venerdì 31 agosto 2012

L'Asse Francia-Germania di Alfiero Grandi

Francia e Germania hanno costituito un gruppo di lavoro per avanzare proposte di riforma dell’attuale assetto europeo, mettendo la parola fine alle chiacchiere sui ruoli protagonisti di altri Stati in Europa. L’asse tra i 2 paesi più importanti dell’area euro conferma che, seppure per ragioni diverse, c’è un nucleo europeo centrale e il resto fa corona. La Francia di Hollande cerca di non restare schiacciata sui paesi più deboli, sotto attacco, anche se lo fa con un certo stile, come conferma l’insistenza per una posizione europea che faccia restare la Grecia nell’euro. La Germania ha interesse a non restare isolata e vuole evitare che si formi un’area di paesi guidata dalla Francia. L’Italia in questo quadro non c’è. Anzi, Angela Merkel spinge perché sia la Spagna che l’Italia chiedano l’intervento del fondo denominato (a torto) salvastati, accettando ulteriori condizioni. La Grecia è stata umiliata, l’Italia verrebbe trattata un poco meglio, ma dovrebbe comunque accettare ulteriori imposizioni dall’Unione europea e dalla Bce, attraverso un memorandum contenente ulteriori impegni. Per questo Monti ha cercato in ogni modo di allontanare l’amaro calice della richiesta di aiuto al fondo salvastati. Monti ha affermato testualmente: “Non voglio che l’Italia, dopo gli sforzi e i risultati ottenuti, sia sottoposta ad una sorta di commissariamento intrusivo”. Se lo dice lui… Eppure dopo il vertice europeo di fine giugno la decisione di dare vita al fondo salvastati era stata salutata da Monti come un successo del suo Governo. C’era stato un entusiasmo eccessivo ? In realtà l’accordo di fine giugno è una polpetta avvelenata. Nella migliore delle ipotesi è la via per obbligare i paesi che chiedono aiuto per anni. Non prevede un intervento automatico per mantenere lo spread ad un livello accettabile. Per questo lo Stato che ha bisogno di aiuto deve avanzare una richiesta formale per ottenerlo e accettare gli ulteriori impegni vincolanti che gli verranno dettati. Non è previsto che l’intervento di aiuto sia a carico degli Stati che stanno guadagnando dalla speculazione che spinge i loro tassi a zero, e anche sotto. Quindi l’onere, alla fin fine, è sulle spalle dello Stato che ha più bisogno. Non è previsto un intervento sui titoli pubblici a scadenza decennale, sui cui tassi si misura il mitico spread. Infatti i mille miliardi di liquidità immessi dalla Bce sono prestiti per 3 anni, per questo le banche non comprano titoli pubblici a 10 anni. Così sarà anche per gli interventi della Bce che prevede di intervenire solo sui titoli pubblici a breve. Eppure anche il Governatore Visco ha chiarito che senza risolvere il problema degli spread la politica monetaria europea è inefficace. In conclusione le decisioni europee, ad oggi, non affrontano il cuore del problema degli spread, che resterà una spada di damocle sulla testa dei paesi più deboli, come l’Italia e una mina sul futuro dell’euro. In questi giorni ne abbiamo una conferma pratica: calano i tassi sui titoli italiani a breve ma lo spread sui titoli italiani a 10 anni restano alti, troppo alti per essere sopportabili a lungo. Mentre la Germania guadagna interessi bassissimi per il sistema pubblico e per quello privato e, per ora, anche la Francia gode di questi vantaggi. Purtroppo, contrariamente a quanto affermato da Monti, la situazione italiana è tuttora difficile e dovrebbe essere affrontata con un taglio molto diverso da quanto affermato dal Presidente del Consiglio ancora nell’intervista a Il Sole. Ormai tutti hanno capito che la tenuta dei conti pubblici è possibile solo in un quadro di ripresa economica e occupazionale. Il problema è che l’ottica del Governo, in realtà, non prevede interventi forti a sostegno della crescita, forse perché tuttora convinto che risanare i conti pubblici e l’adozione di “riforme” sia sufficiente a rilanciare l’economia. Peccato che non sia così. Per questo suona stonata l’affermazione che l’ultimo Consiglio dei Ministri non doveva decidere cosa fare. Infatti al giornalista che gli chiede 3 priorità, Monti risponde: certificazione unica ambientale (incrociamo le dita pensando alle trivellazioni, ecc.), nuove regole sugli appalti, carta identità elettronica. Tutti aspetti importanti per carità, ma non tali da mettere in moto la ripresa economica in Italia. Non ci sarebbe, secondo Monti, carenza di programmazione pubblica ma scarsa attenzione ai mercati e con questo risulta chiaro perché con questo Governo semplicemente la ripresa non ci sarà. Basta pensare che questo Governo sta affossando il settore delle energie rinnovabili, unico ad essersi sviluppatoo in questi anni di crisi. Per di più il terreno della ripresa è esattamente quello che potrebbe saldare un fronte europeo, molto più degli spread e del risanamento. La Francia, ad esempio, è certamente interessata alla ripresa economica, molto meno a mettersi nei pasticci sullo spread. Martine Aubry, segretaria del Psf, ha sottolineato l’esigenza di costruire un’Europa che metta la primo posto l’economia e non la finanza, la società e non solo i problemi di bilancio e fiscali. Una linea ben diversa da quella di Angela Merkel. La domanda prevedibile, come al solito, è: dove prendiamo le risorse ? La risposta è: dove sono. Ad esempio chiudendo l’accordo con la Svizzera, come ha già fatto la Germania, sui capitali già esportati che darebbe certamente molto di più dello scudo fiscale di Tremonti. Basta copiare l’accordo tedesco. Sarebbe un passo avanti e metterebbe a disposizione risorse importanti. Aumento ulteriore dell’aliquota dello scudo fiscale, Patrimoniale, Tassazione delle rendite finanziarie come gli altri redditi, Tassa sulle transazioni finanziarie internazionali, sono altri esempi possibili. Al Ministro Grilli vorrei chiedere: perché l’Italia continua a non chiedere ai capitali scudati l’Iva evasa come ci ha intimato da tempo l’Unione Europea ? Tanto più che il tempo passa e la prescrizione avanza a passi da gigante. Anche queste sono risorse ingenti, utilissime in queste circostanze, che l’Italia rischia di gettare dalla finestra. Alfiero Grandi

