giovedì 28 gennaio 2010

L’ira delle associazioni per l’approvazione di “caccia no limits”


ROMA. Ciò che è accaduto oggi in aula del Senato ha del vergognoso nei confronti dell'Europa, che è stata bellamente raggirata, ma soprattutto della natura e dei cittadini italiani, a cui qualcuno dovrà spiegare che la caccia e i fucili vengono prima di tutto.
E' stato ignorato il parere negativo del Ministero dell'Ambiente, che specificava come l'articolo peggiorava anziché risolvere la situazione di infrazione in cui l'Italia si trova sul tema caccia. E' stato ignorato il parere negativo dell'ISPRA, l'autorità scientifica nazionale che si occupa della materia. Sono stati ignorati e anzi dimenticati i pareri negativi dati dalle Commissioni competenti della Camera e dello stesso Governo, a partire dal ministro Ronchi, che aveva già bocciato un identico emendamento nel recente passato. E tutto questo per assecondare una minoranza di cacciatori non ancora contenti di poter cacciare cinque mesi all'anno, per giunta facendo ingresso nei terreni privati.
Il risultato è che con questo emendamento, qualora dovesse essere confermato dalla Camera, la stagione venatoria si allungherebbe ai mesi delicatissimi di febbraio e agosto, con un danno grave alla natura e l'aggravarsi del disturbo e dei rischi arrecati alle persone.
Per non parlare degli altri aspetti, solo apparentemente marginali, comportati da questa pessima norma: il carattere giuridico dato alla guida europea sulla caccia (con il rischio-certezza di un vero e proprio corto circuito tra norma e interpretazione e il caos giuridico che ne conseguirà) o l'assenza di qualsivoglia intervento sul grave problema delle deroghe di caccia alle specie protette.
Insomma una situazione disastrosa e imbarazzante, resa persino beffarda dall'approvazione di un subemendamento presentato come "soluzione" ma che non cambia di una virgola la sostanza e la gravità della norma approvata e sul quale, a leggere le ultimissime agenzie, persino il ministro Prestigiacomo dichiara di aver subito un raggiro.
Ora si dovrà spiegare il perché di questa incredibile scelta a quel 90% di italiani che respingono ogni idea di allungamento della stagione venatoria. E dovranno farlo in prima istanza il ministro Ronchi, che si è assunto la responsabilità di una scelta così clamorosamente sbagliata, e il Presidente Berlusconi, cui 150 associazioni di cittadini, professionisti, ambientalisti, animalisti hanno oggi chiesto invano un intervento risolutore.
Ma una cosa è certa. La battaglia alla Camera, per cui comincia da subito la mobilitazione, sarà epocale.
Fonte http://www.greenreport.it

domenica 24 gennaio 2010

23 gennaio 2010 Un'altra Italia è possibile "aria nuova in città" passiamo dalle parole ai fatti


