giovedì 30 agosto 2012

VACANZE 2012 di Ezio Borghesio

Sono appena tornato dalle meritate vacanze… un anno di duro e continuo lavoro, ma ne è valsa la pena, perché mi ha dato modo di fare un’esperienza unica nel suo genere. Infatti, sono appena tornato da un non lontanissimo paese, dove però si vive in un modo tale, che sembra di essere addirittura in un altro pianeta; vi racconto cos’ho visto con i miei stessi occhi. Intanto, all’entrata in questo paese ho subito ricevuto la simbolica stretta di mano di benvenuto, da parte di un ufficio che mi ha fatto delle domande sul mio stato di salute, sul mio titolo di guida, su eventuali mie terapie e dipendenze, avvisandomi del numero unico per qualsiasi emergenza (111); così è stato fatto per i miei famigliari. Poi ho visto che le forze dell’ordine erano discretamente un po’ ovunque, indossavano una sola divisa e le loro auto erano tutte uguali con evidenti segni di riconoscimento; gli agenti parlavano in modo impeccabile l’inglese, pur essendo questo paese non originariamente influenzato da colonizzazioni inglesi. Io che nel mio paese svolgo mansioni di polizia locale, mi sono subito incuriosito a questa esemplare organizzazione ed apparente efficienza, così, dopo i primi giorni passati a fare bagni, prendere il sole e riposare, ho avuto la fortuna d’imbattermi in un simpatico personaggio con il quale ho cercato di approfondire la questione: ho saputo che il rapporto “poliziotto/cittadino” è uno dei più alti al mondo e che i poliziotti si occupano dalla criminalità spicciola a quella organizzata, come dalla protezione civile alla pubblica sicurezza. Diversamente, gli ho risposto, da noi di polizie ce ne sono molte di più: sette divise, sette specialità, con analoghe competenze e sovrapponibili doveri, doppioni insomma e senza contare gli effettivi di sismi, sisde e dia… il mio interlocutore ha cominciato a guardarmi con un’espressione che andava dall’incuriosito all’incredulo. Poi ha aggiungo che da loro, quando capita che la polizia accerta ad esempio una guida in stato di ubriachezza, è proprio chi l’ha accertato che va davanti al Giudice, pochissime ore dopo il fatto, in aule aperte 24/24 ore, proprio come gli ospedali e altri uffici pubblici, a sostenere l’accusa e, nelle stesse aule, sempre aperte al pubblico, c’è pure la sala stampa, con giornalisti specializzati nella cronaca giudiziaria che raccontano e documentano come sono state raccolte le prove, come sono stati difesi i colpevoli e cosa ha deciso l’Autorità. Così capita che se uno, per via che è ubriaco, causa un incidente, magari pure con qualche vittima innocente, il processo viene celebrato dopo pochissime ore e la pena irrorata viene subito applicata. Questo per crimini stradali, come per quelli di malavita organizzata. Non ci sono pubblici ministeri, ma “solo” giudici togati, che garantiscono il loro servizio 24/24 ore e in udienze sempre pubbliche alle quali partecipano le parti, il pubblico, i media. Incredibile! Le persone offese, come i parenti delle vittime, sono assistite da psicologi e le loro ragioni le rappresenta l’Avvocato dello Stato, perché i delitti contro le persone sono considerati crimini commessi in danno della nazione stessa. Poi ho cominciato a parlare della sanità e mi è stato spiegato che ogni cittadino, indigeno o meno, una volta che è entrato nel paese, per turismo, come nel mio caso, o per altro motivo, anche umanitario, viene compiutamente identificato (proprio come è successo a me) e tutti i suoi dati sensibili (comprese impronte digitali, retina, DNA) vengono inseriti in una banca dati che si interfaccia con gli analoghi archivi stranieri (pochi in realtà). Questa procedura fa sì che il cosiddetto rilievo foto-segnaletico non sia discriminante (oggi in Italia, si fotosegnalano solo gli stranieri e chi delinque). Grazie a questa procedura, mi è stato raccontato, è capitato molte volte che qualche anziano malato del morbo di Altzheimer, persosi per le strade delle grandi città, sia stato subito identificato