giovedì 30 agosto 2012

7-16 SETTEMBRE: FIUMANA: Incontri al Parco Michelotti

Incontro-cena con Nerio Nesi-Giovedì 6 Settembre Circolo de Amicis ore 18.30

VACANZE 2012 di Ezio Borghesio

Sono appena tornato dalle meritate vacanze… un anno di duro e continuo lavoro, ma ne è valsa la pena, perché mi ha dato modo di fare un’esperienza unica nel suo genere. Infatti, sono appena tornato da un non lontanissimo paese, dove però si vive in un modo tale, che sembra di essere addirittura in un altro pianeta; vi racconto cos’ho visto con i miei stessi occhi. Intanto, all’entrata in questo paese ho subito ricevuto la simbolica stretta di mano di benvenuto, da parte di un ufficio che mi ha fatto delle domande sul mio stato di salute, sul mio titolo di guida, su eventuali mie terapie e dipendenze, avvisandomi del numero unico per qualsiasi emergenza (111); così è stato fatto per i miei famigliari. Poi ho visto che le forze dell’ordine erano discretamente un po’ ovunque, indossavano una sola divisa e le loro auto erano tutte uguali con evidenti segni di riconoscimento; gli agenti parlavano in modo impeccabile l’inglese, pur essendo questo paese non originariamente influenzato da colonizzazioni inglesi. Io che nel mio paese svolgo mansioni di polizia locale, mi sono subito incuriosito a questa esemplare organizzazione ed apparente efficienza, così, dopo i primi giorni passati a fare bagni, prendere il sole e riposare, ho avuto la fortuna d’imbattermi in un simpatico personaggio con il quale ho cercato di approfondire la questione: ho saputo che il rapporto “poliziotto/cittadino” è uno dei più alti al mondo e che i poliziotti si occupano dalla criminalità spicciola a quella organizzata, come dalla protezione civile alla pubblica sicurezza. Diversamente, gli ho risposto, da noi di polizie ce ne sono molte di più: sette divise, sette specialità, con analoghe competenze e sovrapponibili doveri, doppioni insomma e senza contare gli effettivi di sismi, sisde e dia… il mio interlocutore ha cominciato a guardarmi con un’espressione che andava dall’incuriosito all’incredulo. Poi ha aggiungo che da loro, quando capita che la polizia accerta ad esempio una guida in stato di ubriachezza, è proprio chi l’ha accertato che va davanti al Giudice, pochissime ore dopo il fatto, in aule aperte 24/24 ore, proprio come gli ospedali e altri uffici pubblici, a sostenere l’accusa e, nelle stesse aule, sempre aperte al pubblico, c’è pure la sala stampa, con giornalisti specializzati nella cronaca giudiziaria che raccontano e documentano come sono state raccolte le prove, come sono stati difesi i colpevoli e cosa ha deciso l’Autorità. Così capita che se uno, per via che è ubriaco, causa un incidente, magari pure con qualche vittima innocente, il processo viene celebrato dopo pochissime ore e la pena irrorata viene subito applicata. Questo per crimini stradali, come per quelli di malavita organizzata. Non ci sono pubblici ministeri, ma “solo” giudici togati, che garantiscono il loro servizio 24/24 ore e in udienze sempre pubbliche alle quali partecipano le parti, il pubblico, i media. Incredibile! Le persone offese, come i parenti delle vittime, sono assistite da psicologi e le loro ragioni le rappresenta l’Avvocato dello Stato, perché i delitti contro le persone sono considerati crimini commessi in danno della nazione stessa. Poi ho cominciato a parlare della sanità e mi è stato spiegato che ogni cittadino, indigeno o meno, una volta che è entrato nel paese, per turismo, come nel mio caso, o per altro motivo, anche umanitario, viene compiutamente identificato (proprio come è successo a me) e tutti i suoi dati sensibili (comprese impronte digitali, retina, DNA) vengono inseriti in una banca dati che si interfaccia con gli analoghi archivi stranieri (pochi in realtà). Questa procedura fa sì che il cosiddetto rilievo foto-segnaletico non sia discriminante (oggi in Italia, si fotosegnalano solo gli stranieri e chi delinque). Grazie a questa procedura, mi è stato raccontato, è capitato molte volte che qualche anziano malato del morbo di Altzheimer, persosi per le strade delle grandi città, sia stato subito identificato e riaccompagnato presso la struttura nella quale è stato collocato e dalla quale era riuscito ad allontanarsi. Dopo aver attinto i dati sensibili della persona in ingresso nel paese, l’ufficio immigrazione rilascia una tessera magnetica completa di foto e microchip che permette: di accedere a qualunque sportello per il rilascio di documenti o informazioni; di ottenere qualsiasi presidio medico presso le numerose farmacie (anche queste aperte 24/24 ore); di accedere a banche dati inerenti servizi di pubblica utilità; di guidare veicoli analoghi a quelli per i quali si è autorizzati a guidare nel proprio paese; di avere a disposizione un piccolo gruzzolo (circa 150 euro), che si può prelevare presso qualunque sportello bancomat nelle vie di qualunque città; 150 euro circa che lo Stato, assegna a ogni essere umano che entra nel paese e per qualunque titolo, per quelle che possono essere spese di prima necessità. Sempre con questa tessera magnetica, laddove si entri nel paese per motivi di lavoro e di immigrazione definitiva, è possibile essere inseriti in una specifica graduatoria informatizzata per l’impiego; molti posti di lavoro sono garantiti dall’Impresa Stato, che assume l’onere di una moltitudine di servizi: dal trasporto di cose e persone, alla sanità; dalla scuola alla tutela dell’ordine e della democrazia. Non c’è un vero e proprio esercito, perché lo Stato, tra i suoi primi presupposti costituzionali, ha realmente ripudiato la guerra; non ci sono carri armati, missili, aerei da combattimento, reggimenti di soldati, eccetera, né spese in tal senso. Tutte le realtà lavorative attinenti al “funzionamento” dello Stato, sono garantite da risorse umane regolarmente assunte, formate e retribuite per ogni specifico incarico, con possibilità di progressioni verticali e orizzontali e anche di mobilità nelle diverse specializzazioni. Altro argomento che mi ha