sabato 29 gennaio 2011

Dopo la candidatura a Sindaco la Caramelli ora vola a Teramo a dirigere l'IZS ed entra in Compagnia di San Paolo


La formazione neocentrista designa Caramelli, veterinaria e direttrice dell’Istituto Zooprofilattico, alla poltrona di sindaco di Torino. Nota per le sue battaglie contro le sofisticazioni alimentari è stata in prima fila nel contrastare le principali emergenze: dalla Bse alle mozzarelle colorate
L’ufficializzazione avverrà nelle prossime ore, a Todi, la città umbra che da oggi ospita la convention dei parlamentari di Udc, Fli, Api e Mpa. Il Terzo Polo torinese ha trovato il suo candidato sindaco. Si tratta di Maria Caramelli, medico veterinario, 53 anni, coniugata, madre di tre figli, nata a Mondovì ma residente nella torinesissima via della Rocca. Assurta agli onori della cronaca per l’impegno con il quale ha contrastato da direttrice sanitaria dell’Istituto zooprofilattico piemontese le principali emergenze alimentari: dalla mucca pazza all’influenza aviaria sino alle più recenti mozzarelle in technicolor.
Toccherà a lei il compito di dare slancio alla nuova formazione centrista che sotto la Mole soffre, almeno nelle previsioni dei sondaggi, di un consenso potenziale inferiore al trend nazionale. La designazione della dottoressa Caramelli è frutto del lavoro di ricognizione compiuto da Gianni Vernetti, Alberto Goffi e Roberto Rosso su una rosa di papabili che fino a ieri comprendeva, tra gli altri, il presidente di Torino Wireless Mario Manzo e l’ex numero uno dell’Unione Industriale Alberto Tazzetti.I proconsoli subalpini di Casini, Rutelli e Fini approfitteranno delle pause dai lavori dell’assemblea – nella quale verrà annunciato il cambio del nome dell’alleanza in “Nuovo Polo per l’Italia – per mettere a punto i dettagli dell’operazione. A partire dalla scelta di correre da soli al primo turno, convinti di poter giocare un ruolo decisivo nella fase degli apparentamenti.

FASSINO CONTRO GARIGLIO ovvero ex PCI contro ex DC di Giorgio Diaferia


Non c'è dubbio che avere tra i candidati alla poltrona di Sindaco di Torino, l'ultimo segretario nazionale dei DS e poi ex Ministro e sottosegretario dei governi Prodi è per la città un segno di attenzione da parte della nomenclatura romana . Il giovane ex Presidente del Consiglio Regionale della passata legislatura Bresso, Davide Gariglio, è comunque un candidato che ha saputo raccogliere molti consensi ed ha già maturato una discreta esperienza legislativa. Scompaiono dunque Giorgio Ardito e Roberto Placido, mentre il redivivo Roberto Tricarico non ha potuto partecipare alle primarie, ma pare intenzionato a partecipare al voto ( non so bene per quale partito o lista civica). L'assessore Passoni dovrebbe scendere in campo per SEL, in attesa di Giorgio Airaudo della FIOM, Silvio Viale si candida per il centro sinistra per i Radicali e...........il Terzo Polo a breve calerà l'asso e credo che sarà un asso importante.Intanto a Todi vi è in questi due giorni la riunione dei 100 parlamentari FLI-API-UDC.L'attesa è finita, ora occorre dire a chiare lettere come si vorrà governare la città nei prossimi 5 anni.Di governare il paese e dei suoi problemi, per il momento non se ne parla vista la grande ed unica attenzione al gossip presidenziale. Intanto nel centro destra il candidato più votato è Agostino Ghiglia, ma anche lì non mancheranno le sorprese. Alla prossima puntata

venerdì 28 gennaio 2011

Fiorello Cortiana Federalismo oltre la contraffazione, un confronto necessario

La questione del federalismo è divenuta quanto mai cruciale, sia per la tenuta della maggioranza di governo sia per la ridefinizione del patto sociale e di quello civile nel paese. E’ sconcertante pensare che una male assortita proposta di attuazione del federalismo fiscale, che coniuga più accentramento insieme a più trasferimenti dello Stato e una diminuita autonomia impositiva, possa costituire la simbolica bandierina che copre le ambizioni secessioniste della Lega. Così, mentre celebriamo il 150° anniversario dell’unità i cittadini italiani sono spettatori sconcertati del reality di Arcore: si dividono in indifferenti e insofferenti, invidiosi e indignati, ma sono uniti in un crescente distacco dalla politica e dal governo della cosa pubblica. Anche nel caso del federalismo assistiamo ad un rovesciamento spregiudicato del significato delle parole, così il decreto attuativo del federalismo municipale, se non modificato, creerà un buco di 3-4 miliardi, altrimenti darà luogo ad un aumento delle tariffe municipali. La Lega affida alla sua approvazione la dimostrazione della propria efficacia politica e la sua utilità elettorale. Proprio l’articolo 1 della legge 42/2009 cui si riferiscono i decreti attuativi in discussione, riferendosi all’articolo 119 della Costituzione afferma che vanno assicurate “autonomia di entrata e di spesa di comuni, province, città metropolitane e regioni e garantendo i princìpi di solidarietà e di coesione sociale, in maniera da sostituire gradualmente, per tutti i livelli di governo, il criterio della spesa storica e da garantire la loro massima responsabilizzazione e l'effettività e la trasparenza del controllo democratico nei confronti degli eletti”. Dove sono l’autonomia impositiva e la perequazione? Del resto lo smembramento di fatto del Parco dello Stelvio, recentemente approvato nel nome della Heimat sudtirolese e della Padania leghista, rimanda ad una contiguità balcanica piuttosto che ad un federalismo capace di unire i campanili italiani e quelli europei. La storia insegna, ricorda Luca Meldolesi: “anche l’assetto federale dello Stato può assumere carattere democratico, semi-democratico, autoritario; e persino tirannico”, per questo sarebbe illusorio pensarci immuni da ogni dissoluzione civica, governata autocraticamente, laddove la riduzione da cittadini a telespettatori propone l’autoreferenzialità deresponsabilizzata come indipendenza. Mai come oggi abbiamo bisogno di un processo capace di coinvolgere le amministrazioni locali, e con esse i cittadini, nella effettiva responsabilizzazione verso la cosa pubblica, i suoi costi e la sua amministrazione. Per questo occorre sottrarre la questione del federalismo tanto dalle necessità simbolico/elettorali della Lega, quanto da ogni tatticismo anti-premier contingente. Anche dopo Berlusconi la riforma del Titolo V della Costituzione resterà comunque il passaggio necessario per un rinnovato patto di cittadinanza a garanzia delle libertà civili e politiche. Ci vogliono il tempo e la partecipazione necessari. Una occasione utile di confronto è quella proposta dal “Manifesto di ottobre”, presso la Fondazione Ambrosianeum di Milano, nella mattinata del 31 gennaio “Federalismo oltre le contraffazioni”. Un dibattito a partire da due libri di Meldolesi “Federalismo democratico. Per un dialogo tra uguali” e “Milano-Napoli: prove di dialogo federalista”, proprio le due realtà urbane che con maggiore evidenza necessitano di costituirsi come “Città metropolitane” dentro il contesto europeo. L’anomia riguarda tanto il Nord quanto il Sud: se al sud è più evidente la collusione istituzionale, sociale e culturale con la malavita organizzata, al nord essa ha la discrezione dei flussi finanziari, delle operazioni fondiarie ed immobiliari che danno forma a quello che Piero Bassetti definisce “Disordine insediativo, come pressione individualistica, come mobilitazione particolaristica degli interessi. E sollecita comportamenti delle istituzioni: dei governi che moltiplicano le sanatorie e i condoni, dei comuni che concedono le autorizzazioni edilizie e che si oppongono ferocemente ai tentativi di riordino (quando ci sono) delle Regioni, definiti dirigisti e centralisti”. Constatazioni che richiedono modelli istituzionali a responsabilità condivisa, dove la realtà europea e mediterranea propone anche per le amministrazioni locali associazioni reticolari a geometria variabile, non la riproduzione in scala ridotta dei modelli statuali inadeguati per una glocal governance, più vicina al territorio e interna alle nuove relazioni dei mercati internazionali. Bassetti animerà il confronto insieme a Marco Vitale, Santo Versace, Maria Ida Germontani, Bruno Tabacci, Andrea Kerbaker, Gian Giacomo Schiavi e molti altri. Diversamente da Germania, Spagna e Francia noi scontiamo dieci anni di immobilismo nell’attuazione del Titolo V riformato del 2001. Nel 2000, il grado di decentramento tributario era pari al 20,6%, ovvero solo lo 0,3% in meno rispetto al 2009, altroché avvicinare la cosa tassata alla cosa amministrata da parte dei federalisti padani da anni al governo locale e nazionale.