e riaccompagnato presso la struttura nella quale è stato collocato e dalla quale era riuscito ad allontanarsi. Dopo aver attinto i dati sensibili della persona in ingresso nel paese, l’ufficio immigrazione rilascia una tessera magnetica completa di foto e microchip che permette: di accedere a qualunque sportello per il rilascio di documenti o informazioni; di ottenere qualsiasi presidio medico presso le numerose farmacie (anche queste aperte 24/24 ore); di accedere a banche dati inerenti servizi di pubblica utilità; di guidare veicoli analoghi a quelli per i quali si è autorizzati a guidare nel proprio paese; di avere a disposizione un piccolo gruzzolo (circa 150 euro), che si può prelevare presso qualunque sportello bancomat nelle vie di qualunque città; 150 euro circa che lo Stato, assegna a ogni essere umano che entra nel paese e per qualunque titolo, per quelle che possono essere spese di prima necessità. Sempre con questa tessera magnetica, laddove si entri nel paese per motivi di lavoro e di immigrazione definitiva, è possibile essere inseriti in una specifica graduatoria informatizzata per l’impiego; molti posti di lavoro sono garantiti dall’Impresa Stato, che assume l’onere di una moltitudine di servizi: dal trasporto di cose e persone, alla sanità; dalla scuola alla tutela dell’ordine e della democrazia. Non c’è un vero e proprio esercito, perché lo Stato, tra i suoi primi presupposti costituzionali, ha realmente ripudiato la guerra; non ci sono carri armati, missili, aerei da combattimento, reggimenti di soldati, eccetera, né spese in tal senso. Tutte le realtà lavorative attinenti al “funzionamento” dello Stato, sono garantite da risorse umane regolarmente assunte, formate e retribuite per ogni specifico incarico, con possibilità di progressioni verticali e orizzontali e anche di mobilità nelle diverse specializzazioni. Altro argomento che mi ha incuriosito è “il pagare le tasse”: anche in questo caso sono stato piacevolmente sorpreso nella mia qualità di dipendente pubblico, al quale non viene data la scelta se pagare le tasse o meno, essendo in questo “strano paese” che mi sta ospitando prelevate direttamente alla fonte. Qui le cose stanno diversamente. Infatti, sempre per mezzo di questa tessera magnetica (che qualcuno mi ha detto essere funzionante solo se nelle mani del diretto interessato, ma non so secondo quale principio tecnologicamente avanzato), si accede agevolmente alla rete tributaria e si può trasmigrare parte dei propri risparmi nel fondo delle tasse dovute per i servizi fruiti. Nel senso che ogni cittadino che lavora ottiene il proprio stipendio con accredito diretto sul proprio conto bancario, senza ritenute, tasse o altre voci. Poi sta a lui di scegliere quando e come pagare le tasse: in un’unica soluzione o ratealmente, sapendo che, in caso non paghi le tasse, i servizi ai quali poteva accedere con la sua carta magnetica andranno, via via, a cessare sino a farlo inserire automaticamente in un “elenco” di persone da mettere in prigione ed impiegare subito dopo in “lavori socialmente utili o particolarmente gravosi” con i quali riscatteranno il loro debito con la società. Pensando alle tasse che paghiamo noi in Italia, noi pubblici dipendenti almeno, ho subito chiesto a quanto ammontavano le tasse nel paese che mi stava ospitando e mi è stato risposto che non superavano la cifra corrispondente a 1000 euro annui… e che, comunque, la tassa annua viene stabilità in ragione della capacità di produrre reddito del singolo, attestandosi sul 10% dello stipendio mensile circa. Un impiegato di prima assunzione pagherà mille euro all’anno, qualcosa in più il suo dirigente, e così via. Sono rimasto sbalordito, solo mille euro all’anno, ma come era possibile? Poi, a pensarci bene, mi trovavo in uno Stato con una disoccupazione pressoché inesistente, con una popolazione pari a poco meno di 70 milioni di esseri viventi, dei quali il 60% era produttivo in materia di lavoro e in grado di pagare la tassa… come minimo e in modo