incuriosito è “il pagare le tasse”: anche in questo caso sono stato piacevolmente sorpreso nella mia qualità di dipendente pubblico, al quale non viene data la scelta se pagare le tasse o meno, essendo in questo “strano paese” che mi sta ospitando prelevate direttamente alla fonte. Qui le cose stanno diversamente. Infatti, sempre per mezzo di questa tessera magnetica (che qualcuno mi ha detto essere funzionante solo se nelle mani del diretto interessato, ma non so secondo quale principio tecnologicamente avanzato), si accede agevolmente alla rete tributaria e si può trasmigrare parte dei propri risparmi nel fondo delle tasse dovute per i servizi fruiti. Nel senso che ogni cittadino che lavora ottiene il proprio stipendio con accredito diretto sul proprio conto bancario, senza ritenute, tasse o altre voci. Poi sta a lui di scegliere quando e come pagare le tasse: in un’unica soluzione o ratealmente, sapendo che, in caso non paghi le tasse, i servizi ai quali poteva accedere con la sua carta magnetica andranno, via via, a cessare sino a farlo inserire automaticamente in un “elenco” di persone da mettere in prigione ed impiegare subito dopo in “lavori socialmente utili o particolarmente gravosi” con i quali riscatteranno il loro debito con la società. Pensando alle tasse che paghiamo noi in Italia, noi pubblici dipendenti almeno, ho subito chiesto a quanto ammontavano le tasse nel paese che mi stava ospitando e mi è stato risposto che non superavano la cifra corrispondente a 1000 euro annui… e che, comunque, la tassa annua viene stabilità in ragione della capacità di produrre reddito del singolo, attestandosi sul 10% dello stipendio mensile circa. Un impiegato di prima assunzione pagherà mille euro all’anno, qualcosa in più il suo dirigente, e così via. Sono rimasto sbalordito, solo mille euro all’anno, ma come era possibile? Poi, a pensarci bene, mi trovavo in uno Stato con una disoccupazione pressoché inesistente, con una popolazione pari a poco meno di 70 milioni di esseri viventi, dei quali il 60% era produttivo in materia di lavoro e in grado di pagare la tassa… come minimo e in modo molto approssimativo ho capito che c’erano ogni anno circa 42 miliardi di euro per portare avanti le spese dello Stato. Ho chiesto se esisteva una nomenclatura politica, ma ho dovuto spiegare a cosa mi riferivo. Mi è stato detto che quella che io chiamavo politica, loro la chiamavano pubblica amministrazione (mi è subito venuta in mente la res publica) e che i singoli rappresentanti assumevano il rango di amministratori con nomina casuale elaborata dal macrosistema informatico statale: una carica che durava non più di cinque anni, e per una sola volta nella vita, poi un’altra nomina e via dicendo. In questo modo, nei tanti anni di pubblica amministrazione, a occuparsi delle faccende di Stato si erano trovati una moltitudine di cittadini, dalle più svariate appartenenze di ceto e di cultura, che hanno avuto modo di sentirsi, anche nel tempo in divenire, appartenere al sistema Stato. Ho chiesto come fosse possibile, dato che per poter amministrare la “cosa pubblica” occorre avere titoli di studio, occorre essere portati. Ma mi è stato risposto che per condurre la macchina pubblica era ed è sufficiente essere dei “buoni padri di famiglia”. Dai pluslaureati agli operai semplici, le possibilità di essere sorteggiati sono le stesse: ma il livello di scolarità in questo paese è davvero medio alto ed è impossibile che giunga ad una nomina un completo inetto. L’importante è che sia in regola con la sua posizione nello Stato. E con la delinquenza, con la pulsione originaria dell’uomo di trasgredire le regole, come la mettiamo? ho poi chiesto al mio interlocutore e lui mi ha risposto con credibile proprietà di dati che anche nel loro Stato esiste questo problema, in quanto fenomeni come devianza, delinquenza, tossicodipendenza sono insiti nel purtroppo ampio spettro del disvalore umano, ma per questo Paese non è problematico come per il nostro Bel Paese. Intanto, ogni sei mesi, tutti i cittadini hanno a loro disposizione un colloquio con uno psicologo sul loro stato in vita, sia di relazione affettiva, sia in ambito lavorativo. Esiste il sindacato, che è uno solo, e che ha poteri-doveri ispettivi, nel senso che, in un caso tristissimo come quello della Tyssen Krupp, sul banco degli imputati ci sarebbero anche stati i vertici dell’organizzazione sindacale. C’è, come dicevo prima, una medio alta scolarizzazione di tutti e, questo, è già un gran fatto in materia di prevenzione. Poi si aggiunge l’altissima percentuale di occupati regolarmente e, si sa, come il lavoro, l’impegno quotidiano, sia un reale deterrente su fenomeni di devianza. In ultimo, la percentuale dei delitti impuniti è davvero bassissima, l’esatta antitesi dei nostri tristi dati (impunità di circa il 95 per cento dei crimini), fatto che si aggiunge alla assoluta certezza dell’applicazione delle Leggi dello Stato, le quali non sono moltissime (mentre da noi nei primi anni 2000 erano oltre settecentomila) e sono, sia molto specifiche, che aggiornate. Ma ci sarà pure qualcuno che non ha voglia di lavorare? E lui mi ha risposto che, effettivamente, c’erano diversi casi di persone che non si appassionavano a mansioni di lavoro inerenti i servizi resi dall’apparato pubblico: per questi, però, erano risultati vincenti mansioni diverse, creative, nel campo dell’arte, della cultura, del paesaggio, del turismo, anche perché, dimenticavo di dire che, questo paese dal quale sono appena tornato, ha qualcosa come ottomila chilometri consecutivi di coste sul mare. Coste con spiagge e con scogliere, comunque tutte organizzate per il turismo, mica per l’industria come le nostre. Da loro, le industrie, per fattori di rendita, di reale occupazione e, soprattutto, di tutela dell’ambiente, sono state convertite nei primi anni settanta, e sono state trasformate in strutture alberghiere dove possibile, o addirittura smantellate, dove invece era improponibile la loro presenza sul sito. I cittadini che non si realizzano nel