sabato 23 gennaio 2010

Politiche locali e partecipazione dei cittadini di Bernardo Ruggeri


Spesso sfugge che le politiche locali sono quelle preposte al soddisfacimento di bisogni che maggiormente toccano le necessità fondamentali delle persone; per contro sfugge anche che il livello locale è quello in cui il grado di partecipazione può raggiungere il livello maggiore in quanto i “deleganti” hanno una maggiore possibilità di verificare il comportamento del “delegati” ad amministrare le cose pubbliche e di conseguenza il grado di giudizio può essere più efficace.

La possibilità di creare un’altra Italia è quindi possibile solo se si mette in movimento una nuova aria cittadina: i comuni decidono della vita quotidiana di ognuno di noi e quindi decidiamo di incidere noi nella vita dei comuni. Questo storicamente era stato il motivo che aveva spinto la borghesia liberale agli inizi del ‘900, nel creare le aziende pubbliche locali, di proprietà degli enti locali per la fornire servizi ai cittadini, sottraendoli alla competizione del mercato ed in definitiva alle leggi del profitto. Esemplare l’effermazione di Giolitti della necessità di fornire il servizio postale a sua zia abitante in una piccola frazione di un piccolo paesino, al di fuori delle leggi di mercato. E’ trascorso ormai quasi un secolo dall’emanazione della legge sulla municipalizzazione, che ha costituito il quadro legislativo di riferimento praticamente fino ai nostri giorni. La Legge Giolitti del 1903 e il successivo Testo Unico del 1925, in effetti, scaturiscono proprio da un generale e condiviso fabbisogno di regolazione: l’operare sostanzialmente incondizionato delle forze di mercato si era infatti dimostrato sempre più incompatibile tanto con l’efficienza del sistema economico quanto con le necessità di vita dei cittadini.

Ora il vento sembra esser cambiato di nuovo, e la parola d’ordine a destra come a sinistra è privatizzare ed esternalizzare: diamo forza al mercato che con le sue dinamiche domanda/offerta, costi/prezzi sarà in grado di rispondere al meglio alle esigenze. Ma così non è, sono nate nuove esigenze, vi è una necessità di superare il tratto “trasportisco” delle nostre città; vi è la necessità di accoppiare la domanda e l’offerta sul territorio di vecchie e nuove esigenze, ma la maggiore necessità che tali nuovi servizi non possono essere ascritti al perimetro delle leggi del mercato, servono risorse per: studiare, ricercare, realizzare, attivare ed il mercato non è in grado di fornirle e le nuove esigenze vengono affossate. Ci si rivolge al passato in cui lo sviluppo continua ad essere cemento ed acciaio con nocumento della società intera. Elenchiamole: la necessità che l’acqua rimanga pubblica in tutti i sui segmenti industriali dalla potabile ai sistemi di depurazione; la necessità di un ruolo attivo per realizzare una rete integrata di raccolta delle energia alternative diffuse sul territorio per accoppiarle alla domanda diffusa mediante sistemi di polmonazione in cui anche la realizzazione di rete integrata di trasporti e distribuzione metta al centro la salute dei cittadini/utenti; il superamento della “questione rifiuti” come elemento di sviluppo culturale ed economico; la questione della salvaguardia dell’uso de territorio contro un’urbanizzazione selvaggia delle nostre città e non solo; un attenzione agli “ultimi” quelli che sono fuori dal ciclo economico produttori/consumatori (disabili/bambini/anziani/non occupati) inserendoli in reti di solidarietà che restituisca a loro la dignità di essere umani.

Per fare tutto ciò servono delle scelte politiche chiare e semplici: la necessità di una fiscalità penalizzante e premiante rispetto all’uso di risorse; la necessità di opporre alla scelte che si stanno compiendo in questi giorni di privatizzazione delle aziende locali, una scelta politica alternativa. Non è un problema di tornare alle “vecchie” strutture di aziende municipalizzate con tutte le inefficienze e le clientele politiche che esse presentavano (presentano), che nelle migliori delle ipotesi celavano del welfare mal amministrato; ma cambiarne la loro modalità di azione trasformandole in aziende no-profit (vedi Battelle). In tal modo si creerebbe un circuito virtuoso in cui i profitti vengono investiti in ricerche, sviluppo e creazione di attività rispondenti alle maggiori esigenze di sostenibilità, di salvaguardia delle risorse ma maggiormente orientate a criteri di equità nei confronti dei cittadini. In definitiva siamo noi i proprietari delle “nostre” aziende che forniscono servizi locali e avremo ben il diritto di decidere cosa farne dei nostri beni. Il caso dell’acqua in alcune grandi città (vedi Parigi) incomincia a fare scuola.

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