Parlare prima di tutti ai cittadini che vogliono stare bene, confrontarsi con l’obiettivo, se possibile, di ricreare un gruppo ecologista unito. Con questi intenti l’Associazione Torino Viva, in collaborazione con il Gruppo Cinque Terre, ha organizzato sabato 23 gennaio il convegno “Un’altra Italia è possibile” – Aria nuova in città.Tanti i relatori, in linea con la logica dialettica con cui il movimento culturale e politico fondato da Giorgio Diaferia ed Emanuela Rampi si è proposto fin dal 25 novembre scorso, quando si è presentato ufficialmente. Al cinema Empire in piazza Vittorio a Torino non sono però mancate anche persone desiderose di ascoltare proposte e soluzioni concrete, deluse da un apparato politico che pare basarsi su un sistema etico in cui spesso i problemi più gravi sono assenti.
«L’opinione pubblica – ha spiegato il presidente di Torino Viva Giorgio Diaferia in apertura – si basa su tg nazionali e quotidiani, che danno spazio alla pericolosità delle centrali nucleari, ad esempio, con un ragionamento che si sposa con il catastrofismo ambientale, ma non a una politica e uno stile di vita di prevenzione e conseguente benessere. Noi siamo qui per costruire, non per distruggere». L’incontro si è aperto non a caso con Lipdub, video-manifesto di Europe Ecologie, coordinamento politico creato in Francia nel 2008, che alle ultime elezioni europee ha raggiunto il 16,28 % di voti a livello nazionale, il più alto risultato mai realizzato.
Un successo possibile in Italia? Gli organizzatori e i partecipanti al convegno pensano che sia doveroso perlomeno provarci, proprio in un momento di crisi globale come questo, dove diventano sempre più urgenti interventi in difesa dell’ambiente, della salute e dei soggetti deboli.
L’incontro si è articolato in due parti. Alla prima, coordinata di Giorgio Diaferia, sono intervenuti Maurizio Di Gregorio dell’Associazione Fiorigialli Roma – GCT, Luisella Zanino di Torino Viva e il presidente dei Verdi Angelo Bonelli.
Partendo dalla felice esperienza francese, ben esemplificata dall’energia che comunica il filmato di Europe Ecologie, Di Gregorio ha invitato a un cambiamento di prospettiva che ormai si rende necessario: «Abbiamo un patrimonio enorme di potenzialità, ma si dovrebbe essere disposti a mettersi in discussione e avere il coraggio di compiere gesti di rottura. Dobbiamo ricominciare il cammino verso un’organizzazione ecologista globale».
Luisella Zanino ha invece parlato della salute, aspetto legato alla sua formazione di pediatra e omeopata: «Ecologia della salute significa sganciarsi dal consumismo. Bisogna puntare sulla formazione dei medici, sulla pedagogia nei confronti delle persone, prestando maggiore attenzione alle cure solistiche e a ciò che mangiamo, e smantellare gli inganni internazionali, perché siamo prede delle lobbies, delle multinazionali dell’alimento e del farmaco, e il vaccino dell’influenza H1N1 ne è la prova».
Tutte questioni che dovrebbero riguardare da vicino i Verdi, e che Bonelli reputa importanti: «Vogliamo ricostruire una presenza in Italia, cercando una Costituente ecologista. Dobbiamo riportare il pragmatismo, avere la capacità di indicare soluzioni concrete. Il rapporto tra salute e ambiente è un elemento fondamentale, ma dobbiamo prima di tutto ricostruire la consapevolezza, superando il livello di frammentazione attuale, per arrivare a una realtà trasversale, basata su una federazione tra associazioni diverse». Parole a cui devono seguire i fatti, ma che possono essere la base per qualcosa di davvero nuovo.
Il secondo ciclo di dibattito, coordinato da Massimo Marino del Gruppo Cinque Terre, si è aperto con il filmato sul libro Blessed Unrest, in cui Paul Hawken offre una visione solistica e positiva dell’umanità, delineando un ampio panorama di organizzazioni e comunità che, indipendentemente da razza e cultura, operano nel pianeta per la difesa di diritti umani e civili e per la sostenibilità ambientale.