pubblico impiego, nell’arte e nei settori professionali tratteggiati poc’anzi, sono risultati perfetti per fare da guida turistica alla moltitudine di comitive che giungono in questo Paese da ogni angolo del globo terracqueo. Ma chi è invalido, diversamente abile, impossibilitato ad essere parte attiva e produttiva nello Stato, che ruolo può rivestire in esso? Anche questa volta la risposta è stata disarmante: come ogni sistema anche quello del Paese in questione presenta delle anomalie. Queste, sono recepite dallo Stato e sono carico di tutti i cittadini. Assistiti da servizi sociali del territorio che non devono rispondere a voci di bilancio, come avviene da noi negli ultimi tempi, contraddistinti da operatori seri e motivati. Nel senso che non esiste il fenomeno del volontariato? Esiste eccome, mi ha risposto: ma è un volontariato tipico, laico, assolutamente disinteressato e impegnato in modo sinergico alle risorse specifiche del sistema Stato. Il volontariato rappresenta un fenomeno socialmente importante e utile, ma non è mai sostitutivo di quello istituzionale. Quindi, per via di persone inattive, di persone malate, di persone deviate, il sistema Stato presenterà pure un bilancio passivo o no? Non esiste bilancio per il sistema Stato: perché il prodotto interno lordo è dato essenzialmente dal turismo e da una produzione di prodotti di altissimo prestigio tecnologico, nei campi dello sfruttamento di energie rinnovabili, nonché in quello della ricerca biomedica, vantando la presenza di giovani con profili di studio di alto livello, spesso in arrivo proprio dall’Italia. Che rabbia! pensavo fra me e me, questo mi sta dipingendo l’Italia che vorrei e che potrebbe davvero essere. Solo con lo sfruttamento dell’energia solare riescono a soddisfare oltre il 60 per cento dell’intero fabbisogno nazionale. Quanto alle altre energie rinnovabili, sono anche in questo caso ai primi posti in quantità di kw prodotti. L’ecosistema è tutelato da Leggi severe e, in quei rarissimi casi di boschi in fiamme, il terreno interessato è immediatamente confiscato dallo Stato, che lo trasforma in parco naturale, in riserva, in qualcosa di universalmente utile, mettendosi al riparo da qualsivoglia forma di speculazione. Poi sono stato provocatorio e sono andato sul discorso delle droghe, dell’etilismo e ho chiesto al mio amico, cosa avevano ideato per queste tristi e drammatiche afflizioni sociali. La risposta si è basata sul fatto che sul “fattore mente” viene investito molto, già dai primissimi momenti di vita. Ogni neonato e la sua famiglia viene monitorato per un lungo periodo da operatori sociali, professionalmente formati sul concetto di famiglia, di ruolo genitoriale, fornendo il supporto più idoneo e atto a ottenere equilibrio e armonia nei vari oneri che la coppia deve affrontare per questa esperienza, che è comunemente considerata una priorità, da tutti i cittadini: non esiste che un bimbo o una bimba sono lasciati soli a piangere chiusi in casa, o dimenticati in auto o lasciati affogare o uccisi da un incidente automobilistico. I bimbi sono il futuro della nazione, sono la risorsa primaria sulla quale investire il massimo delle energie, da parte di tutti gli apparati dello Stato. Alla nascita di un bimbo, la coppia decide chi sarà a fare a meno del proprio lavoro: riceverà dallo Stato una retribuzione pari al 90 % dell’originario stipendio fino all’età scolare del figlio (cinque anni) e avrà conservato il suo posto di lavoro, congelato. L’altro genitore continuerà a lavorare come prima, ma godendo di alcuni vantaggi in materia di permessi ore utili all’espletamento della migliore condotta educativa. Un welfare di alto profilo, con appropriata spesa di risorse umane e economiche. Nel caso l’individuo, per svariati motivi, percorra in età psicoevolutiva sentieri pericolosi e devianti, sarà isolato dal contesto che lo ha influenzato o, peggio, indotto alla dipendenza da sostanze e sottoposto ad un trattamento rieducativo e riabilitativo in strutture sanitarie in grado di contenerlo dapprima e correggerlo poi. Se poi la devianza, la dipendenza, subentrasse in età adulta, allora il cittadino sarà oggetto di cure diverse e di provvedimenti anche di carattere amministrativo che lo vedrebbero privato del diritto di guidare veicoli, di condurre macchine utensili, di essere eletto a cariche pubbliche, privato di molte delle prerogative attinenti al concetto di bravo cittadino. La sua pericolosità sociale sarà arginata nel modo più ovvio, nel senso che se è dipendente di alcol, di eroina, di cocaina o di qualunque altra sostanza, questa gli sarà data dallo Stato stesso che, pur rifiutando l’alienazione mentale come viatico per chiunque, non lo esporrà a sostanze tagliate e spacciate nella clandestinità da organizzazioni criminali senza il minimo scrupolo, ne lo indurrà a compiere crimini a danno di terzi estranei ed innocenti, per recuperare illeciti profitti da convertire in droga o alcol. Nessuno sarà abbandonato a se stesso, lasciato dormire per strada, suicidarsi lentamente. Sarà inserito in progetti specifici e particolarmente organizzati su di lui, in modo tale da farlo vincere e tornare a essere l’uomo padrone di se stesso, della propria libertà. Le sostanze e i loro effetti sono materia d’insegnamento già dal primo ciclo di scolarità e l’impegno dello Stato per informare sui devastanti effetti degli abusi in genere, che il mio interlocutore mi ha dimostrato essere profuso, mi incoraggia a pensare che chi “cadrà” sarà davvero un esiguo numero di persone, per ciò stesso facilmente curabile e, subito dopo, mi risale la rabbia pensando alle tantissime forme di pubblicità di alcolici e superalcolici diffuse nella nostra amata Italia, ai tantissimi giovani che ogni anno cadono nella dipendenza. Nell’ozio vacanziero, il mio animo era più assetato che mai di sapere come questo paese stesse reagendo a fattori negativi che influenzano ormai tutto il mondo e così, forse approfittando un po’ della pazienza del mio valido interlocutore, l’ho fatto bersaglio di