martedì 25 gennaio 2011

“Salviamo la Costituzione” inviato da Alfiero Grandi




Il 24 gennaio 2011, sotto la presidenza di Oscar Luigi Scalfaro, il Direttivo nazionale dell’associazione “Salviamo la Costituzione” ha approvato all’unanimità il seguente appello:
“Nel 2006 un referendum popolare respinse a grande maggioranza il più grave tentativo di demolire il nostro sistema costituzionale, accentrando tutti i poteri nelle mani del Presidente del Consiglio.Ignorando il risultato del referendum, lo stesso tentativo di sovversione della Costituzione repubblicana rischia oggi di realizzarsi in fatto, con procedimenti, iniziative e comportamenti che ne mettono in discussione i principi fondamentali: la divisione dei poteri, il ruolo del Parlamento, l’indipendenza della Magistratura, il ruolo del Capo dello Stato.
L’impegno delle istituzioni per risolvere i problemi dei cittadini italiani lascia sempre più il passo alla esasperata ricerca di strumenti ed espedienti per rafforzare i poteri del capo del Governo, garantirgli una totale immunità, asservire il Parlamento ai suoi voleri e interessi personali, emarginare le Istituzioni di garanzia (dal Presidente della Repubblica alla Magistratura), condizionare l’informazione al fine di manipolare le idee e le scelte dei cittadini.
Nei fatti, si restringono sempre più gli spazi di reale partecipazione democratica e l’effettività dei diritti di libertà politica.Rivolgiamo a tutti coloro che rivestono responsabilità istituzionali un forte appello a rispettare il giuramento di fedeltà alla Costituzione e dunque ad astenersi da scelte e comportamenti che ne violino i principi e a prendere tutte le iniziative necessarie per rimuovere le situazioni di incompatibilità e ristabilire il rispetto dei valori costituzionali.
A tutte le cittadine e i cittadini rivolgiamo l’appello a una forte mobilitazione per la difesa e l’attuazione della Costituzione e a viverne nelle quotidianità lo spirito e i valori.Solo su queste basi l’Italia può risorgere e risorgerà”.
Il Presidente
Oscar Luigi Scalfaro

domenica 16 gennaio 2011

Arrivano i Referenduma su Acqua e Nucleare. di Alfiero Grandi


Nella prossima primavera se non ci saranno le politiche si voterà per 4 referendum abrogativi. Le poste in gioco saranno acqua bene pubblico e NO alla reintroduzione del nucleare in Italia. I referendum per l’acqua bene pubblico promossi da un Comitato ampio e rappresentativo hanno il sostegno di un milione e quattrocentomila firme. Un ottimo viatico ma ora occorre arrivare a oltre 24 milioni di elettori,dopo 20 anni di referendum senza quorum.Il referendum sul nucleare vuole abrogare la legge fatta approvare dal Governo con voto di fiducia nel 2009 e che ribalta l’esito dei referendum del 1987.La lobby nucleare italiane e internazionale in combutta con il Governo Berlusconi punta a precipitare l’Italia in un’avventura
costosissima,pericolosa per le persone e per l’ambiente.IdV ha promosso il referendum abrogativo in modo discutibile. L’errore più serio è avere pensato di affrontare questa prova impegnativa senza coinvolgere tutte le energie ambientaliste, sociali e politiche.Ora il referendum c’è e tutti debbono rendersi disponibili a unire le energie per bloccare l’avventura nucleare in Italia. I referendum per l’acqua e contro il nucleare sono oggettivamente alleati e non ci si può attardare in polemiche.Del resto la lobby nucleare impegna mezzi finanziari ed economici senza precedenti come dimostrano i suoi costosi spot in televisione e sulla stampa. Gli organi di controllo debbono imporre la par condicio elettorale.Occorre far sapere che-investire nel nucleare è costosissimo, avrebbe un limite temporale simile al petrolio ed è incompatibile con lo sviluppo delle energie da fonti rinnovabili, come ha confermato il documento di 200 imprenditori, prima firma Pistorio. Non a caso Enel ha venduto parte delle rinnovabili per ridurre i debiti e potersi così buttare nell’avventura nucleare, a conferma che i soldi per fare tutto non ci sono.-il nucleare è pericoloso anche nel funzionamento normale come confermano studi francesi e tedeschi che hanno riscontrato un aumento di 3 volte delle leucemie nei bambini e genera scorie che diventano inoffensive in centinaia, a volte centinaia di migliaia, di anni. Il nucleare lascia in eredità alle future generazioni aree e materiali pericolosi per millenni.In caso di incidente (ce ne sono tanti nel mondo) e senza arrivare a quelli catrastrofici occorre adottare misure di sicurezza incompatibili con un territorio instabile e molto popolato come il nostro. Chi dirà alle popolazioni che al segnale debbono chiudersi in casa, non bere acqua, prendere pillole di iodio e rischiano
l’evacuazione dell’abitazione ?-il risparmio energetico e le energie rinnovabili non solo garantiscono salute, ambiente, autonomia energetica, ma consentono occupazione 15 volte più del nucleare e un’articolazione nel territorio di investimenti e di attività imprenditoriali, di ricerca e innovazione.Nucleare e rinnovabili sono 2 diversi modelli di sviluppo. Il referendum è l’occasione per riaffermarlo, come nel 1987.

giovedì 13 gennaio 2011

ALLEANZA ECOLOGICA PER L’ITALIA www.alleanzaecologica.com



Roma, 11 gennaio 2011

Alla c.a. di Giorgio Diaferia

Con la presente, le comunico che il Consiglio Direttivo di Alleanza Ecologica per l’Italia, considerata la sua disponibilità, l’impegno dimostrato e la condivisione verso i temi ambientali della nostra Associazione, ha deciso di nominarla Coordinatore di Alleanza Ecologica per l’Italia Piemonte.
Nell’augurio che la nostra collaborazione possa portare alla crescita di Alleanza Ecologica per l’Italia in Piemonte e nel resto d’Italia, ed essere di contributo ad una politica dell’ecologia del Buongoverno, per un ambientalismo maturo, positivo e combattivo, la saluto molto cordialmente.

Il Presidente
Diego Tommasi

Il Segretario
Camillo Piazza

Fiorello Cortiana: La politica assente e il paradigma FIAT

E’ incredibile lo strabismo messo in luce dalla politica italiana a fronte dell’intesa FIAT-Pomigliano, ma tant’è. Il PD, in piena afasia strategica e sotto la pressione del’OPA Vendoliana, viene chiamato direttamente in causa dalla FIOM, che dovrebbe invece vedersela in CGIL, l’attuale sindaco di Torino si propone come interlocutore nazionale della corporation internazionale con sede a Torino e il candidato sindaco Fassino si accredita come interlocutore locale. Mentre il governo italiano prende atto dell’accordo con un ruolo notarile , a buon rendere, quando si tratteranno questioni inerenti contenuti editoriali e sistema radiotelevisivo piuttosto che le grandi condotte di combustibili. Incassando, in un colpo solo, l’indebolimento dell’unità sindacale, che non era al dunque riuscita con il “Patto per l’Italia”, e la relativizzazione della Confindustria come soggetto negoziale. La questione ignorata è il Paradigma FIAT, che si definisce, si muove e si disloca all’interno dei cambiamenti industriali e dei flussi finanziari imposti dalla natura multipolare della globalizzazione.
Noi non disponiamo di un sistema normativo e di una politica capaci di tradursi sul piano territoriale con qualità delle infrastrutture, dei servizi, dell’ambiente, adeguati a favorire la ricerca e la competitività delle nostre aziende, che si arrangiano anche significativamente. Adeguati ad attrarre investimenti industriali internazionali, non solo mano d’opera a basso costo, lavoro nero e contraffazione. Cosa dovrebbe fare una politica pubblica di un regime democratico, in quanto tale rispondente agli interessi generali di queste e delle future generazioni, a fronte di questo processo paradigmatico? Sul piano interno fare in modo che le rappresentanze nei processi negoziali, nei conflitti e negli accordi, da ratificare con i referendum e poi da rispettare, siano scelte dai lavoratori, gli stessi che poi votano ai referendum confermativi, in modo chiaro. Occorre cioè che l’espressione della rappresentanza non consenta rendite speculative di interdizione sugli accordi alla fine definiti e ratificati: pluralismo nella rappresentanza ed efficacia nella decisione. Questa è sostanza in una comunità nazionale che non vuole assecondare la sua dissoluzione attraverso l’atomizzazione sociale ed il qualunquismo. C’è un altro aspetto, se possibile ancor più significativo, che è un indicatore dell’autonomia e della capacità di azione e visione della politica pubblica italiana. Se la scala odierna delle relazioni economiche, finanziarie, sociali, tecnologiche, ambientali, è quella della globalizzazione in quello che è diventato pienamente il “villaggio globale”, o la politica è protagonista a quel livello o non è altro che l’uso di rappresentanza e risorse per relazioni imprenditoriali e finanziarie personali o di cordata.
Che iniziativa ha preso il governo italiano affinché l’Europa definisse un quadro di riferimento minimo per le relazioni industriali? Quale iniziativa per una comune azione politica europea dentro la ridefinizione dei mercati globali e dei loro protagonisti perché vi siano parametri comuni relativi ai diritti sindacali ed ambientali? E’ evidente che anche gli altri stati europei non vanno oltre la comune definizione degli standard da rispettare nella gestione degli effetti da vasi comunicanti del deficit/debito delle singole nazioni, ma questo non impedisce, anzi richiede, un’azione politica significativa. Insomma, che FIAT e sindacati siano portatori di interessi unilaterali è nelle cose, che non ci sia una indicazione di prospettiva di innovazione partecipata e un’azione che la pratichi da parte della politica costituisce una patologia per l’identità e il senso della Repubblica. Cos’altro se non andare all’estero per le Partite IVA della Conoscenza, costrette ad una adolescenza ed una precarietà senza fine?

