venerdì 28 gennaio 2011

Fiorello Cortiana Federalismo oltre la contraffazione, un confronto necessario

La questione del federalismo è divenuta quanto mai cruciale, sia per la tenuta della maggioranza di governo sia per la ridefinizione del patto sociale e di quello civile nel paese. E’ sconcertante pensare che una male assortita proposta di attuazione del federalismo fiscale, che coniuga più accentramento insieme a più trasferimenti dello Stato e una diminuita autonomia impositiva, possa costituire la simbolica bandierina che copre le ambizioni secessioniste della Lega. Così, mentre celebriamo il 150° anniversario dell’unità i cittadini italiani sono spettatori sconcertati del reality di Arcore: si dividono in indifferenti e insofferenti, invidiosi e indignati, ma sono uniti in un crescente distacco dalla politica e dal governo della cosa pubblica. Anche nel caso del federalismo assistiamo ad un rovesciamento spregiudicato del significato delle parole, così il decreto attuativo del federalismo municipale, se non modificato, creerà un buco di 3-4 miliardi, altrimenti darà luogo ad un aumento delle tariffe municipali. La Lega affida alla sua approvazione la dimostrazione della propria efficacia politica e la sua utilità elettorale. Proprio l’articolo 1 della legge 42/2009 cui si riferiscono i decreti attuativi in discussione, riferendosi all’articolo 119 della Costituzione afferma che vanno assicurate “autonomia di entrata e di spesa di comuni, province, città metropolitane e regioni e garantendo i princìpi di solidarietà e di coesione sociale, in maniera da sostituire gradualmente, per tutti i livelli di governo, il criterio della spesa storica e da garantire la loro massima responsabilizzazione e l'effettività e la trasparenza del controllo democratico nei confronti degli eletti”. Dove sono l’autonomia impositiva e la perequazione? Del resto lo smembramento di fatto del Parco dello Stelvio, recentemente approvato nel nome della Heimat sudtirolese e della Padania leghista, rimanda ad una contiguità balcanica piuttosto che ad un federalismo capace di unire i campanili italiani e quelli europei. La storia insegna, ricorda Luca Meldolesi: “anche l’assetto federale dello Stato può assumere carattere democratico, semi-democratico, autoritario; e persino tirannico”, per questo sarebbe illusorio pensarci immuni da ogni dissoluzione civica, governata autocraticamente, laddove la riduzione da cittadini a telespettatori propone l’autoreferenzialità deresponsabilizzata come indipendenza. Mai come oggi abbiamo bisogno di un processo capace di coinvolgere le amministrazioni locali, e con esse i cittadini, nella effettiva responsabilizzazione verso la cosa pubblica, i suoi costi e la sua amministrazione. Per questo occorre sottrarre la questione del federalismo tanto dalle necessità simbolico/elettorali della Lega, quanto da ogni tatticismo anti-premier contingente. Anche dopo Berlusconi la riforma del Titolo V della Costituzione resterà comunque il passaggio necessario per un rinnovato patto di cittadinanza a garanzia delle libertà civili e politiche. Ci vogliono il tempo e la partecipazione necessari. Una occasione utile di confronto è quella proposta dal “Manifesto di ottobre”, presso la Fondazione Ambrosianeum di Milano, nella mattinata del 31 gennaio “Federalismo oltre le contraffazioni”. Un dibattito a partire da due libri di Meldolesi “Federalismo democratico. Per un dialogo tra uguali” e “Milano-Napoli: prove di dialogo federalista”, proprio le due realtà urbane che con maggiore evidenza necessitano di costituirsi come “Città metropolitane” dentro il contesto europeo. L’anomia riguarda tanto il Nord quanto il Sud: se al sud è più evidente la collusione istituzionale, sociale e culturale con la malavita organizzata, al nord essa ha la discrezione dei flussi finanziari, delle operazioni fondiarie ed immobiliari che danno forma a quello che Piero Bassetti definisce “Disordine insediativo, come pressione individualistica, come mobilitazione particolaristica degli interessi. E sollecita comportamenti delle istituzioni: dei governi che moltiplicano le sanatorie e i condoni, dei comuni che concedono le autorizzazioni edilizie e che si oppongono ferocemente ai tentativi di riordino (quando ci sono) delle Regioni, definiti dirigisti e centralisti”. Constatazioni che richiedono modelli istituzionali a responsabilità condivisa, dove la realtà europea e mediterranea propone anche per le amministrazioni locali associazioni reticolari a geometria variabile, non la riproduzione in scala ridotta dei modelli statuali inadeguati per una glocal governance, più vicina al territorio e interna alle nuove relazioni dei mercati internazionali. Bassetti animerà il confronto insieme a Marco Vitale, Santo Versace, Maria Ida Germontani, Bruno Tabacci, Andrea Kerbaker, Gian Giacomo Schiavi e molti altri. Diversamente da Germania, Spagna e Francia noi scontiamo dieci anni di immobilismo nell’attuazione del Titolo V riformato del 2001. Nel 2000, il grado di decentramento tributario era pari al 20,6%, ovvero solo lo 0,3% in meno rispetto al 2009, altroché avvicinare la cosa tassata alla cosa amministrata da parte dei federalisti padani da anni al governo locale e nazionale.

Nessun commento:

Posta un commento