altre domande. Che rapporto avevano i cittadini con il credito, con le banche; qual’era il livello di indebitamento di ogni singolo? Ho ricevuto dal mio interlocutore uno sguardo quasi di rimprovero e mi ha detto: denaro, debito, capitale, interessi… sono concetti che riguardano la nostra storia, il nostro passato, sin dalla fine degli anni sessanta, quando volgeva al termine il boom economico creatosi dal dopoguerra in poi, e quando era ancora forte l’influenza dell’ex blocco sovietico, il nostro Paese si è trovato a dover scegliere fra la “ricchezza economica” e la “ricchezza spirituale”. Nel senso che ci siamo chiesti chi era davvero considerabile ricco e abbiamo messo sui due piatti della bilancia i due esempi. Da una parte ricchezza economica, belle case, belle auto, bei vestiti, eccetera; sull’altro piatto abbiamo raffigurato il benessere interiore, la salute, la serenità, la famiglia, i figli, i nipoti, e altri valori aggiunti a questi basilari concetti. E’ subito apparso ovvio che non ci fosse denaro sufficiente a comperare qualcosa del genere; puoi avere le più grandi ricchezze, ma se ti manca una compagna, un figlio, una prospettiva, a che servono queste ricchezze? Da allora, il denaro non è più considerato come capitale da accumulare, come potere da esercitare, ma è comunemente ritenuto uno strumento, nient’altro. Le banche servono per gestire i conti correnti, che sono totalmente informatizzati, e per fornire ai propri clienti lo “strumento denaro” per l’acquisto della casa, ad esempio, a costi improponibili per le banche europee che ricevono soldi dall’U.E all’1% d’interessi e rivendono il denaro almeno al 6 e più %. Non avevo parole: mi sentivo come un primitivo, davanti ad un extraterrestre sceso da qualche astronave. Allora, ho alzato il tiro e ho chiesto: ma la libera impresa, l’esercizio del libero arbitrio, un sano arrivismo, non è contemplato nel vostro sistema sociale? Lui non si è scomposto e mi ha risposto che, quando non si hanno frustrazioni interiori, le competizioni si ridimensionano e s’innalzano autonomamente i bisogni di confermare la propria tranquillità personale. Si ha più voglia di ascoltare la musica, di contemplare la natura, di curare il proprio orto o giardino, di fare gli esercizi ginnici atti a salvaguardare la salute del proprio apparato scheletrico, evitando forme di artrosi e congeneri. Perché, se sei sereno e hai tutto quello che ti serve, devi avere bisogno di altro e di altro ancora, perdendo di vista quelle che sono le reali ricchezze? Ma perché è parte dell’uomo, perché altro? Come saremmo arrivati sulla luna, su marte, se non fosse per questo, gli ho contro ribattuto. Ma lui, questa volta con evidente sarcasmo, mi ha chiesto quali siano stati i risultati utili di tali esplorazioni e se non era meglio che, le esplorazioni, fossero state fatte a beneficio della Madre Terra, andando a trovare fonti energetiche rinnovabili, come emissioni di vapore in superficie, come lo sfruttamento del moto ondoso, come la ricerca delle malattie della mente umana, dai vari morbi, ai tumori, eccetera. Parlando in termini di spesa di denaro, risulta evidente come sia molto più utile impegnarsi a trovare fonti alternative alle fonti energetiche tradizionali, che andare su altri pianeti dove è più che consolidato il parere degli esperti circa l’impossibilità di vita per l’uomo. Parlando in termini di spesa di denaro, risulta altrettanto evidente come sia uno spreco, investire in eserciti, armi e annessi, invece di impegnarsi nella ricerca atta a salvaguardare l’ecosistema e garantire il concetto di “ecologia della vita”. E con l’inquinamento di aria e acqua, come e cosa fate? Lui mi ha risposto che avevano accusato fattori di rischio all’inizio degli anni settanta, ma la conversione delle industrie, la costruzione di sistemi di smaltimento, l’abbattimento delle polveri derivante dal massiccio uso di mezzi di locomozione mossi a energia solare, la raccolta differenziata dei rifiuti e il loro riciclo, avevano reso possibile ottenere risultati sorprendenti in materia di salvaguardia dell’ambiente. Certo i conti si dovevano fare con il globo intero, ma esisteva una solida speranza che l’esempio dato dal loro paese, fosse presto seguito da molti altri. Senti, gli dissi, avete una soluzione per tutto e ci voglio credere, ma per i conflitti fra le diverse confessioni religiose, come avete fatto? Mi ha risposto: quello della religione è un problema esistente da secoli per il genere umano; non è stato semplice all’inizio neppure per noi, ma anno per anno, mentre cresceva la consapevolezza della necessità della pace interiore, aumentava anche il bisogno della pace attorno a sé. Non è un caso che in molte confessioni il saluto più ricorrente si basi proprio sulla parola “pace”. Noi abbiamo aree all’aperto e al chiuso, sempre accessibili, dove chiunque può raccogliersi e pregare l’Entità di riferimento. Nessuno è convinto di essere depositario di una confessione religiosa migliore rispetto a un’altra, né pretende di convertire il prossimo, come mi pare si prefigga la tua confessione. Si entra in ambienti dove la natura trionfa con piante, con frutti, con volatili che ricordano come il tutto sia vivo, vibrante. Poi si sceglie se stare seduti, in piedi, in ginocchio, nessuno fa caso a quello che fa il vicino: sono momenti di raccoglimento, di profonda autoanalisi, di immersione nel proprio Io, facendo autocritica, cercando la spiegazione di qualche errore commesso, mentre si guarda la cavalletta saltare o la rana gonfiare la propria gola. Il tempo non esiste più, si può stare in questi ambienti per pochi minuti o per ore, nessuno viene a dirti di uscire. Lo farai solo quando ti sentirai meglio, quando il tuo cuore tornerà a battere in sintonia con l’ambiente che ti circonda. Dopo tutte queste domande e tutte queste risposte, il mio interlocutore, con legittima curiosità, mi ha chiesto di raccontargli qualcosa del mio Paese… a quel punto mi sono svegliato, era ora di andare a lavorare… era stato tutto solo un bel sogno.