domenica 9 gennaio 2011

Mondo Juve di Gino Scarsi


Comunicato stampa ufficiale del comune di Nichelino
Il cantiere del parco commerciale “Mondo Juve” partirà a luglio 2011. I lavori per quello che diventerà il più grande parco commerciale del Piemonte e fra i primi 15 d’Europa si concluderanno nel 2015. Il costo dell’opera è stimato in 220 milioni di euro, di cui 40 milioni destinati a opere di sistemazione della viabilità di accesso. Per il territorio sono in arrivo 1500 posti di lavoro: una manna per una zona (quella di Nichelino e Torino sud) dove in tanti, rimasti a casa a causa della crisi economica, cercano un’occupazione.Il progetto definitivo di Mondo Juve è stato presentato dal proprietario Alessandro Gilardi del Gruppo Finanziario Gilardi, proprietario della società promotrice del progetto “Campi di Vinovo” (che nel 2007 ha acquistato i diritto all’utilizzo del nome “Mondo Juve”) mercoledì 1° dicembre all’Hotel dei Principi di Torino. Ospiti dell’evento la show girl Keyla Guilarte Gonzales e i progettisti del parco commerciale Davide Padoa e Paolo Bianchini dello studio “Design International”. Presenti anche i rappresentanti del gruppo Bennet che gestirà l’ipermercato interno al parco commerciale.“Mondo Juve” sorgerà tra Nichelino e Vinovo, a fianco dello “Juventus training center”, su una superficie di 82mila metri quadri di negozi (42mila saranno in galleria). Sarà dotato di 4mila parcheggi e immerso in un’area verde di 80mila metri quadri di cui 30mila a bosco. L’ipermercato Bennet coprirà un’area di 7mila e 400 metri quadrati.Il sindaco di Nichelino Giuseppe Catizone, alla presentazione insieme alla collega di Vinovo Maria Teresa Mairo, ritiene il progetto una grande opportunità per il territorio. «Insieme a “Mondo Juve” sarà realizzata una grande rete infrastrutturale – spiega Catizone – Inoltre è utilizzato un metodo di pianificazione condiviso con il territorio e innovativo, che garantisce la salvaguardia dell’ambiente. Il tutto realizzato in un contesto storico, quello di Stupinigi, che ha pochi eguali». Il primo lotto, quello della galleria, dovrebbe essere terminato entro il 2013.«Il modello del parco commerciale unirà lo shopping classico delle gallerie al chiuso con quello dei negozi all’aperto, insieme a punti di ristorazione per famiglie che forniranno fino a 2mila posti seduti. Ci saranno all’interno 135 insegne per rendere evidenti i negozi e un’area per spettacoli che sarà utilizzata per l’intrattenimento» spiegano i progettisti. Il tutto a due passi dai campi di allenamento della Juventus. «Sarà un centro commerciale funzionale e comodo – afferma Gilardi – che avrà importanti ricadute sul territorio». Fra le opere che verranno realizzate ci sono la strada complanare che collegherà “Mondo Juve” a corso Unione Sovietica, una pista ciclopedonale che unirà i Comuni di Nichelino e Vinovo con il parco di Stupinigi, e la riqualificazione di via Debouche.
Lettera ai Sindaci di Nichelino e Vinovo:

Gentilissimo Sindaco,

sono un artigiano che lavora il ferro, e mi capita, anche se molto di rado di transitare per il suo territorio.In questi quarant'anni i cambiamenti sono stati enormi, la pressione sul territorio toglie il fiato.Mi tenevo per me il disappunto di partire dal Roero (anche qui territorio a rischio ma ancora vivibile) per inoltrarmi nei paesaggi di "nessuno" della cintura Torinese.
Leggere che sorgerà sui vostri territori un nuovo centro commerciale di 340.000 metri mi riempie di angoscia.
Com'è posibile barattare gli ultimi scampoli di verde e di paesaggio rimasti con nuovo cemento e promesse di paradiso ? Ma siamo veramente convinti che lo sviluppo passi attraverso il consumo dei pochi terreni fertili rimasti ?
Voglio sperare che si valutino seriamente le implicanze che questo cambio d'uso del territorio comporta : la compressione degli spazi naturali vitali, l'aumento del riscaldamento globale , la distruzione di piccoli artigiani e commercianti e delle economie a dimensione paesana di cui i nostri territori andavano fieri.
Con la speranza che queste scelte definitive, per quel che riguarda i terreni rimasti liberi da costruzioni, siano rapportate ai legittimi interessi dei nostri nipoti, porgo cordiali saluti e auguri.

Gino Scarsi
(per dieci anni vicesindaco del paese di Canale)

sabato 8 gennaio 2011

E' nata la Rete e-smog.

Negli ultimi tempi lo sviluppo delle tecnologie di telecomunicazioni, oggetto di macroscopici e consolidati interessi economici, si è ulteriormente rafforzato, grazie a tecnologie nuove (Wi-Fi, Wi-Max, DVB-T, ecc…), alla diffusione di nuovi servizi e, quindi, di nuove sorgenti di emissione elettromagnetica con conseguenti rischi per la salute.Oggi non possiamo fare a meno di osservare le evidenti distorsioni a cui questa squilibrata innovazione tecnologica sta conducendo la nostra società, distorsioni che vengono percepite con preoccupazione non solo dalla società, ma anche dalla comunità scientifica: ne è evidente testimonianza l'aumento di tumori e di leucemie negli adolescenti, che è riportato nei più recenti studi epidemiologici!Per questo oggi, più di ieri, serve un'azione di denuncia, di informazione, di affermazione di principi e di valori per una “battaglia di civiltà” a difesa della salute, che si concretizzino in incisive modifiche di legge.
Crediamo sia necessario l’apporto di tutti, ognuno con il proprio bagaglio di idee e di esperienze, con le proprie capacità tecniche e/o scientifiche, con le proprie capacità comunicative e di coinvolgimento dell'opinione pubblica, provando a costruire insieme un progetto di reale condivisione al servizio di questo obiettivo comune: la riduzione dei livelli di campo elettromagnetico e la disciplina delle sorgenti nel territorio nazionale.E’ importante trovare un'unità di forze necessaria per controbilanciare la forza economica e lo strapotere mediatico di cui godono i gestori delle tecnologie che elettroinquinano ed è per questo che abbiamo dato vita alla Rete Elettrosmog-Free Italia, detta Rete e-smog.Gli obiettivi, concreti e per ora delimitati, sono, fra gli altri, quelli di:Fare informazione ‘onesta’ a favore dei Comitati, ma anche per quelle Istituzioni pubbliche che si pongono dei dubbi e che intendono gestire applicando il principio di precauzione il fenomeno di “antenna selvaggia” nel proprio territorio; Promuovere modifiche di legge (in particolare la Legge 36/2001), sostenendo ogni ipotesi migliorativa rivolta alla riduzione dei livelli di campo elettromagnetico ed alla emanazione dei numerosi decreti attuativi mai varati: ciò grazie ad un forte movimento di opinione espresso in modo a-partitico (non a-politico) nei confronti delle forze parlamentari ; qui sta la forza della Rete !Abbiamo avviato un Blog (http://e-smogfree.blogspot.com/) per avere uno strumento di condivisione di informazioni e di pubblicizzazione delle attività delle associazioni, dei comitati, dei vari attivisti sul territorio, affinché diventi un punto di riferimento anche per ogni cittadino che si trova a fare i conti suo malgrado con gli effetti avversi della esposizione a campi elettromagnetici.Vi invitiamo, pertanto, ad aderire ufficialmente alla Rete Elettrosmog-free Italia, tramite il suo blog http://e-smogfree.blogspot.com/ indicando ad uno dei membri del Comitato Promotore, tra cui noi di AMICA amica@infoamica.it, i propri recapiti con l'intenzione di far parte della Rete e-smog.Visto che ha febbraio ricorrono i dieci anni dalla legge quadro sull'inquinamento elettromagnetico, che aveva in sé dei principi di cautela molto positivi, ma che non sono mai stati messi in pratica, vorremmo organizzare un grande evento nazionale e vi preghiamo quindi di darci la vostra adesione alla Rete e-smog nei tempi più stretti possibile.
Vi preghiamo di dare notizia a tutti i vostri contatti! Cordialmente,