«L’aggregazione di tutti gli ecologisti – ha dichiarato Marino, esponente di un Gruppo formatosi nell’agosto 2009 allo scopo di riunire i vari movimenti, contribuire alla realizzazione di un nuovo programma e di nuovi strumenti di comunicazione dell’area ecologista – costruisce il centro delle questioni e non è più aggirabile. Chiediamo a ognuno di diventare protagonista».
Dopo di lui, sono saliti sul palco esponenti di diverse associazioni, e ognuno, concordando sulla necessità di creare un fronte comune e davvero unito, ha riportato un punto di vista legato alla propria esperienza. Laura Cima, ecofemminista GCT, ha ribadito l’importanza della trasparenza per la Costituente ecologista e del pensiero femminile. Andrea Zummo dell’Associazione Acmo, si è concentrato sul concetto di ecologia della politica, per cui chi commette reati non deve rappresentare i cittadini. Roberto Cavallo, presidente della cooperativa Erica – Ecodem, ha invitato a eliminare ogni tipo di giudizio, per lavorare invece sul codice della comunicazione e sulla relazione con il territorio. Per Giorgio Gardiol, ex senatore dei Verdi – Il Girasole, l’ecologia della politica deve avere al centro il problema della legalità e bisogna agire su istruzione e territorio, per favorire una maggiore partecipazione. Fernando Giarrusso, dell’Associazione Ecologista Sostenibilità, non ha dimenticato quello che già esiste, come i 312 comitati ecologisti in Piemonte, da cui bisogna ripartire, usando il linguaggio comune della gente e aprendo a tutti coloro che mettono al servizio il proprio impegno.
Prima dell’intervento degli animalisti Marinella Robba, della redazione Eco-animali del Gruppo Cinque Terre, e di Marco Francone, dei direttivo Lav, è stato proiettato un video sui Vegan, proprio perché nell’ecologia rientra anche l’animalismo, nato come critica ai metodi di allevamento.
Isabella Zanotti, responsabile di Per il bene comune in Piemonte, ritiene che la gente sia ormai pronta a un cambiamento e che la classe politica attuale dovrebbe fare un passo indietro. Per Renato Bauducco del Gruppo Cinque Terre di Nichelino, inoltre, l’attenzione all’ambiente è importante perché fornisce occasioni di lavoro, come avviene in altri Paesi europei. Gigi Stancati ha sottolineato che l’unità sia da conseguire a tutti i costi, e che i Verdi devono lavorare per far recepire i loro programmi.
Prima della conclusione sono intervenuti altri due esponenti di Torino Viva: Ennio Cadum, presidente ISDE Piemonte, e Bernardo Ruggeri, del Politecnico di Torino. Il primo ha parlato del problema dell’inquinamento atmosferico, particolarmente grave a Torino, e di una mancanza di strategie sensate e organizzate in merito, a favore di continui patteggiamenti. Il secondo ha tenuto a sottolineare come manchino, oggi, proposte politiche incidenti, che dovrebbero partire da esigenze e problematiche sul territorio: solo così si può davvero prefigurare la società futura.
Una mattinata ricca, densa di spunti e idee. La speranza è che sia il germoglio per portare avanti un discorso concreto, come si è augurato in chiusura Giorgio Diaferia: «Urge riformare l’intero gruppo, per poi presentare un programma politico convincente». Un augurio, una volontà, ma anche un critica che vuole essere costruttiva: «Siamo ancora abbastanza impreparati all’unità, non c’è ancora un confronto vero. Ora i Verdi sembrano mostrare un’apertura ai temi dell’ambiente e della salute, e questo è positivo. Ecco perché in questa fase la comunicazione è fondamentale: in questo, i mezzi di informazione non ci stanno dando una mano, ma andremo avanti con le nostre iniziative per cercare davvero il cambiamento, ispirato a ecologia della vita e della politica».
Il video del convegno, ripreso interamente dalla redazione di Ecograffi, verrà trasmesso sul sito www.ecograffi.it.
Ufficio Stampa TOW