molto approssimativo ho capito che c’erano ogni anno circa 42 miliardi di euro per portare avanti le spese dello Stato. Ho chiesto se esisteva una nomenclatura politica, ma ho dovuto spiegare a cosa mi riferivo. Mi è stato detto che quella che io chiamavo politica, loro la chiamavano pubblica amministrazione (mi è subito venuta in mente la res publica) e che i singoli rappresentanti assumevano il rango di amministratori con nomina casuale elaborata dal macrosistema informatico statale: una carica che durava non più di cinque anni, e per una sola volta nella vita, poi un’altra nomina e via dicendo. In questo modo, nei tanti anni di pubblica amministrazione, a occuparsi delle faccende di Stato si erano trovati una moltitudine di cittadini, dalle più svariate appartenenze di ceto e di cultura, che hanno avuto modo di sentirsi, anche nel tempo in divenire, appartenere al sistema Stato. Ho chiesto come fosse possibile, dato che per poter amministrare la “cosa pubblica” occorre avere titoli di studio, occorre essere portati. Ma mi è stato risposto che per condurre la macchina pubblica era ed è sufficiente essere dei “buoni padri di famiglia”. Dai pluslaureati agli operai semplici, le possibilità di essere sorteggiati sono le stesse: ma il livello di scolarità in questo paese è davvero medio alto ed è impossibile che giunga ad una nomina un completo inetto. L’importante è che sia in regola con la sua posizione nello Stato. E con la delinquenza, con la pulsione originaria dell’uomo di trasgredire le regole, come la mettiamo? ho poi chiesto al mio interlocutore e lui mi ha risposto con credibile proprietà di dati che anche nel loro Stato esiste questo problema, in quanto fenomeni come devianza, delinquenza, tossicodipendenza sono insiti nel purtroppo ampio spettro del disvalore umano, ma per questo Paese non è problematico come per il nostro Bel Paese. Intanto, ogni sei mesi, tutti i cittadini hanno a loro disposizione un colloquio con uno psicologo sul loro stato in vita, sia di relazione affettiva, sia in ambito lavorativo. Esiste il sindacato, che è uno solo, e che ha poteri-doveri ispettivi, nel senso che, in un caso tristissimo come quello della Tyssen Krupp, sul banco degli imputati ci sarebbero anche stati i vertici dell’organizzazione sindacale. C’è, come dicevo prima, una medio alta scolarizzazione di tutti e, questo, è già un gran fatto in materia di prevenzione. Poi si aggiunge l’altissima percentuale di occupati regolarmente e, si sa, come il lavoro, l’impegno quotidiano, sia un reale deterrente su fenomeni di devianza. In ultimo, la percentuale dei delitti impuniti è davvero bassissima, l’esatta antitesi dei nostri tristi dati (impunità di circa il 95 per cento dei crimini), fatto che si aggiunge alla assoluta certezza dell’applicazione delle Leggi dello Stato, le quali non sono moltissime (mentre da noi nei primi anni 2000 erano oltre settecentomila) e sono, sia molto specifiche, che aggiornate. Ma ci sarà pure qualcuno che non ha voglia di lavorare? E lui mi ha risposto che, effettivamente, c’erano diversi casi di persone che non si appassionavano a mansioni di lavoro inerenti i servizi resi dall’apparato pubblico: per questi, però, erano risultati vincenti mansioni diverse, creative, nel campo dell’arte, della cultura, del paesaggio, del turismo, anche perché, dimenticavo di dire che, questo paese dal quale sono appena tornato, ha qualcosa come ottomila chilometri consecutivi di coste sul mare. Coste con spiagge e con scogliere, comunque tutte organizzate per il turismo, mica per l’industria come le nostre. Da loro, le industrie, per fattori di rendita, di reale occupazione e, soprattutto, di tutela dell’ambiente, sono state convertite nei primi anni settanta, e sono state trasformate in strutture alberghiere dove possibile, o addirittura smantellate, dove invece era improponibile la loro presenza sul sito. I cittadini che non si realizzano nel pubblico impiego, nell’arte e nei settori professionali tratteggiati poc’anzi, sono risultati