Francesca Romana Orlando
Vice Presidente di AMICA
Associazione Malattie da Intossicazione Cronica e/o Ambientale
C.P. 3131
00121 Roma
www.infoamica.it
amica@infoamica.it
Membro della Rete e-smog

Tobin Tax e dintorni di Alfiero Grandi


La crisi finanziaria nella quale ci troviamo esige la definizione di un nuovo ordine per l'economia del pianeta. Per cominciare si puòpartire dalla tassazione delle transazioni finanziarie internazionali.In ogni fase ci sono episodi emblematici e le vicissitudini della Tobin tax lo sono.Si tratta di una proposta dell’economista Tobin, rilanciata meritoriamente in Italia da Attac e dal movimento e sostenuta anche da un ampio schieramento parlamentare. La proposta di legge per la Tobin riuscì pienamente a superare lo sbarramento delle firme per una legge di inizativa popolare, firmata da 100 deputati e fu discussa nella legislatura 2001-2006. La Commissione Finanze della Camera riuscì ad approvare un testo di legge per l’aula malgrado la maggioranza di destra fosse contraria nel merito. Tremonti dedicò addirittura le prime pagine di una legge finanziaria per tentare di demolire la Tobin tax. La Tobin entrò nel programma del 2° Governo Prodi, ma purtroppo la sua attuazione non fu realizzata nei 2 anni di vita. Tra proponenti e sostenitori se ne sono occupati in tanti. Oggi che la disatrosa crisi finanziaria ha costretto a discutere di forme di regolazione dei mercati finanziari e che di Tobin tax si è cominciato a parlare nelle sedi internazionali (dal banchiere che presiedeva il corrispettivo inglese della Consob a Sarkozy), a sinistra è calato per lungo tempo un silenzio assordante sulla proposta. Ora l’Unità ha rilanciato meritoriamente la proposta e questo potrebbe consentire di riprendere a parlarne.La Tobin tax veniva rivendicata quando i contrari erano in maggioranza, possibile che ora che si sono aperti importanti spazi di interesse chi l’ha proposta se ne sta zitto, o quasi ?
Questo fa parte del ritardo con cui viene affrontata la complessa ma decisiva questione posta dalla crisi finanziaria e dalle sue conseguenze, pena restare in attesa della prossima bolla di crisi. E’ in questo quadro che entra la Tobin tax, che è uno degli strumenti possibili di intervento sui mercati finanziari.
La crisi finanziaria internazionale, originata dalla crisi dei mutui subprime americani, ha provocato effetti a catena, mettendo a nudo le contraddizioni e le storture del sistema finanziario internazionale, che sono ben maggiori dei mutui sotto accusa. In campo finanziario la globalizzazione è reale perché i capitali si muovono da tempo in grande libertà e decidono le fortune o la caduta dei sistemi economici nazionali e lo fanno in assenza, o quasi, di regole.Anzi, prevale tuttora una concorrenza tra aree del mondo per il trattamento più favorevole riservato ai movimenti dei capitali.La forbice crescente tra i redditi e l’impoverimento relativo del ceto medio lavorativo hanno messo una parte rilevante dei cittadini - americani e non solo - nell’impossibilità di consumare come prima e a questo è stata data la risposta del credito facile, oltre la possibilità di effettiva restituzione.
I consumi hanno retto solo a credito, altrimenti la compressione dei redditi più bassi e da lavoro avrebbe provocato stagnazione e caduta dei consumi.L’attività finanziaria è cresciuta oltre i livelli immaginabili. C’è chi ha calcolato che ben oltre il 90 % delle attività finanziarie non hanno alcun rapporto con le attività reali della produzione, dei servizi, delle attività materiali o immateriali.
Quindi la questione va molto oltre i mutui subprime. I capitali che si muovono sono enormi, molte volte il PIL mondiale annuo.La crisi finanziaria ha aperto una voragine di dimensioni tali da intaccare una fetta importante del PIL mondiale.
Nel tempo l’attività finanziaria è diventata ipertrofica, tale da consentire di sognare e perfino di realizzare fortune personali enormi, in poco tempo. Anche le banche non si sono sottratte a questo gioco infernale, tanto più che buona parte delle loro entrate dipendono dalle commissioni sulle transazioni.Questa ipertrofia finanziaria ha favorito lo spiazzamento delle attività produttive e reali, ha relegato il lavoro nel punto più basso della scala dei valori sociali.Se l’attività finanziaria è cresciuta, parafrasando Sraffa, producendo denaro attraverso denaro, gli effetti nefasti sono stati molto concreti e reali. A partire dallo spiazzamento degli investimenti in attività reali, perché il guadagno era più facile nella finanza, per finire all’appropriazione di quote crescenti del Pil da redistribuire a questo nuovo ceto degli affari, mentre il lavoro dipendente ne perdeva quote crescenti. Del resto basta vedere la crescita delle rendite finanziarie, in Italia tuttora tassate vergognosamente al 12,5 % cioè molto sotto gli altri redditi.
L’altra faccia è che anche le risorse reali e il risparmio dei cittadini sono stati drenati verso le attività finanziarie, con risultati evidenti di ridislocazione sociale delle ricchezze, basta pensare alla quantità impressionante di denaro perso dagli investitori, attratti dal messaggio di facili e rapidi guadagni.
A questo va aggiunto che per evitare il crollo del sistema creditizio gli Stati nazionali si sono svenati, spendendo miliardi di euro e facendo enormi debiti che per di più hanno offerto il fianco all’attacco della speculazione finanziaria. Grecia insegna. Si potrebbe dire che all’improvviso lo Stato, dato frettolosamente per morto, è stato in grado di svolgere un’azione abbastanza efficace di intervento sulle banche in difficoltà, quanto costoso e scaricato su tutta la collettività. Oggi il rientro da questo enorme debito avviene a spese dello stato sociale.La beffa è quindi doppia: prima la crisi finanziaria ha trascinato l’economia nella recessione, poi il risanamento dei conti pubblici viene scaricato sugli stessi che ne hanno già pagato le conseguenze in termini di disoccupazione, caduta dei redditi, ecc.La cosa incredibile è che proprio l’intervento finanziario degli Stati ha creato le condizioni per gli attacchi contro di loro da parte della stessa finanza speculativa che nel frattempo, visto che non è successo quasi nulla sul piano delle regole, ha ripreso fiato e aggressività.Nei giorni cruciali della crisi finanziaria c’è stata una fase in cui le urla contro i nuovi untori del mondo finanziario si levavano altissime, minacciando sfracelli. Governi, studiosi, cittadini. Tutti additavano i responsabili dell’irresponsabilità finanziaria. Tuttavia, passata la fase più acuta e incerta, gli ambienti finanziari hanno capito rapidamente che non sarebbe accaduto nulla di irreparabile, che il passare del tempo consentiva loro di riprendere fiato e di tornare alle vecchie abitudini.Goldman Sachs, ad esempio, dopo la prima fase di incertezza, ha guidato rapidamente l’offensiva della finanza speculativa puntando sull’aumento del prezzo del petrolio, cosa che non aveva alcuna giustificazione economica visto che la domanda mondiale era in calo a causa della crisi produttiva seguita a quella finanziaria.Buffet, finanziere e speculatore, ha definito le attività finanziarie di questo periodo “armi finanziarie di distruzione di massa”. La presenza nel board delle società di rating di coloro che avrebbero dovuto essere controllati e giudicati, al fine di orientare il mercato finanziario, ha fatto il resto. Tutto ha teso a tornare come prima della crisi. Del resto è il riflesso condizionato più naturale, se nulla o quasi viene cambiato nelle regole, tutto tende a tornare come prima.Negli Stati Uniti sono state adottate alcune misure interessanti per mettere sotto controllo i mercati finanziari. Alcune misure sono significative, ad esempio hanno dato alla Federal Reserve maggiori poteri, è stata costituita una nuova Autorità a difesa dei rispamiatori, è stato messo il limite del 3 % alla possibilità delle banche di speculare con i soldi di tutti. Per inciso è nota l’abitudine delle banche di speculare con i soldi dei depositanti, salvo tenersi i profitti in caso di esito positivo o di scaricare sui risparmiatori i costi in caso di esito negativo, oppure, peggio ancora, di mettere a rischio la solvibilità della Banca e quindi ottenere interventi pubblici di sostegno per evitare l’effetto domino. Il limite maggiore delle misure americane è di avere un’ottica di intervento che arriva ai confini dell’impero nazionale. Di più: cercando di evitare che altre zone come l’Europa mettessero vincoli ai movimenti di capitali e all’azione dei fondi.Si potrebbe dire che gli USA hanno cercato di fare pulizia in casa propria ma non hanno promosso la stessa iniziativa a livello internazionale. Anzi hanno cercato di scoraggiare iniziative di controllo sui fondi americani che operano all’estero. In altre fasi invece gli USA si sono mossi su un orizzonte internazionale, ad esempio