggi e del traffico dell’ambito territoriale interessato.Il PRIN, in variante al PRG (approvato nel 95’), attraverso un cospicuo incremento di SLP, prevede:l L’aumento dell’indice di edificabilità territoriale da 0,7 a 1,02 mq di SLP/mq ST;L’aumento delle capacità edificatorie complessive ZUT + ATS da 41.090l mq a 58.570 mq di SLP (circa il 43% in più) con un incremento di SLP di 17.480 mq;ed offre all’operatore la possibilità di realizzare ca. 230 nuovi alloggi in più, nonchè la costruzione di 2 edifici a torre che (bontà degli stessi operatori) non supererenno l'altezza del Grattecielo Lancia.
L’importo accettato dalla Città quale compartecipazione dell’ente locale alla valorizzazione è di 2 milioni e mezzo di euro di risorse aggiuntive, quando poteva incassarne secondo gli uffici almeno 4 milioni e secondo il Comitato almeno 9 milioni.
A fronte dei cospicui regali fatti alla Società Torino Zero Cinque, lo stesso giorno, il 30 settembre, l’Assessore al bilancio Guido Passoni, dichiarava su “La Stampa” …. La cruda realtà è che, a tre mesi dalla fine dell’anno, ieri il Comune è stato costretto a tagliare 17 milioni di euro, in un colpo solo e in corso d’opera. L’ha fatto «incidendo con il bisturi; non sulla pelle, direttamente sull’osso», per dirla con l’assessore al Bilancio Gianguido Passoni, andando a sfrondare 100 mila euro di qua, 200 di là, fino a raggiungere il traguardo. Il guaio è che non è finita: entro fine anno Palazzo Civico dovrà recuperare altri 27 milioni, ma stavolta non si andrà a operare «sull’osso», si prenderanno di mira gli investimenti.Una delle otto osservazioni formulate dal Comitato Parco Lancia riguardava infatti proprio la quantificazione dei cosiddetti “oneri di valorizzazione” derivanti dalla variante urbanistica.
Poiché già in sede di adozione del PRIN le risposte dell’Amministrazione in merito erano sembrate evasive e poco convincenti (gli interventi in Sala Rossa della Lega, del PDL, RC e degli stessi esponenti della maggiaranza lo dimostrano!), il Comitato, con la consulenza di Professionisti esperti in materia, ha elaborato un Piano economico finanziario dell’intervento con un’attenta Analisi costi-ricavi, formulata prevedendo 4 diversi scenari.
Il dato sorprendente è che: se il PRIN verrà approvato con i parametri di trasformazione urbanistica proposti e accettati dalla Città, l’incremento di valore degli immobili oggetto di trasformazione è di 18,5 milioni di euro.
In relazione a ciò, il Comitato aveva proposto di condividere tra Città e operatore la valorizzazione ottenuta, chiedendo di far versare alla Società Torino Zero Cinque 9,25 milioni di euro.
Riportiamo di seguito la risposta della Città all’osservazione del Comitato:
“ …. Come ordinariamente viene effettuato nell’ambito di varianti urbanistiche al PRG che inducano una valorizzazione dell’area a beneficio di soggetti privati, è stata condotta un’analisi puntuale nel merito da parte del Settore Valutazioni Patrimoniali, con il supporto del Dipartimento Casa Città del Politecnico di Torino. Questa procedura assicura oggettività e imparzialità, assumendo valori ordinari di mercato desunti da una pluralità di fonti informative.
Nel caso in esame, a seguito di tali approfondimenti è stato valutato congruo, in linea con i parametri ordinariamente adottati, un importo da richiedere agli operatori, quale compartecipazione dell’ente locale alla valorizzazione, pari a circa 4 milioni di euro.
Tale valutazione è stata comunicata agli operatori, i quali hanno però eccepito che i valori assunti a base della determinazione della valorizzazione indotta dalla variante (costi e, soprattutto, ricavi e tempi) risultano eccessivamente ottimistici. Hanno accettato la valutazione alla condizione di corrispondere il valore soprarichiamato non in denaro ma in natura, provvedendo alla cessione alla Città di una porzione dell’edificato che, sulla scorta dei parametri adottati nella valutazione stessa, ha tale valore.
In alternativa, come già illustrato in sede di atto di adozione, gli operatori si sono dichiarati disponibili a versare, all’atto della stipula della convenzione, una somma pari a 2,5 milioni di euro..”.
Dalla risposta del Comune emergono due elementi fondamentali:
1. nell’ambito di varianti urbanistiche al PRG che determinano una valorizzazione degli immobili a beneficio di soggetti privati il Comune riconosce l’importanza strategica di un’attenta analisi economico finanziaria per determinare l’incremento di valore degli stessi immobili;
2. il Comune non contesta i dati dell’analisi condotta dal Comitato (anzi non vengono neanche citati), ma richiama quella elaborata dal Settore Valutazioni Patrimoniali, con il supporto del Dipartimento Casa Città del Politecnico di Torino, di cui nella documentazione ufficiale (e non solo in quella ufficiale!) non vi è traccia.
Se tale documento è da considerarsi strategico per operazioni di questo tipo, ci chiediamo per quale motivo viene allegato alla delibera di approvazione quello elaborato da Parco Lancia e non quello “più autorevole” (che ha determinato il valore aggiunto approvato dall’Amministrazione), formulato dal Settore Valutazioni Patrimoniali, con il supporto del Dipartimento Casa Città del Politecnico di Torino.
Pubblicare il documento (allegandolo agli atti), ci sembra un’operazione di “trasparenza amministrativa” dovuta ai Cittadini, ai quali, in questo momento di crisi, vengono richiesti enormi sacrifici.
Casi analoghi, in altre grandi città, vengono trattati con maggiore trasparenza.