perfetti per fare da guida turistica alla moltitudine di comitive che giungono in questo Paese da ogni angolo del globo terracqueo. Ma chi è invalido, diversamente abile, impossibilitato ad essere parte attiva e produttiva nello Stato, che ruolo può rivestire in esso? Anche questa volta la risposta è stata disarmante: come ogni sistema anche quello del Paese in questione presenta delle anomalie. Queste, sono recepite dallo Stato e sono carico di tutti i cittadini. Assistiti da servizi sociali del territorio che non devono rispondere a voci di bilancio, come avviene da noi negli ultimi tempi, contraddistinti da operatori seri e motivati. Nel senso che non esiste il fenomeno del volontariato? Esiste eccome, mi ha risposto: ma è un volontariato tipico, laico, assolutamente disinteressato e impegnato in modo sinergico alle risorse specifiche del sistema Stato. Il volontariato rappresenta un fenomeno socialmente importante e utile, ma non è mai sostitutivo di quello istituzionale. Quindi, per via di persone inattive, di persone malate, di persone deviate, il sistema Stato presenterà pure un bilancio passivo o no? Non esiste bilancio per il sistema Stato: perché il prodotto interno lordo è dato essenzialmente dal turismo e da una produzione di prodotti di altissimo prestigio tecnologico, nei campi dello sfruttamento di energie rinnovabili, nonché in quello della ricerca biomedica, vantando la presenza di giovani con profili di studio di alto livello, spesso in arrivo proprio dall’Italia. Che rabbia! pensavo fra me e me, questo mi sta dipingendo l’Italia che vorrei e che potrebbe davvero essere. Solo con lo sfruttamento dell’energia solare riescono a soddisfare oltre il 60 per cento dell’intero fabbisogno nazionale. Quanto alle altre energie rinnovabili, sono anche in questo caso ai primi posti in quantità di kw prodotti. L’ecosistema è tutelato da Leggi severe e, in quei rarissimi casi di boschi in fiamme, il terreno interessato è immediatamente confiscato dallo Stato, che lo trasforma in parco naturale, in riserva, in qualcosa di universalmente utile, mettendosi al riparo da qualsivoglia forma di speculazione. Poi sono stato provocatorio e sono andato sul discorso delle droghe, dell’etilismo e ho chiesto al mio amico, cosa avevano ideato per queste tristi e drammatiche afflizioni sociali. La risposta si è basata sul fatto che sul “fattore mente” viene investito molto, già dai primissimi momenti di vita. Ogni neonato e la sua famiglia viene monitorato per un lungo periodo da operatori sociali, professionalmente formati sul concetto di famiglia, di ruolo genitoriale, fornendo il supporto più idoneo e atto a ottenere equilibrio e armonia nei vari oneri che la coppia deve affrontare per questa esperienza, che è comunemente considerata una priorità, da tutti i cittadini: non esiste che un bimbo o una bimba sono lasciati soli a piangere chiusi in casa, o dimenticati in auto o lasciati affogare o uccisi da un incidente automobilistico. I bimbi sono il futuro della nazione, sono la risorsa primaria sulla quale investire il massimo delle energie, da parte di tutti gli apparati dello Stato. Alla nascita di un bimbo, la coppia decide chi sarà a fare a meno del proprio lavoro: riceverà dallo Stato una retribuzione pari al 90 % dell’originario stipendio fino all’età scolare del figlio (cinque anni) e avrà conservato il suo posto di lavoro, congelato. L’altro genitore continuerà a lavorare come prima, ma godendo di alcuni vantaggi in materia di permessi ore utili all’espletamento della migliore condotta educativa. Un welfare di alto profilo, con appropriata spesa di risorse umane e economiche. Nel caso l’individuo, per svariati motivi, percorra in età psicoevolutiva sentieri pericolosi e devianti, sarà isolato dal contesto che lo ha influenzato o, peggio, indotto alla dipendenza da sostanze e sottoposto ad un trattamento rieducativo e riabilitativo in strutture sanitarie in grado di contenerlo dapprima e correggerlo poi. Se poi la devianza, la dipendenza, subentrasse