hanno promosso il WTO, anche se in tuttaltra direzione ovviamente. Ora invece sono restii a trovare soluzioni nelle sedi internazionali, preferendo continuare a lucrare sul ruolo del dollaro come moneta di riserva mondiale e a beneficiare dell’attrazione verso i capitali esteri e dei proventi delle attività finanziarie americane all’estero.Si potrebbe dire che si è cercato di scaricare la parte negativa dell’attività finanziaria americana sul resto del mondo.Eppure per la prima volta la Cina ha proposto di trovare una nuova moneta per regolare i rapporti internazionali. Potrebbe essere il primo passo verso un diverso sistema finanziario internazionale, in cui il dollaro non sia più l’unico centro e quindi non più in grado di scaricare sul resto del mondo le contraddizioni americane. Del resto il contenzioso Cino-americano sulla svalutazione dello yuan ne è la conferma. Questa proposta cinese è caduta nel vuoto ed è un’occasione perduta perché continuerà il tira e molla basato soltanto sui rapporti di forza, non a caso si riparla di svalutazione del dollaro.Gli inglesi sono passati dall’essere protagonisti dell’apertura incondizionata dei mercati finanziari all’acquisto di pacchetti azionari delle banche in crisi. Oggi Cameron si limita a fare il liquidatore della situazione con tagli al bilancio pubblico e con l’unico obiettivo di mantenere in piedi la finanza inglese.In Europa molti paesi, sia pure in modo non sempre coerente, hanno posto invece il problema di adottare nuove regole di controllo sui mercati finanziari internazionali. Il Governo italiano, con il Ministro Tremonti, è schierato sulla linea più conservatrice, facendo affermazioni di cui oggi dovrebbe pentirsi pubblicamente come quella che l’Italia sarebbe stata sui conti pubblici alla pari della Germania. La Germania ha ragionato sulle misure da adottare e, ad esempio, ha messo limiti all’acquisto di azioni a debito cioè senza la disponibilità dei fondi necessari, che è all’origine di molte turbative.
La Francia, con il discorso di Sarkozy all’assemblea dell’ONU, ha riproposto la Tobin tax, sia pure con l’obiettivo di raccogliere fondi per fini umanitari. Del resto già Chirac si era ben guardato dal cancellare la legge sulla Tobin tax, legge fatta approvare dai socialisti. Resta il fatto che l’Europa nel suo insieme, malgrado questi lampi fugaci, si è mossa con grande ritardo e partorendo in sostanza un topolino. C’è chi esalta la decisione di costituire tre nuove autorità europee per il controllo sul mondo finanziario. A parte che entreranno in vigore nel 2011, cioè nel quarto anno dall’inizio della crisi finanziaria e chissà quando potranno operare effettivamente, il loro ruolo è all’interno di un meccanismo estremamente rarefatto che prevede ancora un ruolo importante delle Autorità nazionali. Inoltre per qualunque iniziativa seria delle Autorità europee occorrerà il consenso delle autorità nazionali, altrimenti la procedura sarà complicatissima e di esito incerto. In ogni caso non viene affrontato il cuore del problema, così come non lo affronta Basilea 3, anche se i banchieri hanno fatto di tutto per contrastare questo nuovo accordo.Infatti anche Basilea 3 si limita a definire criteri più prudenziali di concessione del credito da parte delle banche in rapporto al capitale proprio. Buona cosa ma insufficiente. Viene in sostanza ridotta la cosiddetta “leva” del credito, che era arrivata a livelli veramente esagerati. Queste misure sono certamente utili e nessuno può sottovalutarne la portata perché rendono le banche più solide, ma non vanno alla radice dell’azione speculativa e non sono in grado di riportarla entro limiti socialmente accettabili.La discussione sulle banche troppo grandi per fallire rischia di essere fuori centro. Certo ci sono banche il cui fallimento farebbe tremare l’intera economia, ma il vero problema è che questi conglomerati finanziari fanno contemporaneamente troppe parti in commedia e queste attività sono in evidente conflitto di interessi.Più che la grandezza il vero problema è che l’attività delle banche avviene in pieno conflitto di interessi tra le loro diverse attività. Questa è la ragione che ha portato le stesse banche a confezionare prodotti finanziari malati e a rifilarli direttamente ai loro clienti, oppure a dedicarsi indifferentemente al credito per le attività reali e a reggere il sacco alla speculazione finanziaria, spesso con una predilezione per la seconda.La soluzione al problema più che la grandezza delle banche sta nel creare barriere invalicabili tra le attività e quindi nel tornare alla specializzazione. La banca generale che fa tutto è all’origine di questa situazione. La specializzazione (commerciale, affari, investimenti, ecc.) potrebbe risolvere molti problemi ed evitare di trascinare il risparmio nel baratro ed evitare di portare l’economia reale a subire i contraccolpi delle speculazioni. Da una revisione del sistema che regola l’attività delle banche potrebbe derivare come conseguenza anche una revisione della dimensione degli attuali conglomerati, ma non per mera una contrapposizione grande-piccolo. Questa riforma sarebbe molto più efficace di altre proposte.Infatti il primo problema è di democrazia: alcuni centri finanziari nelle attuali carenze di regole possono decidere della vita e della morte di un’economia nazionale (vedi Grecia) mentre la discussione dovrebbe iniziare proprio dall’opportunità o meno di consentire che alcuni prodotti finanziari continuino ad esistere, a quali regole debbono sottostare altri prodotti, e a quali condizioni possono essere consentiti altre attività ancora. Soros ha detto: “un mercato globale ha bisogno di regole globali”. Purtroppo la libera circolazione dei capitali è avvenuta prima di definire le regole. In sostanza la democrazia attraverso le azioni politiche dovrebbe imporsi sul mondo finanziario e in questo modo difendere anche sé stessa, cioè essere in grado di governare i processi, anziché essere messa sulla graticola dalla speculazione o subirne il ricatto a crisi avvenuta. Forse il momento più favorevole per un’azione di regolazione è passato, ma in ogni caso occorre provarci, pena il restare in attesa della prossima crisi finanziaria senza sapere che fare e nella consapevolezza che sarebbe molto difficile prevederla e ancora più difficile scongiurarne gli effetti nefasti.Il problema del controllo del risparmio, della sua allocazione, del suo utilizzo, della priorità che occorre dare alla crescita economica e all’occupazione non sono risultati che possono venire da soli, per così dire grazie alla mano invisibile del mercato. Questo in fondo è il limite più grosso dell’elaborazione del Financial Stability Forum, che ha sostanzialmente pensato che occorre ripulire i meccanismi del mercato perché dal loro corretto funzionamento verranno le risposte automatiche alle crisi finanziarie. E’ una pura illusione che si basa su un’ideologia mercatista. Non è così, il mercato finanziario va regolato con precisione e con determinazione e questo va fatto ex ante, non dopo una nuova crisi. Occorre che vengano stabilite precise regole e chiari divieti.Anzitutto è assurdo che ci siano attività finanziarie che sfuggono alle autorità di controllo. Gli Usa hanno cercato in ogni modo di allentare i controlli sui fondi che venivano minacciati di nuovi controlli in altre aree del mondo e purtroppo finora in Europa non è successo granchè. Non c’è alcuna ragione obiettiva perché questo controllo non ci debba essere, se non per stabilire zone franche del mercato dei capitali, una loro supremazia, mentre in realtà costituiscono la sede in cui avvengono i movimenti che altrove sarebbero vietati. Inoltre i nuovi strumenti finanziari sono all’origine degli aumenti o della caduta speculativa dei prezzi dei prodotti fondamentali dell’economia. I derivati che sono all’origine di aumenti immotivati dei prezzi, i credit default swap nati per costituire una forma di assicurazione sulle oscillazioni possibili, sono diventati strumenti per fare la guerra (finanziaria) a Stati. Quindi tutte le attività finanziarie in quanto si rivolgono ai cittadini, senza i quali non esisterebbero, o hanno conseguenze sulla loro vita debbono essere soggette ai controlli delle Autorità, a partire dalle Banche centrali. Senza eccezioni.Le autorità debbono avere il potere di vietare prodotti finanziari pericolosi o misteriosi nella loro composizione. Gli stessi prodotti finanziari complessi che hanno tolto il sonno a molte Regioni ed Enti locali non erano altro che pacchetti finanziari che sotto l’etichetta di coprire rischi in realtà ne creavano altri 100 volte maggiori. Soros li ha definiti: “un’assicurazione sulla vita di altri riservandosi la licenza di ucciderli”.Le Autorità debbono avere il potere di controllare tutti i prodotti finanziari, non ci possono essere zone franche e li debbono autorizzare preventivamente, vietando