Ad esempio, a Roma, il nuovo Piano approvato dalla Giunta Alemanno (2008) prevede che il proprietario del suolo può fruire di ulteriore edificabilità corrispondendo al Comune parte delle aree, circa un terzo, o un contributo straordinario predeterminato, pari al 66,6% della valorizzazione ottenuta.
Applicando gli stessi parametri del Piano di Roma, la Società Torino Zero Cinque avrebbe dovuto versare alla Città di Torino, come oneri aggiuntivi, la somma di 12,2 milioni di euro.
A meno di un anno dalle prossime elezioni amministrative, non ci stupisce il voto compatto dei Consiglieri di maggioranza. La fiducia a “scatola chiuso” agli atti della Giunta, quasi certamente assicurerà loro un posto in prima fila nelle liste elettorali!
Peccato per loro che, se l’Amministrazione comunale continua ad adottare politiche di governo del territorio senza tenere minimamente conto delle richieste dei Cittadini, i posti in prima fila saranno presumibilmente quelli dell’opposizione!

Se l'Europa riscopre il vecchio Tobin di Alfiero Grandi

La Tobin tax entrò negli obiettivi del programma del 2° Governo Prodi. Purtroppo la sua attuazione non fu realizzata nei 2 anni di vita del Governo. Tra proponenti e sostenitori se ne sono occupati in tanti. Oggi la disatrosa crisi finanziaria internazionale ha costretto a discutere di forme di regolazione dei mercati finanziari e di Tobin tax si è cominciato a parlare anche nelle sedi internazionali. Ne hanno parlato in tanti: dal banchiere che presiedeva il corrispettivo inglese della Consob italiana fino, più recentemente, a Sarkozy nel discorso all’ONU. Ora l’Unità ha rilanciato meritoriamente la proposta e questo potrebbe consentire di riprendere a discutere di attuazione.Visti i complessi problemi posti dalla crisi finanziaria e dalle sue disastrose conseguenze la Tobin tax è uno degli strumenti di intervento sui mercati finanziari.La crisi finanziaria internazionale ha messo a nudo le contraddizioni e le storture del sistema finanziario internazionale, che sono ben maggiori dei mutui subprime. In campo finanziario la globalizzazione è reale. I capitali si muovono da tempo in grande libertà e decidono le fortune o la caduta dei sistemi economici nazionali e lo fanno in assenza, o quasi, di regole.
Anzi, prevale tuttora una concorrenza tra aree del mondo attraverso il trattamento più favorevole da riservare ai movimenti dei capitali. L’attività finanziaria è cresciuta oltre i livelli immaginabili. C’è chi ha calcolato che ben oltre il 90 % delle attività finanziarie non hanno alcun rapporto con le attività reali della produzione, dei servizi, delle attività materiali o immateriali. I capitali che si muovono nel mondo sono enormi, molte volte il PIL mondiale annuo.Questa ipertrofia finanziaria ha favorito lo spiazzamento delle attività produttive e reali, ha relegato il lavoro nel punto più basso della scala dei valori sociali.Se l’attività finanziaria è cresciuta, parafrasando Sraffa, producendo denaro attraverso denaro, gli effetti nefasti sono stati molto concreti e reali.La beffa è doppia: prima la crisi finanziaria ha trascinato l’economia nella recessione, poi il risanamento dei conti pubblici viene scaricato sugli stessi che ne hanno già pagato le conseguenze in termini di disoccupazione, caduta dei redditi, ecc.
Nei giorni cruciali della crisi finanziaria c’è stata una fase in cui le urla contro i nuovi untori del mondo finanziario si levavano altissime. Passata la fase più acuta e incerta, gli ambienti finanziari hanno capito rapidamente che si poteva parlare alle vecchie abitudini. Questo è anche un problema di democrazia: alcuni centri finanziari nelle attuali carenze di regole possono decidere della vita e della morte di un’economia nazionale (vedi Grecia) mentre la discussione dovrebbe iniziare proprio dall’opportunità o meno di consentire che alcuni prodotti finanziari continuino ad esistere, a quali regole debbono sottostare altri prodotti, e a quali condizioni possono essere consentiti altre attività ancora. Soros ha detto: “un mercato globale ha bisogno di regole globali”. Purtroppo la libera circolazione dei capitali è avvenuta prima di definire le regole. Occorre che vengano stabilite precise regole e chiari divieti.Le Autorità debbono avere il potere di controllare tutti i prodotti finanziari, vietando senza ambiguità quelli rischiosi che vivono perché offrono il miraggio di facili guadagni.La crisi finanziaria internazionale non ha ancora esaurito i suoi effetti. Le previsioni dciono che prima del 2015 l’occupazione non tornerà ai livelli precrisi, l’economia dei paesi cosiddetti forti segna il passo, l’occupazione è ferma e quindi le conseguenze della crisi finanziaria internazionale si stanno prolungando nel tempo.
Quindi l’idea, foss’anche l’utopia, di un nuovo ordine regolatore mondiale dei mercati finanziari (una nuova Bretton Wood) da raggiungere anche per gradi è di grande attualità. E’ uno snodo decisivo, senza affrontare il quale il governo dei processi economici è quasi impossibile.Il mercato non è in grado di regolarsi da solo. Può solo essere regolato dalle scelte politiche. La teoria della mano invisibile che regola non tiene. La mano che regola deve essere visibile e guidata dalle scelte politiche.La Tobin tax in questo senso va vista solo come un primo passo che avrebbe il merito di rendere conoscibile un mercato finanziario largamente opaco, naturalmente occorre porsi il problema di un sistema di regole più complesso e cogente della Tobin.La Tobin tax è un granello ma può essere molto utile, a condizione che ciascuno faccia la sua parte.