in età adulta, allora il cittadino sarà oggetto di cure diverse e di provvedimenti anche di carattere amministrativo che lo vedrebbero privato del diritto di guidare veicoli, di condurre macchine utensili, di essere eletto a cariche pubbliche, privato di molte delle prerogative attinenti al concetto di bravo cittadino. La sua pericolosità sociale sarà arginata nel modo più ovvio, nel senso che se è dipendente di alcol, di eroina, di cocaina o di qualunque altra sostanza, questa gli sarà data dallo Stato stesso che, pur rifiutando l’alienazione mentale come viatico per chiunque, non lo esporrà a sostanze tagliate e spacciate nella clandestinità da organizzazioni criminali senza il minimo scrupolo, ne lo indurrà a compiere crimini a danno di terzi estranei ed innocenti, per recuperare illeciti profitti da convertire in droga o alcol. Nessuno sarà abbandonato a se stesso, lasciato dormire per strada, suicidarsi lentamente. Sarà inserito in progetti specifici e particolarmente organizzati su di lui, in modo tale da farlo vincere e tornare a essere l’uomo padrone di se stesso, della propria libertà. Le sostanze e i loro effetti sono materia d’insegnamento già dal primo ciclo di scolarità e l’impegno dello Stato per informare sui devastanti effetti degli abusi in genere, che il mio interlocutore mi ha dimostrato essere profuso, mi incoraggia a pensare che chi “cadrà” sarà davvero un esiguo numero di persone, per ciò stesso facilmente curabile e, subito dopo, mi risale la rabbia pensando alle tantissime forme di pubblicità di alcolici e superalcolici diffuse nella nostra amata Italia, ai tantissimi giovani che ogni anno cadono nella dipendenza. Nell’ozio vacanziero, il mio animo era più assetato che mai di sapere come questo paese stesse reagendo a fattori negativi che influenzano ormai tutto il mondo e così, forse approfittando un po’ della pazienza del mio valido interlocutore, l’ho fatto bersaglio di altre domande. Che rapporto avevano i cittadini con il credito, con le banche; qual’era il livello di indebitamento di ogni singolo? Ho ricevuto dal mio interlocutore uno sguardo quasi di rimprovero e mi ha detto: denaro, debito, capitale, interessi… sono concetti che riguardano la nostra storia, il nostro passato, sin dalla fine degli anni sessanta, quando volgeva al termine il boom economico creatosi dal dopoguerra in poi, e quando era ancora forte l’influenza dell’ex blocco sovietico, il nostro Paese si è trovato a dover scegliere fra la “ricchezza economica” e la “ricchezza spirituale”. Nel senso che ci siamo chiesti chi era davvero considerabile ricco e abbiamo messo sui due piatti della bilancia i due esempi. Da una parte ricchezza economica, belle case, belle auto, bei vestiti, eccetera; sull’altro piatto abbiamo raffigurato il benessere interiore, la salute, la serenità, la famiglia, i figli, i nipoti, e altri valori aggiunti a questi basilari concetti. E’ subito apparso ovvio che non ci fosse denaro sufficiente a comperare qualcosa del genere; puoi avere le più grandi ricchezze, ma se ti manca una compagna, un figlio, una prospettiva, a che servono queste ricchezze? Da allora, il denaro non è più considerato come capitale da accumulare, come potere da esercitare, ma è comunemente ritenuto uno strumento, nient’altro. Le banche servono per gestire i conti correnti, che sono totalmente informatizzati, e per fornire ai propri clienti lo “strumento denaro” per l’acquisto della casa, ad esempio, a costi improponibili per le banche europee che ricevono soldi dall’U.E all’1% d’interessi e rivendono il denaro almeno al 6 e più %. Non avevo parole: mi sentivo come un primitivo, davanti ad un extraterrestre sceso da qualche astronave. Allora, ho alzato il tiro e ho chiesto: ma la libera impresa, l’esercizio del libero arbitrio, un sano arrivismo, non è contemplato nel vostro sistema sociale? Lui non si è scomposto e mi ha risposto che, quando non si hanno frustrazioni interiori, le competizioni si ridimensionano e s’innalzano autonomamente i bisogni