lunedì 27 agosto 2012

Italia-Germania? Vinca l’Europa Flavio Brugnoli 27/08/2012

Il dibattito sui rapporti fra Italia e Germania è di lunga data, con il suo non inevitabile corollario di pregiudizi, semplificazioni e grossolanità, da ambo le parti. Ma, al di là di effimere polemiche agostane, può essere una utile bussola per chiarire passaggi fondamentali per il futuro dell’euro e dell’Unione europea. È infatti sempre più evidente che quello cui stiamo assistendo è il prevedibile cortocircuito fra il livello di (ormai residuo) governo nazionale e il livello di (ancora debole) governo europeo. Dibattito tedesco Chi si è sforzato di seguire il dibattito in Germania in questi mesi, non è stupito della pluralità di indicazioni e anche dell’intensità delle divergenze che stanno emergendo. Allo stato più grande e all’economia più robusta dell’Unione si imputano, a giorni alterni, mancanza di leadership o tentazioni egemoniche. Ma in entrambi gli schieramenti politici e nelle forze economiche e sociali è ormai forte la consapevolezza che non è più possibile eludere scelte di fondo. Il problema che viene sollevato in Germania è al cuore della costruzione europea: come dare vita a un’Unione pienamente democratica, in cui una effettiva condivisione di sovranità europea in materia economica, fiscale e anche politica avvenga con il sostegno consapevole da parte delle istituzioni e dei cittadini dei paesi membri. Mentre aspettiamo la sentenza della Corte costituzionale federale sull’Esm e il Fiscal Compact, già approvati con maggioranza bipartisan dal Bundestag, in Germania prende corpo, a sinistra come a destra, l’ipotesi di un non meglio definito referendum che affronti alla radice il rapporto fra Legge Fondamentale tedesca (il Grundgesetz) e poteri dell’Unione europea, che potrebbe condurre all’adozione di una nuova Costituzione. Si tratterebbe di un passaggio con enormi implicazioni per tutta l’Ue: un’opportunità per un dibattito chiarificatore sui grandi benefici che la Germania ha avuto dall’Ue e dall’euro e sul suo ruolo in un mondo globalizzato, ma con tempi lunghi e tutti i rischi dei referendum nazionali, spesso strozzati dall’agenda e dalle polemiche interne, tanto più a un anno dalle elezioni politiche, previste nel settembre-ottobre 2013. Priorità italiane Stupisce che in Italia alcuni politici e commentatori, nel confrontarsi con il dibattito tedesco ed europeo, ripropongano argomenti quali la difesa di un non meglio definito “interesse nazionale” o di una monolitica “sovranità nazionale” – nonostante un sessantennio d’integrazione, un ventennio di mercato unico e un decennio di moneta unica –, o addirittura astratti scenari di una catastrofica “uscita dall’euro”. In realtà, ci muoviamo in un contesto europeo interdipendente, rafforzato dalle recenti decisioni su “semestre europeo”, “six pack” e Fiscal Compact. Il vero cantiere aperto è quello “federale”, della effettiva messa in comune della sovranità, anzitutto nell’eurozona. Mentre i partiti italiani si preparano all’appuntamento elettorale (al più tardi) nella primavera del 2013, in un quadro di incertezza sugli scenari politici futuri, due sono i temi su cui governo e Parlamento dovrebbero agire in sinergia: definire un credibile orizzonte a medio termine per l’economia italiana, che inglobi l’obiettivo (costituzionale e inter-generazionale) dell’equilibrio di bilancio in termini strutturali; giocare un ruolo attivo in tutte le sedi europee nel processo di costruzione dell’Unione “fiscale e di bilancio” e di quella politica. Non possiamo essere spettatori passivi di fronte alle proposte che già a settembre la Commissione presenterà sull’Unione bancaria e agli sviluppi del mandato per costruire “un’autentica Unione economica e monetaria”, affidato dal Consiglio europeo del 28-29 giugno scorsi ai presidenti di Ce, Commissione, Eurogruppo e Bce. In particolare, va evitato il rischio che la dimensione dell’Unione politica sia considerata meramente residuale e che il Parlamento europeo non ne sia un soggetto chiave. Agenda europea In un contesto in cui, in Europa, dobbiamo compiere scelte strategiche che plasmeranno i decenni a venire, è auspicabile che su di esse si cerchi un consenso il più possibile bipartisan. A destra come a sinistra, in molti paesi, vediamo crescere forze populistiche interessate più a distruggere la costruzione europea che a proporne riforme. Per questo è importante che le forze pro-integrazione sappiano identificare, a livello nazionale e nel Parlamento europeo, alcuni punti fermi condivisi sull’Europa di domani. Ma non possono bastare generiche affermazioni o slogan altisonanti: si devono indicare tempi e modi, passaggi istituzionali e costituzionali. Il discrimine tra le forze politiche europee, prima ancora che fra destra e sinistra, è stato spesso fra anti-europeisti e filo-europeisti. Purtroppo, come hanno mostrato (anche) i referendum del 2005 sulla Costituzione europea, chi è “contro” può fare ricorso agli argomenti più demagogici. Chi è “pro” oggi più che mai deve argomentare con chiarezza le proprie priorità europee. Una scadenza decisiva sarà quella delle elezioni europee del 2014. Se il Parlamento europeo vuole giocare un ruolo fattivo quale legittimo rappresentante democratico del “popolo europeo”, la campagna elettorale sarà un’occasione irripetibile per ribadire quali siano le fondamenta della nostra “comunità di destino” europea e su quali scelte economiche e politiche possiamo confrontarci e anche dividerci. La richiesta, avanzata da più parti, di un mandato costituente al Parlamento europeo che uscirà dalle urne del 2014 – o di una Convenzione costituente, che coinvolga una pluralità di soggetti europei e nazionali – è sia un obiettivo degno di essere perseguito sia un impegno che deve obbligare tutte le forze politiche a mettere in chiaro quale Unione economica e politica vogliono costruire. I governi, i parlamenti e le forze politiche e sociali di Italia e Germania – di concerto con la Francia – hanno di fronte una grande opportunità per un confronto franco e aperto sul nostro comune futuro in un’Unione federale, anzitutto a beneficio delle nuove generazioni di europei. vedi il link: http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=2112 Flavio Brugnoli è Direttore del Centro Studi sul Federalismo (www.csfederalismo.it). Ora è Direttore del Centro Studi sul Federalismo (www.csfederalismo.it).