sabato 23 gennaio 2010

Come ridurre l'Inquinamento ambientale? di Ennio Cadum


Anche quest’inverno, come in tutti gli inverni (anche se quest’anno con notevole ritardo rispetto al passato), si torna a parlare dell’inquinamento atmosferico urbano e delle misure contenitive di tutela della salute da predisporre nelle città italiane in generale e in quelle più inquinate (Torino è tra queste) in particolare.
Quest’anno tuttavia, in controtendenza rispetto al passato, assistiamo, con la scusa della crisi economica, ad un arresto o addirittura all’inversione di marcia sulle misure di riduzione della circolazione, responsabili per il 70% delle emissioni e per il 90% degli effetti sulla salute umana conosciuti nell’area torinese.
Sono infatti le emissioni di polveri derivanti da processi di combustione (motori, caldaie a gasolio, bruciatori industriali) quelle che determinano i maggiori effetti sulla salute umana.
Dando per scontato, con rassegnazione, che l’unico mezzo di trasporto utilizzato sia alla fine quello privato, molti amministratori pubblici, anche dell’area torinese, tralasciando il tema delle ricadute sanitarie, si preoccupano di lasciare libera circolazione anche ai mezzi più vecchi ed inquinanti, per tutelare le fasce meno abbienti che non possono permettersi di sostituire la vecchia auto Diesel Euro 0-1-2, considerate le più inquinanti in assoluto.
Sembra che tutti vogliano dimenticare o non credere a quello che si sa sugli effetti dell’inquinamento atmosferico che, essendo qualcosa di invisibile, non preoccupa più di tanto.In passato si è sentito anche dire che sui certificati di morte non è mai riportata come causa l’inquinamento e che la prova certa che qualcuno sia deceduto per questo motivo non sia possibile fornirla.
Devo dire che anche il fumo di sigaretta come causa non è riportato sui certificati, anche se la responsabilità in un gran numero di patologie (tumore del polmone, della vescica, del pancreas, del rene, infarto del miocardio, ipertensione, ictus, bronchite ecc) è appurata. Anche qui non è possibile fornire la prova certa che qualcuno sia deceduto per questo motivo, ma tutti gli studi di popolazione effettuati ne confermano inequivocabilmente la correlazione.

A parte questa piccola precisazione, le strategie più efficaci per affrontare il problema dell’inquinamento urbano non sono ancora individuate con certezza.
Dalla disamina delle posizioni espresse dalle giunte comunali del torinese si deduce comunque che
- Le conseguenze non sono conosciute, nonostante la massa di documenti scientifici, comprovati dall’OMS, che sostengono il problema e nonostante le esperienze dirette di moltissime persone residenti in città, soprattutto bambini, che si ritrovano catarro e bronchite senza capire perché
- la salute non è il primo bene cui pensare. Il proverbio “la salute viene prima di tutto”, cui pensano tutti i giorni coloro che un problema di salute, anche grave, l’hanno già, non è condiviso da molte amministrazioni comunali e sostituito dal motto “i soldi vengono prima di tutto”, con il corollario “non possiamo creare disagi economici alle persone anche se questo provoca danni ad altri”
- il trasporto pubblico non è mai considerato una possibile soluzione valida. Incentivare il trasporto pubblico, utilizzare veicoli meno inquinanti (a gas metano, elettrici), riorganizzare meglio la rete esistente non è nelle priorità. E così abbiamo, ad esempio, sul polo universitario di Grugliasco, frequentato da alcune migliaia di studenti, 2 sole linee di bus che passano ogni 30’, costringendo tutti gli studenti ad utilizzare l’auto e le amministrazioni alla costruzione di vaste aree a parcheggio . Perché?
- Una valutazione seria degli effetti delle varie politiche per contrastare l’inquinamento non è considerata né viene richiesta. Eppure vi è la possibilità di valutare se sia maggiormente efficace il blocco permanente degli Euro 0-1-2 diesel o la chiusura di una area centrale più vasta o 15 domeniche a piedi. Sorge il sospetto che prevalgano valutazioni legate alle richieste di lobby economicamente forti (commercianti, trasportatori, industriali)
È necessario un approccio serio, utilizzando dati e proposte scientificamente validate, ed è tutto da costruire, insieme ad una riorganizzazione della politica dei trasporti efficiente e paragonabile a quella di altre città europee.

Politiche locali e partecipazione dei cittadini di Bernardo Ruggeri


Spesso sfugge che le politiche locali sono quelle preposte al soddisfacimento di bisogni che maggiormente toccano le necessità fondamentali delle persone; per contro sfugge anche che il livello locale è quello in cui il grado di partecipazione può raggiungere il livello maggiore in quanto i “deleganti” hanno una maggiore possibilità di verificare il comportamento del “delegati” ad amministrare le cose pubbliche e di conseguenza il grado di giudizio può essere più efficace.