senza ambiguità quelli rischiosi che vivono perché offrono il miraggio di facili guadagni.Del resto basta aprire un giornale finanziario e i fondi speculativi e le attività a rischio sono elencati in bella vista, non è quindi impossibile intervenire.I cosiddetti paradisi fiscali sono in gran parte risibili. Anzitutto molti paradisi fiscali in realtà sono stati europei o parti di essi che per convenzione vengono ritenuti al di fuori delle normative che riguardano il resto dell’Europa e con adeguate pressioni potrebbero rapidamente sparire. Anche gli staterelli di altre aree del pianeta possono essere ricondotti a ragione, come del resto hanno fatto gli USA quando hanno ritenuto di averne bisogno dopo l’11 settembre, e lo hanno fatto senza tanti complimenti schiantando segreti fino ad allora ritenuti invincibili. Perfino il mitico segreto bancario svizzero vacilla. Perché mai grandi aziende pubbliche italiane e grandi banche hanno loro società nei paradisi fiscali ? Non ci sono ragioni economiche che non siano la possibilità di fare operazioni fuori controllo, come creare fondi neri, fare operazioni estero su estero, ecc. Tremonti ha magnificato la misura del bilancio consolidato di gruppo, sarebbe più o meno come se una banda di ladri inserisse i suoi redditi illegali nella dichiarazione dei redditi.Il bisogno di evitare nuove crisi finanziarie, cha abbiamo visto ha un corredo di conseguenze disastrose sull’economia, sull’occupazione, sulla povertà nel mondo, ci impone di adottare nuove regole mondiali. Nell’impossibilità di rimuovere gli ostacoli attuali in settori decisivi dell’economia mondiale, si potrebbe tentare di arrivare a queste regole adottandole per adesioni successive, come è stato fatto per il trattato di Kyoto.La cosa migliore sarebbe realizzare l’utopia di un’ONU dell’economia, tuttavia vediamo che l’ONU fatica già a svolgere i suoi compiti e i colpi di maglio di Bush hanno lasciato il segno. Purtroppo anche Obama non ha su questo piano la stessa carica riformatrice, foss’anche utopica, che ha avuto sul piano interno. Un nuovo ordine finanziario mondiale non sembra essere nel suo orizzonte attuale. Eppure i tempi sono più che maturi per una nuova Bretton Wood, cioè per realizzare i nuovi fondamenti di un ordine finanziario mondiale, con regole, divieti, ecc.
Quindi ? Uno spazio ci sarebbe. La crisi finanziaria internazionale non ha ancora esaurito i suoi effetti. Le previsioni dciono che prima del 2015 l’occupazione non tornerà ai livelli precrisi, l’economia dei paesi cosiddetti forti segna il passo, l’occupazione è ferma e quindi le conseguenze della crisi finanziaria internazionale si stanno prolungando nel tempo. Un’azione politica intelligente potrebbe ricordarlo e porre così le basi per una discussione e per le misure da prendere. Del resto l’argomento è già all’odg, sono le misure in via di adozione che non sono sufficienti. Per di più per molto tempo ci saranno le conseguenze degli interventi di salvataggio fatti dagli Stati, che oggi portano come conseguenza a tagli pesantissimi negli interventi sociali e ad arretramenti economici pesanti. Addirittura la BCE ed altri - con un rovesciamento dei ruoli totale - dicono di temere il contagio dei disavanzi pubblici sulla finanza e sulle banche, le stesse che sono state salvate dagli Stati che si sono svenati per farlo e oggi sono sotto accusa per averlo fatto. Il mondo non è tutto come la Grecia ma le conseguenze della crisi sono comunque pesanti sulla vita delle persone.Quindi l’idea, foss’anche l’utopia, di un nuovo ordine regolatore mondiale dei mercati finanziari, da raggiungere anche per gradi, è di grande attualità. E’ uno snodo decisivo, senza affrontare il quale il governo dei processi economici è quasi impossibile. La sinistra dovrebbe prendere in mano seriamente la bandiera di un governo mondiale dei mercati finanziari, in nome di una democrazia che per quanto imperfetta deve consentire comunque di intervenire in nome dell’interesse collettivo sui mercati finanziari, pena conseguenze che ricadrebbero su tutti come è accaduto recentemente in modo drammatico. Certo occorre una sinistra che ragiona in termini sovranazionali, ma se non lo farà sarà costretta a difendersi in un ambito ristretto e la destra finirà con l’avere campo libero.Il mercato non è in grado di regolarsi da solo. Può solo essere regolato dalle scelte politiche. La teoria della mano invisibile che regola non tiene. La mano che regola deve essere visibile e guidata dalle scelte politiche.Il sistema delle Autorità di controllo deve riguardare tuttti i mercati finanziari, di qualunque tipo, debbono avere il potere di vietare, di controllare, di sanzionare e naturalmente rispondere di ciò che non hanno fatto.
Il movimento dei capitali è possibile perché a monte c’è un risparmio che consente di alimentare il meccanismo finanziario, ma occorre che il risparmio sia tutelato a partire dalla semplice verità che non ci possono essere guadagni mirabolanti senza che qualcuno paghi questo risultato, spesso lo stesso risparmiatore. Inoltre il risparmio serve in quanto alimenta investimenti, anche a lungo termine e quindi è inevitabile che ci sia un rapporto con l’azione pubblica. Regole di trasparenza e di garanzia sull’utilizzo del risparmio debbono essere tali da evitare i “lai” post disastro ma da evitarlo in radice. Il risparmio deve avere tutele simili a quelle dei depositi bancari anche quando si rivolge al mercato finanziario e ancora di più se è destinato alla previdenza, dove occorre rivedere regole che non garantiscono nemmeno il capitale investito.L’intermediazione del risparmio e quindi la movimentazione dei capitali non può portare a una condizione anomala nella formazione dei guadagni e delle retribuzioni della nuova classe dei miracolati dal mondo finanziario. Mettere dei tetti non è affatto assurdo.La Tobin tax in questo senso è solo un primo passo che avrebbe il merito di rendere conoscibile un mercato finanziario largamente opaco. Naturalmente occorre porsi il problema di un sistema di regole più complesso e cogente della Tobin.Lo Stato anzitutto deve essere riscoperto come la prima sede di intervento. Si dice ma lo stato non basta, vero, ma se uno Stato sceglie la trasparenza e non di diventare un paradiso fiscale fa una scelta che è in buona parte nella sua disponibilità e che potrebbe oggi costituire un atout positivo in un mercato finanziario pieno di ombre, pericoli e anche peggio. Del resto lo Stato è quello che ha trovato i fondi per salvare le banche, è la dimensione istituzionale a cui vengono accollati gli oneri dei tagli (Grecia ad essmpio) e quindi perché mai dovremmo ritenerlo una sede ormai inutile ? Altro discorso è porsi seriamente il problema di arrivare a regole di livello sovranazionale, europee e mondiali, cosa assolutamente necessaria. L’Italia purtroppo occupa oggi una posizione ridicola perchè si oppone a tutti i tentativi di stabilire regole a livello europeo, salvo lasciare il passo alle avventure finanziarie di Gheddafi. La scusa tanto usata che l’Europa non vuole non tiene più, si può promuovere o no una politica europea ? L’Europa potrebbe patrocinare un nuovo rapporto con altre aree a partire da Cina, India, Brasile, ecc. La debolezza di una politica europea lascia spazio all’egemonismo tedesco che con l’ossessione dei conti in ordine in realtà impone regole che sono più favorevoli a chi le propone. Il rischio di un’Europa che sia un’area del marco allargata è reale, ma questo non dipende tanto dai tedeschi quanto dalla debolezza delle posizioni del resto dell’Europa.E’ evidente che un ruolo regolatore di livello europeo è un passaggio importante, diffcilmente risolvibile con la creazione di nuove autorità europee destinate a coesistere con quelle nazionali e con i limiti di interventi che non affrontano i nodi dei problemi. Eppure un’Europa diversa, che riprende il filone della guida politica dei processi potrebbe essere protagonista di una nuova regolazione mondiale di cui c’è assoluto bisogno. Quindi Stato, Europa, Internazionale sono tre livelli diversi di intervento e regolazione per fermare lo scaricabarile che vede ogni volta che non si vuole scegliere attribuire la responsabilità all’altro livello. La colpa è dell’Europa, degli Stati, ecc.
La crisi finanziaria ha messo in ginocchio i bilanci pubblici, ha creato una voragine di disoccupazione, spiazzato le attività reali. La ripresa deve essere di qualità. La ripresa economica non può essere un tornare a prima, rimisurando il Pil nello stesso modo, senza affrontare i problemi della qualità dello sviluppo. Una nuova economia, quale gerarchia dei consumi, sono i temi sul tappeto.
La Tobin tax è un granello ma può essere molto utile, a condizione che ciascuno faccia la sua parte e gli USA non siano più prigionieri di una primazia mondiale che non sono più in grado di reggere alla vecchia maniera.