domenica 26 agosto 2012

L'Ecologismo Moderato di Giorgio Diaferia

Trovo molto interessante l'articolo, pubblicato domenica 26 Agosto sull'inserto "La Lettura" del Corriere della Sera e scritto da Giuseppe Sarcina. Tuttavia manca di alcune considerazioni. Sono stato un iscritto dei Verdi Sole che Ride ed ho ricoperto piccoli incarichi istituzionali che mi hanno però fatto far parte del Consiglio Federale Nazionale. Dico questo, solo per spiegare che ci sono stato in mezzo per oltre 10 anni, ed affermo che l'Ecologismo ha commesso un grave errore negli anni passati affidandosi ad ex Comunisti o politici comunque di provenienza da quell'area, che usarono i Verdi per la loro carriera politica tentando di cavalcare idee in cui non credevano sino in fondo e che non erano nel loro DNA. Gli Ecologisti non sono nè di destra nè di sinistra e la pochezza dei leader Verdi o la loro voglia di affermazioni personali hanno distrutto il Movimento. Io sostengo la linea della Moderazione e della determinazione e ritengo di appartenere a coloro che vogliono contaminare un pò tutta la società per ottenere comportamenti "eco" diffusi.Ora va di moda la Green Economy perchè è possibile farci dei begli affari, ma l'Ecologismo non è solo quello. E' ad esempio, cosa vista sempre con grande fastidio, parlare alle persone e convincerle che la produzione industriale non vuol dire solo veleni e morte purchè si rispettino le regole, vengano effettuati i controlli indipendenti. L'Ecologismo potrà rinascere grazie a chi ci lavora in mezzo con competenza e conoscenza e si preoccupa prima di tutto di salvaguardare la Salute delle persone, e di tutti gli esseri viventi. Si vive meglio in città eco-efficenti, ci si ammala di meno se i servizi alla persona funzionano bene, se i trasporti sono rapidi, puliti e poco o nulla inquinanti. Si vive meglio, si lavora meglio se le nostre case sono sicure ed ecologiche, se possiamo vivere in mezzo al verde, ai corsi d'acqua pulita e non in mezzo ai fumi o ai cumuli di immondizia. La parola d'ordine dunque è riconvertire per produrre meglio evitando gli sprechi. Occorre resettare il vecchio quadro politico ed affidarsi a chi ci crede veramente e crede nella moderazione, che non vuol dire accondiscendenza .