La possibilità di creare un’altra Italia è quindi possibile solo se si mette in movimento una nuova aria cittadina: i comuni decidono della vita quotidiana di ognuno di noi e quindi decidiamo di incidere noi nella vita dei comuni. Questo storicamente era stato il motivo che aveva spinto la borghesia liberale agli inizi del ‘900, nel creare le aziende pubbliche locali, di proprietà degli enti locali per la fornire servizi ai cittadini, sottraendoli alla competizione del mercato ed in definitiva alle leggi del profitto. Esemplare l’effermazione di Giolitti della necessità di fornire il servizio postale a sua zia abitante in una piccola frazione di un piccolo paesino, al di fuori delle leggi di mercato. E’ trascorso ormai quasi un secolo dall’emanazione della legge sulla municipalizzazione, che ha costituito il quadro legislativo di riferimento praticamente fino ai nostri giorni. La Legge Giolitti del 1903 e il successivo Testo Unico del 1925, in effetti, scaturiscono proprio da un generale e condiviso fabbisogno di regolazione: l’operare sostanzialmente incondizionato delle forze di mercato si era infatti dimostrato sempre più incompatibile tanto con l’efficienza del sistema economico quanto con le necessità di vita dei cittadini.

Ora il vento sembra esser cambiato di nuovo, e la parola d’ordine a destra come a sinistra è privatizzare ed esternalizzare: diamo forza al mercato che con le sue dinamiche domanda/offerta, costi/prezzi sarà in grado di rispondere al meglio alle esigenze. Ma così non è, sono nate nuove esigenze, vi è una necessità di superare il tratto “trasportisco” delle nostre città; vi è la necessità di accoppiare la domanda e l’offerta sul territorio di vecchie e nuove esigenze, ma la maggiore necessità che tali nuovi servizi non possono essere ascritti al perimetro delle leggi del mercato, servono risorse per: studiare, ricercare, realizzare, attivare ed il mercato non è in grado di fornirle e le nuove esigenze vengono affossate. Ci si rivolge al passato in cui lo sviluppo continua ad essere cemento ed acciaio con nocumento della società intera. Elenchiamole: la necessità che l’acqua rimanga pubblica in tutti i sui segmenti industriali dalla potabile ai sistemi di depurazione; la necessità di un ruolo attivo per realizzare una rete integrata di raccolta delle energia alternative diffuse sul territorio per accoppiarle alla domanda diffusa mediante sistemi di polmonazione in cui anche la realizzazione di rete integrata di trasporti e distribuzione metta al centro la salute dei cittadini/utenti; il superamento della “questione rifiuti” come elemento di sviluppo culturale ed economico; la questione della salvaguardia dell’uso de territorio contro un’urbanizzazione selvaggia delle nostre città e non solo; un attenzione agli “ultimi” quelli che sono fuori dal ciclo economico produttori/consumatori (disabili/bambini/anziani/non occupati) inserendoli in reti di solidarietà che restituisca a loro la dignità di essere umani.

Per fare tutto ciò servono delle scelte politiche chiare e semplici: la necessità di una fiscalità penalizzante e premiante rispetto all’uso di risorse; la necessità di opporre alla scelte che si stanno compiendo in questi giorni di privatizzazione delle aziende locali, una scelta politica alternativa. Non è un problema di tornare alle “vecchie” strutture di aziende municipalizzate con tutte le inefficienze e le clientele politiche che esse presentavano (presentano), che nelle migliori delle ipotesi celavano del welfare mal amministrato; ma cambiarne la loro modalità di azione trasformandole in aziende no-profit (vedi Battelle). In tal modo si creerebbe un circuito virtuoso in cui i profitti vengono investiti in ricerche, sviluppo e creazione di attività rispondenti alle maggiori esigenze di sostenibilità, di salvaguardia delle risorse ma maggiormente orientate a criteri di equità nei confronti dei cittadini. In definitiva siamo noi i proprietari delle “nostre” aziende che forniscono servizi locali e avremo ben il diritto di decidere cosa farne dei nostri beni. Il caso dell’acqua in alcune grandi città (vedi Parigi) incomincia a fare scuola.

martedì 12 gennaio 2010

TORINO 23 GENNAIO CINEMA EMPIRE TORNIAMO A PARLARE CON I CITTADINI!



UN GRAZIE DI CUORE A TUTTI GLI INTERVENUTI

GIORGIO DIAFERIA