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venerdì 7 gennaio 2011

Mobilità elettrica, una soluzione è possibile di Giuseppe Tavella


Il nodo prevalente della mobilità elettrica è da sempre quello legato all’autonomia. Il progetto israeliano ... è tanto semplice quanto rivoluzionario: realizzare in tutto il mondo innumerevoli stazioni automatiche di scambio batteria (battery swapping).Non è quindi un sistema di ricarica ma un vero e proprio scambio fra la batteria scarica ed una perfettamente ricaricata. Questa tecnologia è chiamata quickdrop e permette a qualsiasi auto elettrica predisposta appositamente di ottenere un cambio della batteria in un tempo addirittura inferiore a quello necessario attualmente per fare il pieno di carburante: meno di un minuto.
Il cambio della batteria avviene senza nemmeno scendere dalla macchina.
Il progetto ... prevede che il proprietario del veicolo non possieda di fatto le batterie ma che le possa utilizzarle sfruttando abbonamenti simili a quelli che attualmente si utilizzano per la telefonia mobile. Questo comporta non solo un costo dell’auto elettrica molto più basso di quello in cui la batteria è compresa ma anche di liberare il proprietario dell’auto da rischi legati a guasti e/o garanzie dell’anello più debole di tutto il sistema, la batteria appunto.
Il progetto ... è pensato per risolvere contemporaneamente due problemi: l’ansia da autonomia (tipica sensazione di chi viaggia in veicoli puramente elettrici) e la mancanza di stazioni di servizio lungo il proprio percorso. Costruendo veicoli con tecnologia quickdrop, stazione automatiche di scambio batteria e considerando che i veicoli elettrici comunque sono sempre ricaricabili in modalità plug-in da qualsiasi presa elettrica 220V, si ottiene una tecnologia non solo potenzialmente ecologica al 100 percento ma funzionale ed in grado di competere in prestazioni e flessibilità con le comodità garantite dalle attuali macchine endotermiche
(benzina, diesel, gas ed ibride).La rivoluzione è già in atto a Tel Aviv, a Tokyo e in numerose città nord europee dove sono stati siglati accordi per lo sviluppo di questa tecnologia.

di Giuseppe Tavella , estratto da http://www.howtobegreen.eu

Le buone abitudini s’imparano da piccoli (e per i grandi... non è mai troppo tardi!) di Luisella Zanino*





Il cibo è la vita.
Nelle popolazioni ricche il cibo assume una valenza che supera la necessità e diventa abitudine: buona abitudine o cattiva abitudine?Inutile o forse utile ricordare che le buone (e le cattive) abitudini si formano con l’esempio. Il ruolo educativo dei genitori assume una valenza fondamentale in tutti i campi: morale, culturale e di stile di vita. Per ciò che attiene alla cura dei bambini, è assolutamente riduttivo limitarla alla consulenza pediatrica: la vera “cura”, nel senso più ampio dell’accudire, nasce da un’attenzione completa da parte dei genitori per il proprio bambino e da una coscienza non solo personale ma collettiva. Questa attenzione personale e questa coscienza sociale non solo possono prevenire le malattie ma permetteranno ai bambini di diventare in futuro adulti responsabili per se stessi e per la società in cui vivranno. Il cibo è la vita, dunque dal mondo che ci circonda non dovrebbe essere disgiunto: il cibo assume una valenza ampia a livello sociale. Culturalmente, l’uso frettoloso di prodotti alimentari commerciali “buoni per tutte le stagioni” depaupera la nostra società da valori legati al cibo e al significato del cibo come prodotto della terra, delle nostre radici culturali, del ritmo del tempo legato non solo al procedere lineare di kronos ma anche al ritmo circolare di kairos: il giorno che nasce e muore, la luna che cresce e cala, le stagioni che si susseguono e ritornano, i prodotti non sempre uguali che la terra ci offre. Una ricchezza che diventa un bagaglio perduto per i nostri bambini quando noi adulti ne diventiamo inconsapevoli e dunque incapaci di trasmetterla.Alimentarsi con consapevolezza e nel rispetto dell’ambiente può assumere il significato di trasmettere ai bambini e alle nuove generazioni l’amore per la terra, il rispetto per la natura e per i suoi prodotti, per i cibi semplici e sani, per i prodotti regionali. La cucina del territorio non è solo una moda (penso al moltiplicarsi di ristoranti cosiddetti Km0) ma è un evidente vantaggio per l’ambiente. Basti pensare al risparmio generale di risorse utilizzando merci che non siano state trasportate in lungo e il largo per il nostro paese, quando non per l’Europa o per il mondo.
Il pasto dovrebbe essere un momento di gioia condivisa, di armonia, di riunione della famiglia, colloquio, scambio e, scegliendo un’alimentazione corretta, rispetto per sé, per il mondo e per la propria e altrui salute. Il bambino che vede i genitori alimentarsi in modo frettoloso, distratto, poco attento alla qualità dei cibi, sarà in un primo tempo vittima della loro superficialità e poi, in età adulta, quasi sicuramente egli stesso riprodurrà le cattive abitudini apprese, con danni prevedibili non solo per la propria salute ma anche per l’ambiente.Dovere non solo del pediatra ma anche della società è educare le famiglie a un’alimentazione il più naturale possibile : sane merende con pane casereccio olio e sale, pane con la marmellata o il burro, miele, frutta, frullati, spremute, torte casalinghe. Non solo la quantità ma anche e soprattutto la qualità del cibo assunto è fondamentale. Occorre consumare i piatti regionali anche “poveri”, i cibi legati alla stagione e i cibi biologici, intendendo per cibi “biologici” cibi di sicura provenienza, naturali, preferibilmente locali e certificati seriamente come tali. I cibi biologici non trattati sono alimenti “vivi” : non hanno conservanti o coloranti, né additivi, per questo si deteriorano facilmente e devono essere consumati subito. Questo significa fare la spesa giorno per giorno, dedicare all’alimentazione uno spazio quotidiano. L’uso di cibi che non si deteriorino in fretta è assai più comodo nell’organizzazione familiare ma per avere questa prerogativa i cibi devono essere necessariamente trattati.Per tornare al mio mestiere di pediatra: una corretta informazione e educazione sanitaria è fondamentale per gli interventi preventivi sulla salute presente e futura già dalle prime età della vita. Ma perché? Perchè nel bambino è così importante? Per cominciare, oltre allo stile di vita l’alimentazione costituisce la prima prevenzione alle malattie, in particolare le malattie metaboliche (obesità, ipertensione, diabete, arteriosclerosi …) ma non solo. Inoltre il bambino non è “un adulto in miniatura”! Per il bambino la corretta alimentazione è fondamentale perché la sua fisiologia è diversa da quella dell’adulto. Per i bambini il cibo ha una funzione non solo “energetica” ma anche “plastica”: serve a costruire il corpo che sta crescendo. I bambini inoltre hanno un’immaturità funzionale complessiva degli organi e dei sistemi, in particolare degli organi che devono disintossicare l’organismo. Gli organi escretori come il rene, la pelle, i polmoni e l’intestino non sono ancora completamente efficienti, possono dunque verificarsi più facilmente accumuli di sostanze estranee o tossiche. Il corpo del bambino , poi, è più permeabile perché anche le barriere fisiologiche (intestinale, cerebrale, cutanea) non sono mature e le proteine del sangue che devono legare ed eliminare le sostanze tossiche sono più scarse. Per questo il bambino è più suscettibile in generale alle intossicazioni e certamente più sottoposto all’accumulo nell’organismo di additivi, coloranti e conservanti, spesso presenti nei cibi industriali.Usare cibi con additivi è ammissibile: queste sostanze non sono tossiche di per sé, tuttavia – è un fatto- sono difficilmente smaltibili dall’organismo e con l’assunzione sistematica nel corso degli anni vanno lentamente accumulandosi nel nostro corpo. Le “patologie da accumulo” ne sono il risultato: esse s’instaurano subdolamente, lentamente, provocando sintomi dopo molto tempo, spesso dopo i quarant’anni di età, ad esempio mal di testa senza causa apparente o sindromi da affaticamento cronico. Il corpo lentamente s’intossica e lentamente reagisce e si ammala.Siamo oramai vittime di una vita quotidiana frenetica che induce a scegliere la rapidità di un cibo preconfezionato e stabile nei giorni? O vittime di una pigrizia colpevole?Ribelliamoci con la cultura, prima che per il nostro corpo (e la nostra società dei consumi) sia troppo tardi!
* Pediatra (Torino)

EcoTecnologie: ovvero conoscere i limiti di GIORGIO DIAFERIA


Non dobbiamo coltivare l'illusione che i grandi problemi ambientali possano risolversi solo grazie alla tecnologia, sarebbe infatti come credere che la corsa verso armi di distruzione di massa , possa essere un utile strumento di pace.La Natura è una madre generosa,si piega e si adatta al nostro volere, alle nostre violenze, ma entro certi limiti oltre i quali si ribella e ci diventa avversa, e non c'è tecnologia che la possa dominare. Manca l'energia elettrica e pensiamo alle centrali nucleari come alla soluzione, in attesa della fusione fredda; scarseggia l'acqua da bere e si pensa a desalinizzare gli oceani o a prosciugare fiumi e laghi, c'è un esubero di gas climalteranti e pensiamo di interrarli o affossarli negli oceani. Occorre saper umanizzare lo sviluppo tecnologico, (Aurelio Peccei) conoscere i limiti e sapersi fermare senza arrecare danni irreversibili alla Natura. Lo dobbiamo ai nostri figli ed ai loro figli. Lo sviluppo tecnologico va contenuto ed eco-indirizzato mentre la eco-ricerca applicata va perseguita e finanziata.Il Mondo è in continua e rapida trasformazione, occorre saper coniugarlo con l'armonia generale della Natura.