di confermare la propria tranquillità personale. Si ha più voglia di ascoltare la musica, di contemplare la natura, di curare il proprio orto o giardino, di fare gli esercizi ginnici atti a salvaguardare la salute del proprio apparato scheletrico, evitando forme di artrosi e congeneri. Perché, se sei sereno e hai tutto quello che ti serve, devi avere bisogno di altro e di altro ancora, perdendo di vista quelle che sono le reali ricchezze? Ma perché è parte dell’uomo, perché altro? Come saremmo arrivati sulla luna, su marte, se non fosse per questo, gli ho contro ribattuto. Ma lui, questa volta con evidente sarcasmo, mi ha chiesto quali siano stati i risultati utili di tali esplorazioni e se non era meglio che, le esplorazioni, fossero state fatte a beneficio della Madre Terra, andando a trovare fonti energetiche rinnovabili, come emissioni di vapore in superficie, come lo sfruttamento del moto ondoso, come la ricerca delle malattie della mente umana, dai vari morbi, ai tumori, eccetera. Parlando in termini di spesa di denaro, risulta evidente come sia molto più utile impegnarsi a trovare fonti alternative alle fonti energetiche tradizionali, che andare su altri pianeti dove è più che consolidato il parere degli esperti circa l’impossibilità di vita per l’uomo. Parlando in termini di spesa di denaro, risulta altrettanto evidente come sia uno spreco, investire in eserciti, armi e annessi, invece di impegnarsi nella ricerca atta a salvaguardare l’ecosistema e garantire il concetto di “ecologia della vita”. E con l’inquinamento di aria e acqua, come e cosa fate? Lui mi ha risposto che avevano accusato fattori di rischio all’inizio degli anni settanta, ma la conversione delle industrie, la costruzione di sistemi di smaltimento, l’abbattimento delle polveri derivante dal massiccio uso di mezzi di locomozione mossi a energia solare, la raccolta differenziata dei rifiuti e il loro riciclo, avevano reso possibile ottenere risultati sorprendenti in materia di salvaguardia dell’ambiente. Certo i conti si dovevano fare con il globo intero, ma esisteva una solida speranza che l’esempio dato dal loro paese, fosse presto seguito da molti altri. Senti, gli dissi, avete una soluzione per tutto e ci voglio credere, ma per i conflitti fra le diverse confessioni religiose, come avete fatto? Mi ha risposto: quello della religione è un problema esistente da secoli per il genere umano; non è stato semplice all’inizio neppure per noi, ma anno per anno, mentre cresceva la consapevolezza della necessità della pace interiore, aumentava anche il bisogno della pace attorno a sé. Non è un caso che in molte confessioni il saluto più ricorrente si basi proprio sulla parola “pace”. Noi abbiamo aree all’aperto e al chiuso, sempre accessibili, dove chiunque può raccogliersi e pregare l’Entità di riferimento. Nessuno è convinto di essere depositario di una confessione religiosa migliore rispetto a un’altra, né pretende di convertire il prossimo, come mi pare si prefigga la tua confessione. Si entra in ambienti dove la natura trionfa con piante, con frutti, con volatili che ricordano come il tutto sia vivo, vibrante. Poi si sceglie se stare seduti, in piedi, in ginocchio, nessuno fa caso a quello che fa il vicino: sono momenti di raccoglimento, di profonda autoanalisi, di immersione nel proprio Io, facendo autocritica, cercando la spiegazione di qualche errore commesso, mentre si guarda la cavalletta saltare o la rana gonfiare la propria gola. Il tempo non esiste più, si può stare in questi ambienti per pochi minuti o per ore, nessuno viene a dirti di uscire. Lo farai solo quando ti sentirai meglio, quando il tuo cuore tornerà a battere in sintonia con l’ambiente che ti circonda. Dopo tutte queste domande e tutte queste risposte, il mio interlocutore, con legittima curiosità, mi ha chiesto di raccontargli qualcosa del mio Paese… a quel punto mi sono svegliato, era ora di andare a lavorare… era stato tutto solo un bel sogno.

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