lunedì 20 agosto 2012

Il gioco a rimpiattino di Monti con il fondo salva stati di Alfiero Grandi

E’ possibile fare il punto dopo circa 10 mesi di Governo Monti ? I “compiti a casa” dovevano servire ad ottenere dall’Europa - e dalla Germania - un impegno a sostenere il nostro paese ad affrontare la crisi finanziaria ed economica. Il risultato è diverso. La riunione europea di giugno che ha deciso il meccanismo “salva spread” ha legato l’intervento alla richiesta formale da parte del paese in difficoltà. Questo qualifica l’intervento non come interesse comune ma solo del paese in difficoltà. Non a caso il premier spagnolo Rajoi ha cercato di allontanare il più possibile la richiesta di intervento, visto che già l’aiuto alle banche spagnole ha comportato l’adozione di tagli pesantissimi sullo stato sociale e sul lavoro. Monti ha tenuto un comportamento solo apparentemente contraddittorio. Prima ha chiesto l’adozione del meccanismo “salva stati”, attribuendogli un carattere discriminante per il giudizio sull’esito della riunione europea del 28 giugno e quindi per non mettere il veto. Poi però dopo essersi vantato del risultato del vertice ha dichiarato che comunque l’Italia non avrebbe richiesto l’aiuto europeo. Una stranezza, se non fosse emerso che l’Italia, anche senza sottostare all’eccesso di umiliazione della presenza della troika UE-BCE-FMI come in Grecia, avrebbe dovuto attivare l’intervento con una richiesta formale e a quel punto l’intervento sarebbe condizionato ad un memorandum di ulteriori impegni ulteriori di tagli e tasse. In pratica una cessione parziale di sovranità. Forse Monti ha sperato che bastasse l’annuncio del meccanismo “salva stati” per ottenere la remissività dei mercati. Purtroppo i mercati finanziari non si sono fatti impressionare dal meccanismo e alla lunga nemmeno dalle dichiarazioni di Draghi, peraltro ora notevolemente ridimensionate. Anzi, ha colpito maggiormente la decisione della Corte Costituzionale tedesca di rinviare la valutazione sulla costituzionalità dell’adesione al fondo a metà settembre, lasciando tutti con un palmo di naso e gli speculatori pronti all’attacco perché il “salva stati” per ora non funziona. Il fiscal compact è stato già approvato e sarà operativo quando 12 paesi l’avranno adottato, mentre il salva stati è per ora nella nebbia. Il tentativo di spingere la Bce ad intervenire comunque sul mercato secondario dei titoli pubblici, lasciando intendere che avrebbe potuto intervenire anche sulle emissioni, è già finito. Draghi, dopo le prime dichiarazioni, ha chiarito che prima lo Stato in difficoltà chiede aiuto, poi l’UE decide sul memorandum, solo a quel punto ci sarà l’intervento della Bce sui titoli. Dove sarebbe la sconfitta dei falchi tedeschi ? Se uno Stato vuole sostegno dovrà rinunciare alla sua sovranità che verrà delegata a livello europeo. Il resto sono chiacchiere. E’ lecito chiedersi se sia stato giusto puntare su un meccanismo che ora si cerca in ogni modo di evitare, ben sapendo che costerebbe all’Italia altre lagrime e altro sangue ? Se Monti era convinto che questa fosse la via e che le condizioni ottenute erano tali da giustificare il voto a favore dell’italia, che in precedenza aveva minacciato di non dare, perché poi ha deciso di ritardare il più possibile la richiesta ? In realtà il meccanismo del salva stati è o inutile o peggio dannoso, perché lascia del tutto irrisolti i 2 problemi centrali della situazione attuale. Il primo è la scelta di una politica di sviluppo, ambientalmente sostenibile, fondata sulla centralità dell’occupazione, anziché sulla svalutazione interna del lavoro, dello stato sociale come sta avvenendo con i tagli appena decisi e come denunciano in particolare le Regioni. I mercati finanziari, con atteggiamento beffardo, hanno chiarito che non si fidano di un paese che tagliando e tassando sta condannandosi alla recessione, che a fine anno sarà attorno al 3 per cento, a 3 milioni di disoccupati (con la maggiore crescita tra i giovani), a oltre mezzo milione di lavoratori in cassa integrazione. Il secondo è che a livello europeo occorre affrontare il vero punto della solidarietà e cioè ridurre il guadagno di alcuni paesi sullo spread e sui tassi per il sistema economico, a favore di chi sta subendo rialzi senza giustificazione oggettiva. Non può reggere una situazione in cui chi guadagna sugli spread decine di miliardi di euro (così compensa i quattrini sborsati per sostenere le sue banche) lascia i paesi sotto attacco soli ad affrontare la crisi con le loro risorse, con la palla al piede di tassi di interesse insopportabili. Il salva spread non solo mette chi chiede aiuto alla mercè di chi lo fornisce, ma non risolve il problema del costo del debito per il paese in difficoltà, non essendo stato definito un livello sufficientemente basso (ad esempio 200 punti) al di sopra del quale scatta l’intervento automatico di allegerimento dei tassi. Quindi grande battaglia per ottenere un meccanismo salva stati con funzionamento incerto almeno fino a metà settembre, e non automatico al di sopra di una soglia stabilita. Senza riduzione dello spread ai minimi termini l’intervento diventerebbe socialmente costoso per il paese che lo chiede che per di più dovrebbe rinunciare unilateralmente a buona parte della sua sovranità. Purtroppo la grande battaglia europea di Monti è stata impostata in modo discutibile e ora siamo tutti nei pasticci. Interventi per diminuire lo stock del debito possono essere utili, se non fanno danni maggiori al paese, ma hanno bisogno di tempo. Vendere in tempi di crisi è rischioso. La vera carta da giocare oggi è la scelta di rilanciare lo sviluppo, sia con interventi europei che con interventi italiani, che andrebbero finanziati con la patrimoniale, una maggiore tassazione delle rendite, l’accordo con la Svizzera (e non solo) sui capitali esportati, il recupero dell’Iva evasa con lo scudo fiscale, una lotta seria all’evasione fiscale. Queste risorse non debbono ridurre il debito ma ridare fiato ai redditi da lavoro e all’economia. Il debito per ora andrebbe stabilizzato, ridotto anche con le vendite, ma investendo le magre risorse disponibili nello sviluppo e nella crescita dell’occupazione e dei redditi più bassi, prima che un’ulteriore desertificazione blocchi ogni possibilità di ripresa. Altrimenti quanto abbiamo visto finora in termini di riduzione dei redditi da lavoro e dello stato sociale è solo l’antipasto. Serve trascinare questa situazione ? Non è meglio decidere prima un governo politico, forte di un mandato elettorale, in grado di adottare misure che fanno pagare chi ha e non chi ha già dato fin troppo ? Forse così ci sarebbero le condizioni anche per italianizzare il debito. Goldman e altre grandi banche ci dicono che si sta aprendo il fronte dell’attacco al debito italiano. Un governo credibile potrebbe proporre al paese di ricomprare il debito nazionale nella misura massima possibile e questo aiuterebbe più del mitico fondo salva stati.