giovedì 6 gennaio 2011

FOTOVOLTAICO: STOP AL CONSUMO DI TERRITORIO


Una Deliberazione di Giunta della Regione Piemonte individua le aree e i siti non idonei all’installazione di nuovi impianti fotovoltaici a terra. Secondo il Movimento Stop al Consumo di Territorio si tratta di una decisione insufficiente che consegna ai lobbisti del fotovoltaico “industriale”i terreni ancora fertili del Piemonte, peggiorando di fatto una situazione di sfruttamento senza limiti …
Il Movimento Stop al Consumo di Territorio (a livello tanto nazionale quanto piemontese) è stato protagonista di una specifica campagna di opinione denominata “Sì al fotovoltaico, ma non su terreni liberi”, avviatasi nel Novembre 2009, che si è dimostrata essenziale per smuovere le regolamentazioni generali da parte della Conferenza Unificata Stato/Regioni.
A livello regionale abbiamo lungamente interloquito con la precedente amministrazione e con tutte le amministrazioni provinciali al fine di affermare il principio – per noi essenziale – della difesa dei suoli agricoli.
Siamo ora lieti di notare come le scelte dei Legislatori e delle amministrazioni locali inizino a prendere in autentica considerazione i nostri principi. Purtroppo, però, il Movimento Stop al Consumo di Territorio prende atto della buona volontà e delle buone intenzioni manifestate dalla Regione Piemonte dapprima con l’individuazione dei cosiddetti “criteri ERA” (introdotti con la D.G.R. del 28/9/2008 - relazione programmatica sull’energia) e poi con la cosiddetta “moratoria” per gli impianti fotovoltaici (introdotta dall’art. 27 della L.R. 18/2010) al fine di salvaguardare alcune aree “sensibili e pregevoli” del territorio regionale dalla incontrollata installazione degli impianti fotovoltaici a terra.
Con la Deliberazione di Giunta approvata lo scorso 14 Dicembre (n. 3-1183 e relativo suo allegato), dobbiamo rilevare, invece, che sono stati ribaltati buona parte dei presupposti che avrebbero dovuto portare a conciliare i principi di tutela dell’ambiente, del territorio e del paesaggio con i principi di sviluppo delle energie rinnovabili, peraltro desumibili dai principi costituzionali e dagli indirizzi impartiti dalla Convenzione europea del paesaggio, dal vigente Piano Territoriale Regionale, dal nuovo Piano Territoriale Regionale, dal Piano Paesaggistico e dai Piani Territoriali delle Province.
Nelle premesse della D.G.R., giustamente viene evidenziato che per l’attuazione delle Linee guida statali (D.M. 10/9/2010), le varie Direzioni della Regione Piemonte hanno effettuato la prevista istruttoria, avente ad oggetto la ricognizione delle disposizioni volte alla tutela dell’ambiente, del paesaggio, del patrimonio storico e artistico, delle tradizioni agroalimentari locali, della biodiversità e del paesaggio rurale che identificano gli obiettivi di protezione non compatibili con l’insediamento, in determinate aree degli impianti; in realtà - come si può rilevare dai contenuti dell’allegato alla stessa D.G.R. - si sono disconosciute alcune importanti problematiche sempre più attuali, quali quelle del consumo scriteriato del suolo agricolo fertile e quelle della tutela del patrimonio storico, artistico e paesaggistico.
In particolare, non si sono individuate tra le “aree inidonee”, notevoli aree tutelate e di pregio in quanto come dichiarato dalla stessa Regione le stesse possiedono una perimetrazione troppo estesa; tra le aree non individuate ne fanno parte le cosiddette “zone tampone/cuscinetto” a tutela dei siti UNESCO (esistenti ed oggetto di candidatura), svariati beni culturali e paesaggistici oggetto dei “vincoli/individuazioni” di tutela di cui allo specifico Codice, nonché quelli individuati dai vigenti Piani Regolatori dei Comuni, le Zone di Protezione Speciale (relative alla conservazione degli uccelli selvatici), parte delle aree agricole ad elevata fertilità (quelle di 1^ e 2^ classe di capacità d’uso del suolo), la totalità delle aree agricole a buona fertilità (quelle di 3^ e 4^ classe d’uso del suolo) e la totalità delle aree per produzioni agricole ed agroalimentari di pregio (D.O.P., I.G.P., I.G.T., S.G.T., ecc.). Inoltre, cosa ancora più grave, le aree indicate come “inidonee”, in realtà non sono aree di “esclusione”, ove vi sarebbe un divieto a priori vincolante per la presentazione delle istanze, ma sono solamente aree ove vi è un’elevata probabilità di esito negativo delle valutazioni.
In base a quanto sopra rilevato, con la citata Deliberazione, la Regione Piemonte ha consegnato in mano ai lobbisti del fotovoltaico a terra una norma idonea alla “libera speculazione” su gran parte dei terreni liberi, contrariamente a quello che invece hanno fatto altre Regioni (Toscana, Puglia ed Emilia Romagna), il tutto letto con l’impossibilità per i Comuni di limitare/regolare il fenomeno: si tratta, a nostro parere, di una situazione che ha di fatto peggiorato – e di molto – la realtà già previgente.
Per tale motivo, sollecitiamo la Giunta della Regione Piemonte ad un incontro urgente, augurandoci piena disponibilità ad apportare correttivi essenziali alla Deliberazione approvata e, così, evitare una situazione davvero insostenibile che non potrà che creare danni irreversibili, tanto nel breve quanto nel medio periodo.

Postato da eco-piemonte su eco-piemonte il 1/06/2011 07:30:00 PM

Un appello di International Help da ecoblog Piemonte


un appello di International Help


L’Associazione International Help Onlus a partire dal 1995 si occupa di cooperazione internazionale, con interventi in differenti Paesi, dal Guatemala al Kenya al Mozambico, all’Etiopia. L’associazione non ha costi di gestione. Ogni contributo ad essa versato viene interamente consegnato a chi ne ha necessità.
Per ulteriori informazioni consultare il sito: www.Internationalhelp.it
A partire dal febbraio 2005 I.H. collabora con Caritas a Santiago de Cuba per il mantenimento di una mensa –“Comedor n°5”- che fornisce a circa 140 anziani indigenti, oltre al cibo, un fondamentale supporto sociale, mirato alla salvaguardia dell’igiene personale e della salute tramite l’invio di farmaci.
Ad altre decine viene offerto un servizio di animazione culturale .
Negli anni 2009 e 2010 sono stati completati importanti interventi di ristrutturazione dei locali ( tinteggiatura, lavanderia, letti e materassi ecc.) finanziati in parte da Regione Piemonte con un contributo che non verrà reiterato nel 2011.Centinaia di anziani necessitano quindi di un servizio divenuto ormai parte integrante della loro quotidianità e in grado di fornire dignità alla loro vita.International Help si propone di intervenire con un impegno straordinario, attraverso l’iniziativa:“Adotta un anziano a Santiago de Cuba”
Proponiamo l’ ”adozione” di uno degli assistiti di Santiago tramite il versamento annuale di 100 euro.Di ognuno di loro saranno fornite ai sottoscrittori le generalità e presto anche una foto.Il contributo di una modesta cifra permetterà a tante persone in difficoltà di recuperare uno status di minore disagio e una migliore qualità della vita.
I contributi potranno essere versati con la motivazione “A favore degli anziani di Santiago de Cuba” presso il conto intestato a:


International Help IBAN IT44 M030 6909 2191 0000 0109 197
C.C. 109197 ABI 01025 CAB 01018 CIN A
Intesa-S.Paolo Agenzia 18 -Torino

martedì 4 gennaio 2011

Orti Urbani: un modo ecologista per socializzare e difendere lo scarso terreno urbano rimasto. di G.Diaferia












Piccoli spazi verdi, fra agglomerati di case,adibiti a punti di incontro"open", a coltivazioni di frutta e verdura con il contributo dei residenti della zona.I prodotti poi della coltivazione, il piu' severamente bio-possibile, non in vendita ma consumati dai cittadini stessi o donati durante le iniziative educative ed informative che i volontari ecologisti organizzano per le scuole, ma anche per gli interessati in genere. Un bel risparmio per il portafoglio ma anche un modo di incrementare il verde urbano in modo intelligente e far prendere una boccata di ossigeno ai nostri grigi polmoni. Sono spesso terreni abbandonati, di proprieta´ comunale, dove in assenza di attivita' si potrebbe farne un uso improprio di dormitorio o luogo di spaccio e consumo di droga.Sono diventati una moda in altri Stati, Milano ne sta avviando parecchi, ma la Regione leader in Italia per numero di orti ed estensione di terreno urbano dedicato,è l' EmiliaRomagna.Complessivamente in Italia sono circa 18 milioni i contadini part time (dati Nomisma).Il movimento ha preso le prime mosse negli anni '70 a New York e si e' poi via via diffuso. video